giovedì 14 Maggio, 2026
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Radici

Una vita nella Storia scritta a matita

Esordio editoriale di Raimondo Voglino, 96 anni, da San Damiano. Grandi temi e aneddoti. Il dovere di raccontare

C’è chi, a 96 anni, nel suo appartamento di Torino, diminuite, causa pandemia, le occasioni di incontro con i familiari ed amici, ha deciso di raccontare la propria vita.

Raimondo Voglino, classe 1924, nato a San Damiano d’Asti, ha intensamente vissuto il Novecento nei suoi decenni più drammatici. Le sue memorie sono come scatti fotografici, che ricostruiscono l’Italia rurale, la dittatura fascista, la guerra e la Resistenza, il dopoguerra e l’industrializzazione.

Ho avuto l’avventura e l’emozione di accompagnarlo in questo viaggio nel passato. La mia conoscenza di Raimondo Voglino è frutto di un incontro con le sue parole, vergate con chiara scrittura, a matita, su tanti fogli. Ha incominciato a passarmeli la figlia, Cristiana, attrice, cantante ed editrice. A lei mi lega una più che decennale amicizia e le collaborazioni in Assemblea
Teatro, storica compagnia teatrale torinese.

I fogli sono arrivati con regolarità, man mano che l’autore li componeva. Tante storie che frazionano la sua vita e la raccontano ora nei tremendi giorni dopo l’8 settembre ‘43, ora nel periodo della sua adolescenza a Torino. Come tessere di un puzzle la sua storia si arricchiva pagina dopo pagina: la famiglia di origine e San Damiano, l’infanzia e la scuola elementare ad Asti, il fascismo nella vita quotidiana in Borgo San Paolo a Torino.

Raimondo Voglino, 96 anni, è nato a San Damiano, vive a Torino

 

Mi sono arrivati anche stralci di registrazioni audio e di video, frutto degli incontri che Raimondo Voglino ha tenuto negli anni scorsi nelle scuole.
Scopro una persona in grado, con le sue narrazioni, di coinvolgermi a rivisitare quel Novecento tanto studiato e tanto insegnato nella mia carriera di docente.

Con Cristiana si decide di mettere ordine alle parole che il suo papà, giorno dopo giorno, scrive per raccontarci la sua vita. E inizia così la mia avventura di curatrice per far nascere il libro Una vita nella Storia.

 

La nascita a San Damiano, le scuole ad Asti e poi il trasferimento a Torino

 

Ultimo di tre fratelli, Raimondo nasce a San Damiano d’Asti; per tutti è Mundin, ‘d Gioanin ‘d Pin Tofu (bisnonno Cristoforo, nonno Giuseppe, padre Giovanni). Mario, uno dei fratelli del padre, lo zio Mario, dopo anni di vita a Torino tornerà a San Damiano nel ‘43 per aprire una bottega da ciclista: i suoi
nipoti continuano ancora oggi nel negozio “Cicli Giorgio”.

Raimondo ha tre mesi quando la famiglia si trasferisce ad Asti; il padre ha trovato lavoro in un negozio di tessuti. Alle elementari il suo compagno di banco è Giorgio Griffa, figlio dei proprietari della Way Assauto.

Nel ‘33 il trasferimento a Torino, ma con il tramway, la ferrovia a scartamento ridotto; sono frequenti le visite ai nonni di San Damiano, che accolgono e sfamano i nipoti e garantiscono all’occorrenza scarpe nuove: erano calzolai con bottega in paese.

Gli anni ‘30 vedono il giovane Raimondo alle prese con la vita in città, le scuole e l’indottrinamento fascista: da Balilla va alla colonia estiva, marce e adunate.

Con lo scoppio della guerra i primi bombardamenti colpiscono il palazzo dove
abita la famiglia Voglino che sfolla a San Damiano con ciò che è stato possibile salvare tra le macerie della casa crollata.

Sul carro di zio Mario, trainato dal cavallo, troneggia il pesante pianoforte, il pezzo più pregiato degli arredi recuperati.

 

Da Balilla a diplomato in tecnica aeronautica assunto alla Lancia

 

Studia all’Istituto tecnico industriale “Pierino Del Piano” che diventerà, dopo la Liberazione, l’Istituto “Amedeo Avogadro” e segue un indirizzo all’avanguardia per quei tempi: tecnica aeronautica. Eccelle in disegno e anche nelle vacanze scolastiche è al tecnigrafo a “lucidare” i disegni per l’ufficio progetti aerei della Fiat Aeronautica.

Appena diplomato è assunto in Fiat Avio e a guerra già iniziata passa alla Lancia e fa il pendolare tra San Damiano, dove è sfollato, e Torino: corriera fino a Baldichieri e poi treno, vagoni merci attrezzati con panchine di legno, fino alla grande città.

 

La scelta di andare con i fratelli tra i partigiani della Matteotti

 

Il 1943 è l’anno della svolta di vita per i fratelli Voglino. Dopo il 25 luglio, con la caduta del fascismo, Raimondo si iscrive al Partito d’Azione e dopo l’armistizio dell’8 settembre si riunisce a San Damiano con i fratelli maggiori, Camillo (Millo) e Beppe che erano militari. Diventeranno partigiani nella Matteotti, Divisione “Renzo Cattaneo”.

Gino Cattaneo, il fratello del giovane partigiano ucciso a cui è intitolata la formazione, nomina Raimondo Voglino commissario della brigata di Cisterna d’Asti. Continua a lavorare alla Lancia, “fabbrica bellica”, e a sfruttare il
furgone aziendale e l’autorizzazione a circolare a favore della Resistenza, fino a quando, a causa di una delazione, rischia l’arresto.

Viene aiutato a fuggire e raggiunge i fratelli nella formazione partigiana di Cisterna. Siamo a metà del ‘44. Tornerà in Lancia solo dopo la Liberazione. Il 24 aprile 1945 la divisione “Renzo Cattaneo” invia una formazione ad Asti per collaborare alla liberazione della città che avviene il giorno dopo con i tedeschi in fuga.

La divisione si sposta e Raimondo è, insieme ai compagni, alle porte di Torino, con le altre formazioni partigiane, in attesa del comunicato di Radio Londra che lancia l’insurrezione generale con la parola d’ordine: “Aldo dice 26×1”.

Alle prime luci del 27 aprile tutte le forze partigiane che
hanno circondato Torino scendono sulla città. La Cattaneo converge verso il centro con auto e camion; Raimondo è sul sellino posteriore della Gilera militare guidata da Giacu ‘l fol, con il suo Mauser con mirino di precisione.

Si spara e si muore ancora a causa dei cecchini fascisti. La liberazione di
Torino è datata 28 aprile.

Raimondo Voglino con la moglie in montagna

Negli Anni Cinquanta il matrimonio e il lavoro dalla Lancia all’Aspera

 

I ricordi corrono come gli anni. Siamo nel Dopoguerra. Nel 1950 Raimondo
sposa Alma, conosciuta nei giorni della Liberazione di Torino, e negli anni
successivi si dipana la sua carriera professionale: dalla Lancia all’Aspera
che produce compressori per frigo.

Gli Anni Sessanta, con il boom economico e l’espansione dei consumi e in particolare di frigoriferi e lavatrici, vedono la crescita dell’azienda; iniziano
incarichi importanti per Voglino, che segue partners stranieri: negli Stati
Uniti e in Urss. Un altro appuntamento con la grande storia.

Il volo di Raimondo Voglino deve atterrare a New York il 22 novembre 1963.

 

Il suo nome compare in un covo delle BR come possibile obiettivo

 

Doveva arrivare a Dallas ma a causa dell’attentato a Kennedy incontrerà i
dirigenti della Texas Instrument solo molti giorni dopo.

Nei contraddittori e difficili Anni Settanta gli viene offerto il ruolo di direttore di stabilimento della Aspera Motors, difficile e sofferta decisione. Sono gli anni delle grandi manifestazioni operaie, dei rapimenti e delle gambizzazioni, degli attentati.

E anche lui, con altri dirigenti Fiat, risente del clima di terrore che le BR e il loro conflitto con lo Stato instaurano; un’agenda delle Brigate Rosse, ritrovata in un covo, contiene la segnalazione della sua abitazione: silenzio in famiglia per non creare allarme, attenzione agli spostamenti, ma non subirà conseguenze.

Al termine del decennio, il pensionamento e l’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica Italiana” firmata dal Presidente Sandro Pertini ex comandante generale delle formazioni Matteotti.

 

Una della pagine manoscritte da Voglino che hanno fatto nascere il suo libro di memorie

“Non sono uno scrittore sono un metalmeccanico”

 

Queste le tappe fondamentali della vita di Raimondo ma i suoi scritti rivelano
più di una sintesi biografica.

In primis il suo presentarsi: «Non sono uno scrittore, sono un metalmeccanico». Ma questo “metalmeccanico” vive intensamente e con grande spirito critico un intero secolo.

Narra le sue esperienze partigiane e i ricordi delle fasi della sua vita e sente, a 96 anni, il “bisogno” di raccontarle perché ancora sceglie, criticamente, di dare un contributo alla conoscenza del secolo scorso con la consapevolezza
che la memoria storica va non solo conservata, ma coltivata.

«Sono passati molti anni ma noto che c’è molta gente completamente a digiuno, che non sa. Allora dico: abbiate pazienza ma adesso vi racconto qualcosa». Raimondo questo dice in una delle sue videointerviste.

 

Ai giovani raccomanda “Leggete la storia”

 

Il bilancio del nostro lavoro lo soddisfa: «Chiedo scusa a tutti coloro che hanno scritto stupendi libri sulla Resistenza, che io ho divorato; sono riusciti a spiegare enormemente meglio di me perché uno diventava resistente anziché cedere alle lusinghe per salvarsi la ghirba. È stata una vera fatica letteraria, non preparato, non erudito, perdendo a volte, data la mia età, il filo del discorso. Ma la copertina del libro dice tutto: la mia vita è quella piuma che c’è a sinistra (va bene che sia a sinistra!); a destra c’è la Storia che è quella bella pietra. Sono in equilibrio. La mia vita è una piuma in una Storia meravigliosa che i giovani non devono dimenticare. Leggete, leggete tanto… se potete anche questo libro!».

Voglino scrive di fatti e problemi importanti del nostro passato con intensità, anche emotiva, senza perdere il gusto della leggerezza, della battuta,
dell’ironia.

«Non consiglio a chi ha la mia età di scrivere libri perché sono molto coinvolgenti… e scriverlo mi ha fatto saltare moltissimi riposi pomeridiani!».
Bruno Gambarotta nella prefazione a Una vita nella Storia sottolinea l’assoluta mancanza di retorica nella narrazione e la scelta di raccontare molti episodi che fanno sorridere.

A volte è il caso che risolve situazioni drammatiche, come quando rientra a San Damiano in ritardo evitando così un rastrellamento delle Brigate Nere: durante il viaggio da Torino con il suo furgone che trasporta una cassa di armi, ha dovuto superare tre posti di blocco: due sulla strada del Pino, di fascisti che si accontentano dei documenti; uno alla fine della discesa, di tedeschi che gli fanno aprire il portellone.

C’è la cassa di armi ma non solo: due amici e un collega che hanno approfittato del passaggio per raggiungere l’Astigiano dove sono sfollati, ignari del contenuto della cassa. Usciranno indenni dal pericoloso incontro grazie all’uso esilarante delle sue poche conoscenze di tedesco.

Altre volte sono la determinazione e la consapevolezza delle scelte compiute che gli permettono di affrontare difficili situazioni. Nominato da Gino Cattaneo commissario della brigata di Cisterna d’Asti, cerca di migliorare la collaborazione con gli abitanti e di fare fronte alle grandi carenze alimentari
che funestano l’ultimo anno di guerra, mettendo a frutto le sue competenze organizzative maturate in fabbrica, aiutato dalla madre che impara ad andare in bicicletta a quarant’anni e batte le cascine alla ricerca di cibo per chi non ne ha.

Piccoli episodi che raccontano il quotidiano, le difficoltà e la fatica di quei giorni che risulteranno, dopo, gloriosi e memorabili.

In una videointervista li definisce «venti mesi stupendi, di una intensità favolosa» pur chiedendosi se ha senso usare l’aggettivo “favoloso” pensando ai morti, ai giovani che hanno perso la vita. E il quotidiano è alquanto presente nella prima parte del libro dove ci racconta l’infanzia, la famiglia e il territorio d’origine attraverso ricordi freschissimi.

Descrive la famiglia materna, patriarcale, e quella paterna dove emerge la figura di un nonno «che della bontà d’animo aveva fatto uno stile di vita», bella voce del coro di S. Damiano; il tifo contratto dalla mamma dopo la nascita del primogenito e la sua broncopolmonite a tre mesi di vita, curati con grande successo da un giovane medico astigiano con metodi che oggi definiremmo “alternativi”; le partite di football delle serie minori in giro per il Piemonte, con lo zio Mario autista del pullman che porta la squadra in trasferta, con le merende di pane e salame.

Foto di gruppo della famiglia Voglino a San Damiano

La figura di nonna Marieta venditrice ambulante di scarpe e zoccoli

 

E raccontando la sua famiglia e la vita a San Damiano tra le due guerre ecco comparire la Marieta, la nonna Maria. Nella gestione dell’attività di calzolai è lei che fa i mercati di zona (il più importante è quello di Villafranca).

Parte alle tre di notte, con qualunque tempo, guida il carro coperto pieno di scarpe e zoccoli, nasconde l’incasso in una tasca di uno speciale grembiule e guai a chi si fosse avvicinato per aggredirla: la sua grinta e il falcetto sempre a portata di mano la difendono.

La seconda parte del libro è tutta dedicata all’esperienza partigiana a Cisterna dove, con i fratelli Camillo (Millo) e Beppe, milita nella Formazione Matteotti. Anche in questa parte si conferma la dote narrativa di Voglino di alternare episodi di vita vissuta con riflessioni, commenti e interpretazioni personali, lucidissime, a volte amare a volte ironiche, sempre documentate e precise.

Nel capitolo Riflessioni: scrivendo, conversando, parlando ai giovani emerge l’intento che anima la sua esperienza di scrittura: non soltanto dare voce alla memoria ma esprimere le sue idee sul difficile periodo della guerra e del dopoguerra, togliendosi anche qualche “sassolino nella scarpa”.

Ricordando, per esempio, il periodo che va dal 25 luglio 1943 all’8 settembre fa emergere con grande efficacia il senso di confusione e sbandamento ma anche la speranza nel cambiamento che caratterizza quei giorni. Dall’euforia per la caduta del fascismo che butta giù le statue e induce qualcuno a iscriversi a un partito, al “fuggi fuggi” post-armistizio, l’assenza di ordini, le retate, le deportazioni in Germania.

E qui non risparmia le sue considerazioni alquanto critiche sul personaggio Badoglio, delineandolo con pochi cenni biografici. «Quando mi chiedono
di parlare di Badoglio mi viene una sorta di irritazione… Ma lo vogliamo capire che uomo era?».

In queste pagine emergono anche forti le motivazioni che lo spingono a raccontare e interpretare quei fatti: ritiene che far comprendere ai giovani il significato della lotta di Liberazione, «il suo significato più intenso, più sentito… sia un dovere. Non dobbiamo essere soltanto contenti di goderci la democrazia ma dobbiamo pensare a coloro che hanno dato la vita e ai campi di concentramento».

La Croce al merito della Repubblica italiana con la nomina a cavaliere firmata dal presidente Pertini

Il tema attuale della disinformazione e l’incontro con Primo Levi

 

Voglino sottolinea più volte il problema della disinformazione. Lo considera
pericoloso oggi per le giovani generazioni ma lo segnala come drammatico anche riferendosi alla sua giovinezza a causa della censura e dell’indottrinamento fascista.

Ricorda come per troppo tempo non si seppe nulla dei campi di concentramento, dei militari italiani che non accettarono di collaborare con i
tedeschi, dello sterminio degli ebrei, come si era «… tenuti lontani da tutto
quell’orrore… anche dagli stessi amici e conoscenti che erano riusciti a tornare da quell’inferno».

Dopo la guerra Raimondo Voglino conoscerà Primo Levi e avrà con lui molti contatti per motivi professionali. «Lui non parla … mai una parola, mai un
accenno in tutti i nostri incontri. Si parlava di tecnica, di capitolato della vernice».

E il suo atteggiamento resta critico anche a proposito dell’estrema lentezza con cui dopo la guerra si viene a conoscenza di tanti delitti fascisti, di stragi e di eccidi.

Quando ho incominciato a leggere le pagine di Raimondo sul dopoguerra e
via via sugli anni ‘50, ‘60 fino ad arrivare agli anni ’80, mi sono resa conto che il registro comunicativo mutava, si faceva necessariamente più personale. Nella terza parte del libro, infatti, centrali nella narrazione diventano la costruzione della vita professionale, la famiglia, il tempo libero.

Non muta però la capacità di raccontare aneddoti ed esperienze di vita in quel modo vivace, realistico, condito di valutazioni sagaci che caratterizzano il suo
modo di ricordare e raccontare.

La sua vita lavorativa sarà ricca di soddisfazioni, di esperienze e ruoli importanti nell’ambito della grande industria del boom economico, nel
periodo del consolidamento della crescita italiana a livello internazionale.

Una lunga gavetta: incontri con persone professionalmente e umanamente
interessanti, formazione e spirito critico guideranno la sua lunga carriera.
Per chi come me era studentessa negli anni ‘60 e ‘70 e ha vissuto quell’epoca
di lotte, battaglie e conquiste ma anche di delusioni, o meglio disillusioni, rispetto al sistema di valori che sosteneva la mia generazione, condividere le memorie di quegli anni con Raimondo mi ha indotto a confrontarmi con la mia “memoria”.

Il confronto generazionale è sempre un arricchimento e se stimolato da
racconti privi di tesi preconcette e caratterizzati da una onesta e sincera
visione del reale, come è nel suo stile, stimolano il senso critico. Così è sempre apparso Voglino nei suoi scritti, negli incontri con i ragazzi nelle scuole, nei video che stanno circolando in rete dove lui racconta se stesso e
il mondo del fascismo e della guerra oppure in quelli in cui la figlia Cristiana,
attrice, legge pagine tratte da Una vita nella Storia (sul suo canale personale
di YouTube) o le interpreta insieme ai colleghi di Assemblea Teatro (sul
canale YouTube di Voglino Editrice).

Così è apparso a me durante il lavoro di cura del testo, condiviso con
Cristiana, pagina dopo pagina, nelle telefonate scambiate e nell’incontro che ho avuto con lui, a casa sua. Lui ringraziava me per il lavoro fatto, io ringraziavo lui per la bella esperienza.

Nessuna smentita: la verve, l’ironia, la capacità di emozionarsi e commuoversi ma anche quella di farsi una risata mi sono state confermate.

 

 

L'AUTRICE DELL'ARTICOLO

Betti Zambruno
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Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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