De Amicis, Pavese, Lajolo e Orengo. Il racconto della tempesta diventa letteratura
La grandine non ha mai smesso di far paura.
Un flagello antico che il riscaldamento globale ha reso più violento che mai. La nostra società, non più contadina, ne osserva gli effetti attraverso i social. Immagini e video di grandinate dai chicchi grandi anche come arance, che squassano tetti, perforano carrozzerie, uccidono animali nei cortili. Raffiche di vento e bombe d’acqua spaventano i cittadini, ma ancora di più chi vive e lavora nelle campagne.
Gli occhi dei contadini da sempre corrono verso l’orizzonte in cerca dei segni che preannunciano la tempesta. Un soffio di vento che spezza la calura estiva, una nuvola che torreggia nell’azzurro, un tuono lontano.
Insieme alle gelate tardive e alla siccità, fulmini e grandine sono il più temuto flagello portato dai moti atmosferici sulla campagna. Un vero incubo, quando l’intera economia familiare dipendeva dall’esito del raccolto più importante, quello delle vigne. Per quei contadini un singolo evento meteorologico poteva significare la perdita di ogni cosa.
Non c’è da stupirsi quindi se nell’immaginario collettivo contadino “la tempesta”, il termine con cui i piemontesi si riferiscono alla grandine, ha assunto un ruolo tanto centrale, così come ben radicati erano i riti e le pratiche per proteggersi da essa. Sopravvive ancora oggi nella devozione popolare l’abitudine di rivolgersi alla sfera divina per scongiurare il maltempo e i danni alle colture.
D’altra parte, e qui sta il paradosso, la ricerca scientifica non è stata in grado di offrire difese davvero efficaci. La storia di come la campagna ha temuto e in un certo senso imparato a convivere con la tempesta racconta molto dell’evoluzione culturale, sociale ed economica di un territorio a vocazione contadina come l’Astigiano.
Le impronte lasciate da questo tema si trovano anche nella letteratura. Un piemontese d’adozione come Edmondo De Amicis, nel suo La grandinata del 1882 ha descritto il fenomeno e l’impotenza di fronte a esso con versi particolarmente efficaci. In tempi più recenti, le calamità naturali hanno avuto un ruolo nella narrativa di Cesare Pavese.
Ad esempio in La luna e i falò, edito nel 1950, si racconta delle tempesta che aveva distrutto la piccola vigna della famiglia adottiva del protagonista Anguilla. Una sola grandinata li aveva portati vicini alla rovina, esito che richiamava eventi drammaticamente frequenti nella società contadina di allora.

Anche l’astigiano Luigi Monticone nel suo romanzo La vigna del 1965 evoca il dramma della devastazione che segue la tempesta; Nico Orengo, in Di viola e di liquirizia, riportò la leggenda del contadino esasperato che staccò il crocifisso dalla chiesa per cacciare indietro la grandine nella sua vigna.
Davide Lajolo toccò l’argomento in diversi scritti. In La Langa devastata, contenuto nella raccolta Il merlo di campagna il merlo di città, il racconto della grandine è vivido.
«D’improvviso, alle quattro del pomeriggio, si è levato un vento diaccio, sibilante tra i rami delle piante. Il cielo si è oscurato come se un’immensa mano nera lo volesse coprire […] Ad un comando invisibile cominciò la guerra sulle campagne. Le piante più alte si incurvavano fino a terra, le gaggie spazzavano le strade con i larghi rami. Si passò dal giorno alla notte. Quel buio sciagurato che precede la tempesta.
Una gragnola di chicchi tesi come saette si scaricò sui tetti. La grandine colpiva come una scarica di cento mitraglie.»
Un altro testo di Lajolo ha un titolo che lascia poco spazio a interpretazioni: in La grandine ci fa sanguinare l’autore di Vinchio racconta la disperazione di un giovane viticoltore svegliato nel cuore della notte da una tempesta.
Nonostante l’episodio evochi un dramma patito per secoli dalla civiltà contadina, lo stesso racconto di Lajolo offre lo spunto per guardare a una fase storica in cui dalla passiva rassegnazione si stava passando a forme di difesa attiva che per l’epoca erano considerate all’avanguardia.
Asti nel 1958 fu sede di un convegno internazionale su questo tema. Alla Camera di Commercio si riunirono esperti di otto nazioni, per condividere le esperienze di lotta alle avversità meteorologiche in corso nei rispettivi paesi. Il metodo più diffuso fino ad allora era l’impiego di razzi detonanti, costruiti tra gli altri dalla Associazione Piemontese Razzi di Torino. Insieme ai cannoni installati in Piemonte già a fine Ottocento, avrebbero dovuto modificare le correnti d’aria e spostare le nuvole.
La tradizione religiosa ancora più antica contrapponeva il suono delle campane a quelle del tuono. Ma in pratica si dovette constatare che poco o nulla può un’onda sonora che si indebolisce dopo poche centinaia di metri, contro un fronte temporalesco che può raggiungere l’altezza di chilometri.
Gli altri metodi di cui si discusse nel convegno ad Asti furono i razzi a ioduro d’argento, che tende a diminuire la dimensione delle gocce d’acqua e dei chicchi di grandine. Inoltre erano utilizzati i bruciatori, simili a stufe, che dal camino disperdevano la stessa molecola; e infine gli aerei per bombardare le nuvole grandinifere, fin dall’inizio degli anni Cinquanta impiegati in Francia e Svizzera.
Nell’Astigiano quest’ultimo metodo fu sperimentato soltanto anni più tardi, attraverso l’impiego di una piccola flotta che avrebbe dovuto volare tra le nuvole temporalesche irrorandole con ioduro d’argento.
Così ne scrisse Lajolo, con toni che anticipano quanto effettivamente avvenne. «I lampi si susseguivano con rapidità paurosa. In tutte le case intorno si accesero le luci. Io stavo attento al rombo degli aerei antigrandine. […] Passò qualche minuto. I tuoni erano sempre più violenti, i lampi non davano tregua e invece degli aerei antigrandine ecco scatenarsi il finimondo: chicchi grandi come uova.»
Sulla difesa aerea erano concentrati le aspettative del mondo agricolo piemontese e notevoli finanziamenti pubblici. I risultati però furono deludenti e la faccenda finì persino in tribunale.
La vicenda risale all’aprile 1972, quando la Winchester Spa di Roma propose alla Provincia di Asti un programma di difesa antigrandine attraverso l’uso di aerei attrezzati allo scopo. Attiva già nei cieli di Stati Uniti e Canada, la società con il suo ramo italiano sembrava l’alleato giusto per affrontare la tempesta con tecniche innovative. La società annunciò che avrebbe messo a disposizione sei aerei, pronti a decollare notte e giorno dall’aeroporto di Caselle, per volare tra le nubi prima che queste colpissero le colture.
8 giugno ’73, la grandine devastò l’Astigiano ma gli aerei della Winchester non decollarono


La prima fase di sperimentazione convinse anche le province di Torino, Alessandria e Cuneo ad aderire. Nel maggio 1973 fu firmato un contratto triennale tra l’azienda e l’Unione delle Province Piemontesi.
Costo dell’operazione: 400 milioni di lire all’anno.
Non passò nemmeno un mese prima che il programma mettesse a nudo tutta la sua fragilità.
Nella notte tra il 7 e l’8 giugno i tuoni svegliarono le campagne dell’Astigiano. Poi scese la grandine, fitta, incessante. Quando venne giorno, i contadini con le mani nei capelli iniziarono a contare i danni. Erano state colpite cinquemila aziende agricole.
Stima finale: oltre cinque miliardi di lire.
E gli aerei della Winchester?
Un gruppo di agricoltori di Montegrosso e Mombercelli si rivolse a un legale per valutare se ci fossero gli estremi per denunciare la società. Non solo: l’intenzione dei danneggiati era anche di denunciare la Provincia di Asti, colpevole a loro giudizio di non aver vigilato sul funzionamento del programma di difesa. Le altre province piemontesi guardarono a cosa succedeva nell’Astigiano per valutare se procedere a loro volta con un’azione legale. Ci fu chi propose di disdire il contratto, siglato poche settimane prima, ma quello della Winchester era l’unico sistema antigrandine cui le campagne potevano affidarsi in quel momento.
Arrivò anche la risposta della società che lamentò la lunga serie di ostacoli burocratici che aveva costretto gli aerei a terra: il ritardo con cui era stato siglato il contratto; poi la mancata autorizzazione all’impiego civile di uno degli aerei, un jet di derivazione militare arrivato dagli Stati Uniti; infine, il fatto che tre dei piloti individuati da una compagnia aerea subappaltatrice non fossero regolarmente in possesso di tutti i certificati.
Il quotidiano L’Unità non risparmiò una stoccata politica all’amministrazione provinciale: «…bisogna anche capire come un ente pubblico […] possa aver caldeggiato un simile accordo senza nemmeno pretendere di vedere tutte le autorizzazioni […]. Si dice tra l’altro che il presidente della Provincia, il DC Andriano, lo stesso che sta tentando di giustificare l’accaduto e la società, si sia battuto perché l’appalto venisse affidato alla Winchester e non a una altra ditta concorrente che pure aveva presentato un preventivo inferiore di un centinaio di milioni».
Anche un’accesa seduta del Consiglio provinciale scaldò gli animi sulla vicenda. Dai banchi ci fu chi parlò apertamente di truffa. Per tentare di dirimere la vicenda, rappresentanti delle province si riunirono in una commissione d’indagine.
Dopo il mancato intervento il contratto con la Winchester fu rescisso ma il processo non trovò colpevoli
Fu iniziata una trattativa con Winchester, che inizialmente propose uno sconto di 70 milioni sul servizio antigrandine. Alla fine la commissione decise di procedere allo scioglimento consensuale del contratto.
Nessuno però era disposto a restare senza l’ombrello di un sistema di difesa antigrandine. Dopo le insistenze di politici e associazioni agricole, ad agosto e settembre 1974 la copertura aerea su Asti e provincia fu affidata alla svizzera Ader, che mise a disposizione nelle ore diurne due mezzi. Per il 1975 gli esperimenti di difesa attiva furono affidati alla società milanese Conaereo, che disponeva di tre monomotori e un bimotore.
Firmato un contratto per 160 milioni di lire, la spesa fu ripartita fra la Regione e le province interessate. L’esito non fu dei più felici, perché il servizio risultò inefficace proprio in occasione delle grandinate dell’11 luglio e del 15 agosto 1975. Troppo vasta l’area interessata, troppo intensi i temporali. Dal Ministero dell’Agricoltura arrivò lo stop a qualsiasi ulteriore sperimentazione con mezzi aerei. L’Astigiano però ottenne nello stesso periodo il finanziamento per l’acquisto di un radar meteorologico da installare sul territorio.
Chi non era dell’idea di liquidare così facilmente l’affare Winchester fu l’autorità giudiziaria. La quale aprì un’inchiesta, sulla scorta delle mancate certificazioni che la stessa società aveva ammesso già all’indomani della disastrosa grandinata del 1973.
Al termine delle indagini nel novembre 1976, l’amministratore delegato di Winchester Bruno Amisano fu rinviato a giudizio per “inadempimento colposo di contratti di pubbliche forniture”.
Per la Provincia di Asti, risposero alle domande del giudice l’allora presidente Pietro Andriano, democristiano, veterinario di Castelnuovo don Bosco, e il suo vice il socialista Pietro Beccuti di Calliano. Il 15 febbraio del 1977 arrivò la sorprendente sentenza: assoluzione per Amisano, il fatto non costituisce reato. Tra le motivazioni, depositate poche settimane dopo, una rivelazione.
Il contratto siglato tra l’Unione delle Province Piemontesi e Winchester portava la data del 30 maggio 1973, ma al suo interno si indicava il 15 maggio come data di avvio del programma di difesa antigrandine.
Per il tribunale, una conferma del fatto che l’assenza delle necessarie certificazioni era da addebitare ai ritardi delle amministrazioni provinciali. “La società – scrisse il pretore – si procurò per tempo la disponibilità dei jet, quando ancora non sapeva se e quando la firma sarebbe avvenuta, trovando peraltro immediati intralci burocratici al suo uso in Italia.”
Difficoltà che erano note alle amministrazioni coinvolte, si legge ancora nelle motivazioni, e che nonostante questi si decisero a firmare il contratto “perché in caso contrario il servizio di difesa attiva per quell’anno sarebbe saltato”. A sollevare Winchester da ogni responsabilità anche un ulteriore elemento. La perturbazione che si abbatté sull’Astigiano non fu mai segnalata. Anzi, il pilota del jet nella notte tra il 7 e l’8 giugno del 1973 andò a dormire, perché il bollettino aveva previsto “cielo sereno, stellato”.
Se da un lato il lavoro del tribunale faceva il suo corso, chi viveva del proprio raccolto aveva scarso interesse per gli strascichi giudiziari. La tempesta era una minaccia costante per frutteti e vigneti. Negli anni tra il 1961 e il 1975, i danni stimati nell’Astigiano erano stati di 50 miliardi di lire. Contadini e consorzi chiesero ripetutamente, e con più forza dopo ogni grave grandinata, di poter tornare a utilizzare uno dei metodi fino ad allora più diffusi, proibito per non interferire con i voli antigrandine: «Lasciateci almeno sparare i razzi», la richiesta che si levava dalle colline.
A inizio 1976 le province piemontesi avevano gettato la spugna. La difesa antigrandine con aerei, comunicarono all’astigiano Bruno Ferraris – allora assessore regionale all’Agricoltura, per il Pci – non sarebbe proseguita per via dei costi alti e dei risultati modesti. Pur confidando che la scienza avrebbe prima o poi escogitato un efficace sistema di difesa attiva, il mondo dell’agricoltura si orientò sempre di più verso le assicurazioni come unico e vero ombrello per ripararsi dai danni della grandine.

Le prime assicurazioni contro la “gragnuola” nel 1830 con Carlo Felice
L’Astigiano fu precursore in Italia delle politiche per l’assistenza agli agricoltori colpiti da calamità naturali.
Una completa cronaca di come si arrivò alle forme di copertura tutt’ora esistenti si trova nel volume scritto da Ettore Cussotto 35 anni di assicurazione grandine agevolata in provincia di Asti 1968-2002.
Le prime iniziative in tal senso risalgono addirittura al 1830, quando il re Carlo Felice diede mandato di istituire una “società di assicurazione contro i danni della gragnuola” che agiva in regime di monopolio. È nel 1952 che inizia la storia moderna della difesa passiva. In quell’anno nacque presso la Camera di Commercio il “Centro per lo sviluppo e la difesa antigrandine della Provincia di Asti”.
Lo scopo originario era quello di coordinare l’attività dei consorzi che gestivano i lanci dei razzi; quando tali consorzi furono soppressi per l’inefficacia del metodo, restò un’istituzione centrale nel dibattito che portò ai disegni di legge sulla cassa mutua nazionale e sugli strumenti per la solidarietà agli agricoltori.
Su iniziativa di movimenti ormai scomparsi come il Partito dei Contadini, fondato dal deputato costigliolese Alessandro Scotti, si diffusero negli anni Cinquanta manifestazioni e proteste cui aderì anche l’Aca Allenza Contadini Astigiani, vicina ai partiti di sinistra. Nacquero le “passeggiate dimostrative”: cortei di trattori e carri agricoli per offrire, tra le altre cose, una soluzione ai danneggiati dalla grandine. Fu lo stesso Scotti a proporre per primo, nel 1956, la costituzione di un “Fondo di solidarietà nazionale” in favore dei contadini.
Ma i disegni di legge del periodo, che avevano in comune il principio dell’obbligatorietà dell’assicurazione, non ebbero seguito.
Né maggiore fortuna ebbero varie forme di mutua locali. Nonostante tutto, la crescente attenzione sul tema portò alla legge 739 del 1960, che concedeva prestiti e sgravi alle aziende danneggiate.
Era un inizio.
Nel giugno ’63 la tempesta colpì il nord della Provincia, riaccendendo la rabbia di chi aveva perso tutto senza poter contare su un sostegno da parte delle istituzioni. I premi assicurativi restavano fuori dalla portata degli agricoltori se, come riportò allora La Stampa, molti di loro preferivano accettare il rischio di una grandinata ogni tre anni.


1968, i viticoltori invadono Asti con i loro trattori. Giornate di tensione e scontri
L’uva assicurata era soltanto lo 0,9% della produzione media provinciale. Il dibattito progredì solo in seguito all’ennesimo drammatico episodio di maltempo. A luglio, agosto e settembre 1967 l’Astigiano subì enormi danni.
Il ministro dell’Agricoltura Franco Restivo visitò le zone colpite e rimase profondamente colpito, ma proprio in virtù di questo divenne l’interlocutore di una delegazione che si incontrò con lui a Roma a più riprese. Insieme formularono un disegno di legge che prevedeva contributi alle associazioni di viticoltori che avessero organizzato un sistema mutualistico per la difesa contro la grandine.
Si arrivò alla discussione in Commissione, ma la legislatura si concluse e il progetto restò sulla carta. Amministrazione provinciale e sindacati restarono amareggiati per l’esito, ma nel 1968 ebbero l’intuizione di applicare a livello locale l’idea contenuta nel disegno di legge. Il presidente Pietro Andriano propose questo schema: la Provincia avrebbe pagato il 40% dell’ammontare del premio grandine uva spettante ai singoli agricoltori, con l’obiettivo di promuovere la diffusione dell’assicurazione anche tra i più scettici.
Le compagnie assicurative si resero conto che l’affare poteva essere importante e offrirono condizioni agevolate. Il fondo per quel primo anno fu finanziato per 65 milioni di lire dalla Provincia, 15 milioni ciascuna da Cassa di Risparmio di Asti e di Torino, 1 milione dall’Istituto San Paolo di Torino.
Con il solo voto contrario del Partito Comunista che non la riteneva congrua, la proposta di Adriano fu approvata dal Consiglio Provinciale.
L’efficacia del sistema fu subito messa alla prova. Il 10 agosto 1968, una delle più violente grandinate a memoria d’uomo danneggiò le colture, in particolare nel Sud Astigiano. Ad Agliano, Costigliole, Calosso, Canelli, Montegrosso, Isola e altri comuni limitrofi quell’anno non ci fu vendemmia.
Sulle 2.596 polizze totali stipulate quell’anno, che pure avevano moltiplicato di dieci volte il valore dell’uva assicurata nel 1967, gli assicurati nei comuni più colpiti erano pochi. Annota Cussotto nella sua cronaca: “Mancanza di fiducia? Timore che, ricorrendo all’assicurazione, si potesse in futuro pregiudicare il risarcimento diretto e totale a carico prevalentemente dello Stato, come richiesto e propagandato da qualcuno?”.
Non era una novità che la sinistra avesse posizioni critiche sulla diffusione delle assicurazioni, puntando il dito contro i profitti delle compagnie. L’iniziativa comunque fu replicata nel 1969 e altre province adottarono un provvedimento analogo. L’anno seguente, la copertura fu estesa ai frutticoltori.
Il mondo agricolo, però, non demordeva dalla richiesta di un fondo di solidarietà per un settore continuamente esposto alle calamità naturali. Proseguivano le “Giornate di protesta e lotta” che videro colonne di trattori dirigersi verso Asti, causando gravi disagi alla circolazione (vedi testimonianza a pp. 11). Furono denunciate per blocco stradale 122 persone tra contadini, sindacalisti e amministratori. La polemica cresceva.
Un primo provvedimento, il decreto legge 917 del 1968, andò incontro alle richieste. Per la Coltivatori Diretti si trattava di un buon primo passo, mentre di parere opposto erano le organizzazioni di sinistra a cominciare dall’Alleanza contadini, che chiedevano tra le altre cose l’aumento degli stanziamenti.

Le lotte del mondo agricolo e la conquista del fondo di solidarietà nazionale nel 1970
Ne seguì un’altra stagione di proteste, finalmente ascoltate quando fu votata dal Parlamento la legge 364 del 1970 che istituiva il tanto agognato fondo di solidarietà nazionale. In sostanza, regolava l’accesso al credito e ai contributi, agevolando inoltre gli
agricoltori dal punto di vista fiscale.
Ma la vera innovazione era la definizione, a livello nazionale, di consorzi cui era demandata la difesa attiva e passiva delle colture contro grandine, gelate, brinate. Nell’Astigiano ci fu soddisfazione, pur tra i distinguo delle diverse posizioni politiche: alla Camera, i democristiani Giovanni Giraudi e Giuseppe Miroglio sottolinearono che il provvedimento
nasceva da un’esperienza positiva nata nell’Astigiano; il comunista Oddino Bo rimarcò l’assenza di uno preciso strumento per l’indennizzo dei danni ai raccolti.
Primo a operare in Italia secondo i dettami della nuova legge, il “Consorzio Provinciale per la Difesa delle Colture Agrarie dalle Avversità Atmosferiche con sede in Asti” fu costituito nel 1971 e divenne in breve tempo il punto di riferimento per proprietari e contadini
nella difesa contro la grandine. Ancora oggi ha sede in corso alla Vittoria, l’attuale presidente è Roberto Cabiale, già presidente della Coldiretti astigiana.
Tra le grandinate più memorabili anche quella che devastò le vigne nel 1986, l’anno horribilis della viticoltura piemontese già piegata in primavera dalla scandalo del metanolo.
La tempesta è diventata anche un tema portato in piazza durante la sfilata del Festival delle Sagre, straordinario album vivente della memoria contadina.
Nel Duemila fu per merito della Pro Loco di Montaldo Scarampi, ispirata da Mario Renosio, direttore dell’Israt, che per l’allestimento si aggiudicò il primo premio in quell’anno e anche nel 2002. Quest’anno è stata Costigliole a riprendere il tema, riportando in vita la devastazione che seguì la terribile grandinata del 1968 (vedi articolo nella pagina seguente).
Fu proprio allora che diventarono più accese le proteste che chiedevano la creazione di un fondo di solidarietà per difendersi dalle catastrofi atmosferiche.
Guardando al futuro, la comunità scientifica è unanime nell’attendersi un’evoluzione climatica verso eventi meteo sempre più estremi e sempre più frequenti. Nel 2019 sono state rilevate in Italia 124 grandinate violente, pari a quasi il doppio di quelle registrate
nello stesso periodo dello scorso anno (+88%) secondo una analisi della Coldiretti sulla banca dati Europea Eswd sugli eventi estremi. Come possono difendersi i contadini del XXI secolo?
In alcune zone tra Langhe e Roero sono mantenute attive batterie di cannoni, mentre a cinquant’anni dall’affare Winchester i voli antigrandine sono tutt’ora considerati sperimentali. La Svizzera Italiana è il territorio su cui più di recente sono stati testati i
passaggi degli aerei che dovrebbero ridurre il rischio di precipitazioni violente.
Ma la vera evoluzione nella lotta alle avversità meteorologiche è quella che pian piano sta mutando i paesaggi agricoli. Distese di reti antigrandine hanno lentamente ricoperto vigneti e frutteti e rappresentano a oggi l’unico vero strumento per riparare le colture dalla furia dei chicchi di ghiaccio. Il loro costo, che si aggira sui 300 euro ogni mille metri quadri, è però sopportabile solo per le aziende agricole che vogliono proteggere colture molto
remunerative. Infatti finora si sono diffuse soprattutto sui vigneti di nebbiolo da Barolo e sui frutteti del Saluzzese.
I contadini, anche quelli di domani, dovranno restare vigili e saranno aiutati da sistemi di previsione meteo sempre più precisi. Ma i loro occhi sono destinati a restare fissi sull’orizzonte, in cerca delle nubi che annunciano la tempesta.











































