Il triplo fischio finale per Giovanni Sacco è scoccato nella notte tra il 16 e il 17 dicembre 2020 all’ospedale Massaia, dove era ricoverato da pochi giorni, colpito dal coronavirus. Era nato a San Damiano il 24 settembre 1943.
Un talento del calcio sbocciato sui campetti di un collegio e applaudito negli stadi della serie A calcati in carriera in 138 partite. Per 84 volte Sacco ha indossato la maglia della sua amata Juventus, altre 18 aveva quella della Lazio (in prestito durante il servizio militare) e 36 i colori dell’Atalanta. In bianconero, sotto la guida dell’allenatore paraguaiano Heriberto Herrera, ha vinto la Coppa Italia nel ‘65 e lo scudetto due anni più tardi nel 1967. Giovanni Sacco nella figurina Panini del 1965
Da allenatore è passato poi all’Imperia, Pro Vercelli, Savona, Pinerolo, Casale, Aosta e ancora Pro Vercelli, società che gli consentivano di non trasferirsi dalla sua casa di San Damiano, dove ha avuto per tutta la vita il baricentro degli affetti. Sacco aveva occhio nello scovare giovani talenti che per lui dovevano avere “piedi buoni e testa a posto”.
Ha lavorato per anni nel settore giovanile della Juventus. Giovannino esordì a 19 anni nella massima divisione il 9 dicembre 1962 in occasione del match esterno col Palermo, f inito 1-1. A farlo scendere in campo fu il tecnico brasiliano Paulo Amaral che lo considerava una sua scoperta. Sacco ha giocato anche in serie B con l’Atalanta portandola alla promozione in A e con la maglia granata della Reggiana.

Giovanni è stato una mezz’ala classica, con un gioco molto tecnico e grande capacità di dribbling. I giornali dell’epoca lo definiscono “Un esteta a centrocampo, tecnicamente maturo, elegante nello stile”. Complessivamente ha segnato 22 reti. Vantava una presenza nella Nazionale Under 21. Lasciata la Reggiana, e il grande calcio professionistico, Sacco accetta di giocare a 33 anni in serie D, tra il ‘76 e il ‘78, con l’Asti del presidente Marco Gastino. Nel sodalizio biancorosso diventa anche allenatore dei giovani della Berretti e, durante l’annata 1979-80, va sulla panchina della prima squadra in D (in quel campionato i Galletti finirono quarti con i liguri del Pontedecimo).
Un ricordo personale, da cronista al seguito dei Galletti. Quando si tornava dalle trasferte in pullman con l’Asti, era un piacere ascoltare Giovanni che raccontava vicende e aneddoti del suo periodo juventino. Nel 2009 lo intervistai per La Nuova Provincia. Alcune sue risposte meritano di essere rilette.
Come ebbe inizio la tua carriera?
«Mio nonno voleva che studiassi da veterinario. I miei mi mandarono in collegio dai Murialdini a Rivoli e poi al ginnasio Valsalice.
Oltre allo studio non c’era che il calcio.
Mi notarono durante un triangolare i talent scout di Juve e Toro. Mi ritrovai nel vivaio bianconero».
Come giudichi la tua carriera calcistica?
«È normale che se uno potesse rifare le cose, le farebbe meglio anche con l’aiuto dell’esperienza. Comunque, sono soddisfatto sia come giocatore che come tecnico». I ricordi più belli? «L’esordio in Serie A, lo scudetto conquistato con la Juventus nel ’67 e il campionato di “B” vinto con l’Atalanta. Ricordo con piacere anche le promozioni ottenute da allenatore».

Ti sei laureato campione d’Italia con la Juve sotto la guida di Heriberto Herrera, il “sergente di ferro”.
«Era un tecnico severissimo e non sono mancati i contrasti. Mi ha però anche fatto esordire in Coppa dei Campioni (fu Sacco a segnare in trasferta il gol contro l’Eintracht Francoforte che portò la Juventus alle semifinali, battuta poi dai portoghesi del Benfica di Eusebio, ndr)».
Era così severo con i giocatori?
«Invitava a cena noi giocatori, ma se si esagerava nel mangiare e bere, il giorno successivo ci faceva pesare e multare per sovrappeso. Ogni sera telefonava negli alloggi dei calciatori per controllare che non fossero usciti. Ricordo un altro aneddoto: un giorno, a Bologna, mi lasciò fuori. Venne negli spogliatoi lo speaker dello stadio per avere la nostra formazione. Io gliela dettai inserendo il mio nome al posto di quello di Sivori. Quella fu l’unica volta che lo vidi veramente infuriato nei miei confronti».
Rimpianti?
«La mancata partecipazione alle Olimpiadi di Tokyo nel 1964. Eravamo già qualificati, ma la Federcalcio rinunciò alla spedizione perché la stampa estera sosteneva che, in mezzo a noi, c’erano dei professionisti. Era vero, la questione del falso dilettantismo si è risolta anni dopo».
Una partita che non dimentichi.
«Il 22 ottobre 1967 c’era il derby Juventus-Torino, il primo senza il fantasista granata Gigi Meroni, travolto in corso Re Umberto da un’auto (che era guidata, tragica ironia della sorte, dal futuro presidente torinista Attilio “Tilli” Romero). Eravamo convinti che loro fossero distrutti psicologicamente. Giocammo senza “cattiveria” perché ci sembrava di essere irriverenti, invece i Granata volevano onorare Meroni e quel derby finì 4-0 a favore del Torino».











































