sabato 26 Novembre, 2022
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Sapienza antica e poteri magici dei settimini. Il caso dei Gerbi di Valle Andona, ogni zona aveva i suoi guaritori contadini

Contro le calamità della del cielo, i rischi dei viaggi e ogni altra possibile disgrazia, la gente delle campagne si rivolgeva ai setmin. I settimini, cioè coloro che nascevano prematuri di sette mesi, erano considerati in possesso di doti in grado di proteggere gente, bestie e campi. Ma era un dono che veniva tramandato solo in alcune famiglie, come i Gerbi di Valleandona. Fin da quando la nonna veniva chiamata dalla marchesa Alfieri al castello di San Martino, il loro nome era associato a straordinarie capacità di guaritori. Riconosciuti come espressione delle forze del bene all’interno della comunità, i setmin per i loro servizi non si facevano pagare. Le richieste venivano trascritte su un quaderno, c’era chi chiedeva la guarigione di un dente e chi augurava guai al prossimo.

Per ogni pericolo e per ogni ansia della vita contadina una preghiera e una benedizione

 

La storia della famiglia dei Gerbi, vissuta nelle campagne delle Valli Andonesi alla periferia nord-ovest di Asti, sembra emergere dall’epoca medioevale. In realtà essa è terminata appena un decennio fa con la morte dell’ultima erede, la quasi centenaria Carolina. È stata la storia di una famiglia di setmin, che tutti consideravano dotati di particolari poteri.  Una volta, di famiglie di setmin ce n’era una per ogni territorio, diciamo a mezza giornata di cammino. La gente doveva poterci arrivare a piedi con due o tre ore di strada. Compilando una mappa dei setmin presenti nel territorio astigiano nella seconda metà del 1900 ne troviamo almeno una decina sparsi nei vari territori della provincia a Nord e a Sud del Tanaro. In Toscana venivano chiamati guaritori agro-pastorali perché si pensava che avessero dei poteri particolari e miracolosi di guarigione soprattutto per chi viveva in montagna e in campagna. Quali erano questi rischi della vita contadina per i quali si andava per chiedere aiuto e consiglio dai Gerbi, prima dalla mamma Agostina, poi dai figli Pietro detto Pedrin, Luisa e Carolina? Un temporale, una grandinata sui campi, una malattia improvvisa, una epidemia degli animali della stalla, un brutto incontro fatto nel cuore dei boschi, un commercio andato male e mille altre paure per sé e per gli altri. Questi erano i rischi e le paure esistenziali ai quali la famiglia Gerbi, come quelle di tutti i guaritori contadini tradizionali, dava risposta. Soprattutto nelle campagne, ogni tempo della vita, ogni stagione dell’anno, ogni ora del giorno poteva essere portatrice di disgrazie prodotte da forze del male e del demonio. Nel mondo cattolico esisteva l’aureo libro del Rituale Romanum, comprendente centinaia di benedizioni divise in capitoli: preghiere per gli uomini e per le donne, per gli animali, per la natura, per le calamità del cielo, per i pericoli della notte, per i rischi dei viaggi e per ogni altra possibile disgrazia. Non esisteva pericolo o sventura che non avesse una speciale formula per rassicurare il fedele. Tutte le benedizioni erano rigorosamente in latino – Benedictio pecorum et armentorum… – ad accrescere il potere misterioso della formula rituale. Anche oggi, nel cuore delle società laiche, tutto ciò si ripropone con sorprendente continuità. Così è avvenuto fino a poco fa con le tre generazioni dei Gerbi. 

Il soggiorno di casa Gerbi quando era abitato dalla famiglia

Da San Martino Alfieri alle Valli Andonesi

 

La famiglia Gerbi, vissuta prima a San Martino Alfieri e poi nelle campagne valleandonesi, ha rappresentato per tre generazioni il mondo dei poteri da tramandarsi da padri in figli e tra fratelli e sorelle. Poteri tradizionali e sorprendenti per la salute del corpo e dello spirito, degli uomini e degli animali. Tali poteri ai Gerbi erano riconosciuti dalle popolazioni circostanti, fino all’ultima erede, Carolina, scomparsa nel 2010. La famiglia Gerbi aveva lasciato il paese di San Martino Alfieri quando la mamma Agostina, rimasta vedova, venne ad abitare a Valleandona nella casa del nuovo marito Giuseppe Gonella. La vedova Agostina aveva conosciuto il nuovo marito «venendo a portare al toro una sua mucca» nella cascina del Gonella a Valleandona.  Fin da quando i Gerbi abitavano a San Martino Alfieri – siamo nell’Ottocento – si dice che la nonna venisse chiamata nel castello dalla Marchesa per particolari problemi. Quindi una tradizione di guaritori di più generazioni. Ma la loro fama si accrebbe soprattutto con Agostina e alla sua morte con i suoi tre figli: Pedrin, Luisa, l’unica sposata che si  trasferì a Torino e tornò in famiglia da vedova, e Carolina. 

I ritratti che erano presenti nella cascina dai Gerbi a Valleandona

I poteri derivano dall’essere nati di sette mesi e con la “camicia”

 

La gente cominciò ad andare da loro quando aveva bisogno. Così iniziò “la fama” dei Gerbi e la convinzione che essi avessero dei poteri particolari per aiutare e per guarire. «Il setmin non si faceva pagare, aiutava la gente, era uno di loro. Era convinzione popolare che a possedere tali doti e poteri fossero soprattutto coloro che nascevano prematuri (settimini, ovvero con una gravidanza breve di soli sette mesi) e che fossero nati “con la camicia”, cioè avvolti nella membrana amniotica. Il settimino era uno della comunità, parlava il linguaggio della gente, non richiedeva parcelle economiche, conosceva tutte le risorse terapeutiche della cultura popolare. I settimini erano considerati figure deputate dalle forze del bene a garantire a bambini, anziani, donne e uomini e animali uno scudo protettivo contro le innumerevoli forze del male, sempre in agguato, in casa, fra i campi, nei boschi, sull’acqua, nelle stalle» (L. Berzano, C. Loschi, Liberami dal male, SEI, 2013, p. XlV). Anche nelle campagne alla periferia della città di Asti, l’immaginario collettivo popolare manteneva ancora nel Novecento un profondo rapporto tra sogno e realtà, tra mito e magia, tra natura e cultura. Tutto ciò che ci circonda, la terra, le acque, il cielo, il fuoco, gli alberi, la notte poteva essere popolato da forze negative sempre in agguato. Era intorno ai paesi contadini, alle croci e cappelle campestri, ai margini dei boschi, alle fonti di acque speciali, alle rocce ove era apparsa una figura divina e di cui si era trasmesso il ricordo, che era possibile trovare protezione dai pericoli del futuro e da quelli delle malattie. Luoghi sacri, considerati tali per eredità pagana o per qualche apparizioni e misteriosa. In questi luoghi si calmava l’angoscia; qui con l’immersione del corpo nelle acque si guariva dalla scabbia e da altre nauseanti malattie della pelle; qui la donna poteva vincere la sterilità, ritrovare la perduta lattazione; altrove, ancora, si potevano guarire o allontanare le malattie degli occhi. In particolare sulle colline e a fianco della radure boschive venivano posti segni religiosi rassicuranti attraverso la costruzione di una croce, di una cappella campestre, di un pilone. Sulle pareti di queste piccole costruzioni erano dipinti affreschi di santi, madonne, grazie ricevute. Più in antico la forza devozionale faceva sì che l’immagine della figura protettiva prendesse gli attributi dei bisogni, delle grazie richieste e da concedere (madonne del latte, del parto, del grano). 

Il dipinto detto “del Santo Padre” era al centro della devozione e delle preghiere. Si è scoperto che è un ritratto dell’800 raffigurante il vescovo francese San Francesco di Sales

Il rito del ricevimento davanti al quadro del “Santo Padre”

 

La cascina dei Gerbi, a Vallendona, nella pianura verso Baldichieri, divenne a poco a poco un luogo di guarigione e rassicurazione per la gente. I setmin accoglievano tutti. A volte si attendeva il proprio turno, quando Pedrin arrivava dalla campagna. Si passava uno per volta, seduti nel salone che avevano arredato con un lungo tavolo fratino di noce. Alla parete era appeso il quadro del Santo Padre: una figura austera e un po’ misteriosa, anche perché nessuno sapeva chi era, se non che «È il Santo Padre». Non era una raffigurazione divina, ma piuttosto uno “scienziato”  con barba e occhi fissi su chi rivolgeva lo sguardo.  

La marchesa Giulia di Barolo devotissima e seguace di San Francesco di Sales

Quel ritratto donato da Giulia di Barolo raffigura San Francesco di Sales

 

Questa tela datata primi anni del 1800 – rara in una famiglia di contadini – pare fosse stata donata loro dalla marchesa di San Martino Alfieri per riconoscenza verso la nonna dei Gerbi e da questa passata ai figli e ai nipoti. Studi successivi hanno dimostrato che il quadro è una copia del ritratto di San Francesco di Sales, il famoso vescovo francese morto a Lione nel 1622. Molto probabilmente è una dono della devotissima marchesa Giulia Falletti di Barolo ai marchesi di San Martino. La nobildonna Giulia di Barolo, ricchissima e mecenate, fu la prima ad accogliere e sovvenzionare nel suo palazzo di Torino don Giovanni Bosco che proprio per la comune devozione verso San Francesco di Sales chiamò i suoi seguaci “salesiani”.

 

Il quaderno delle suppliche e dei desideri

 

Il misterioso quadro sistemato al centro della sala della casa dei Gerbi era oggetto di devozione, sempre circondato da fiori e candele. I setmin invitavano i fedeli a rivolgersi al Santo Padre con preghiere e suppliche. Su un quaderno, in ogni pagina, ognuno scriveva la sua richiesta grazia (vedi scheda). Il setmin ascoltava, consigliava con mille cose che solo lui conosceva, diceva che cosa bisognava fare, a volte “segnava”, cioè imponeva la mano sulla parte malata, diceva di recitare le preghiere più tradizionali, invitava a pregare i propri morti. 

Santini: i Gerbi erano spesso chiamati a lenire le sofferenze di chi era colpito dal “fuoco di sant’Antonio”

Antiche malattie e paure il setmin segnava e rassicurava

 

Altre volte ripeteva qualche parola, come per allontanare il male con formule apotropaiche. In alcuni toccava piccoli indumenti del malato, come se per contatto o per somiglianza si producesse la guarigione e il male che si era impossessato del corpo venisse cacciato via. In particolare tutti dicevano che Pedrin avesse il dono di vedere: vedere cose che gli altri non vedono; e Carolina avesse il dono di sentire: sentire cose che gli altri non sentono. Secondo lo studioso Frazer, nella magia ci sono due princìpi: il principio di similitudine (il simile agisce sul simile), cioè la magia omeopatica o magia simpatetica. E il principio del contagio (cose che sono state in contatto continuano a influenzarsi reciprocamente anche a distanza), cioè la magia contagiosa. In un secolo e mezzo, dall’Ottocento al Duemila, i setmin della famiglia Gerbi hanno sempre avuto la stessa funzione: distribuire a chi andava da loro guarigione, protezione e rassicurazione. 

La tomba dei Gerbi nel cimitero di Valleandona ha sempre fiori freschi portati dai fedeli

Chi era colpito dal fuoco di Sant’Antonio si rivolgeva a loro con fiducia

 

Col tempo sono cambiate le paure, le malattie, i rischi esistenziali, ma l’insicurezza della gente è rimasta. Ce la raccontano i quaderni sui quali, chi andava dai Gerbi, scriveva la grazia da chiedere: guarigione da eczemi, asma, epilessia, disturbi ginecologici, difficoltà di crescita, ritardo mentale, otite, bronchite, emicrania, incontinenza, sterilità, dissidi familiari, problemi economici, insuccessi scolastici, ricerca del lavoro, malattie degli animali e tanto altro. Soprattutto per il fuoco di Sant’Antonio (il nome popolare dell’Herpes zoster, localmente noto anche come fuoco selvatico) l’intervento di Pedrin si diceva che fosse infallibile, anche quando la patologia si presentava contemporaneamente in due diverse parti del corpo. In questo caso in particolare Pedrin segnava il malato. I metodi per segnare sono due. Uno più “cristiano” prevede l’uso di tracciare dei segni di croce (ma anche circolari) sulla parte interessata o intorno ad essa con la mano destra bagnata di acqua benedetta o con crocifissi, medaglie o anelli preferibilmente d’argento e con la invocazione di Dio Vergine e Cristo. L’altro metodo ha un carattere più “profano” e segue il principio analogico per cui il fuoco si scaccia col fuoco e prevede l’uso di tracciare dei segni di croce, di cerchio o di stella a cinque punte (nota come gruppo di Salomone) intorno alla parte interessata con pezzi di brace appena tolta dal fuoco o candele accese o piccoli pezzi di legno (anche di olivo benedetto) ai quali si è dato fuoco con un fiammifero. Le parole associate erano composte di tre formule, ma senza riferimento a elementi della religione. Tra le richieste di intervento non mancavano anche desideri di sistemazione familiare «che l’esame vada bene e che trovi un fidanzato» o economici  «che possa risolvere i problemi e non fallire».

Uno scorcio dall’alto della cascina dei Gerbi che ora è stata posta in vendita

Il setmin ascoltava e invitava a pregare

 

La visita del settimino a volte precedeva la visita del medico o la seguiva, oppure era considerata come una normale integrazione, secondo un modello che prevede le fasi seguenti: medico settimino oppure settimino chirurgo. In questa sequenza/selezione attraverso la quale l’individuo cerca una soluzione ai propri problemi, il rimedio minimo in rapporto al medico e al chirurgo è il settimino. Ma in alcuni casi è anche il rimedio ultimo, quando né il medico né il chirurgo sono più sufficienti. Il confronto con i rischi esistenziali, specie quelli relativi al proprio corpo (malattia, intervento chirurgico, ricovero ospedaliero, stato di debolezza) hanno sempre attivato negli individui atteggiamenti e pratiche di guarigione “fai da te” che li hanno indotti a ricercare rassicurazione e aiuto in più direzioni: medicina ufficiale, settimino, istituzioni cattoliche. Quando il devoto entrava in contatto con il setmin faceva l’esperienza di un misterioso universo terapeutico di parole, gesti, rituali, terapie. Poche parole, secondo il detto latino «Dictum sapienti sat est» (Al saggio basta una parola). L’invito del settimino era sempre alla fiducia, all’attesa, a ritornare a casa tranquillo, a pregare un santo particolare, a invocare i defunti. Spesso prescriveva delle erbe e altri rimedi della campagna. Operazioni rituali, preghiere dal carattere esorcistico, alcune pratiche nel “segnare” parti del corpo del devoto, pozioni e polveri commestibili, talismani e altri oggetti dal valore apotropaico, riconducono gli eventi della vita quotidiana sotto l’influenza e il controllo di poteri non quotidiani. In molta parte delle pratiche dei setmin dei Gerbi stava il principio che si trova ancora oggi sull’insegna della Spezeria dell’ospedale di Santa Maria della Scala in Siena: «herbis, non verbis» (erbe e non parole) e che i manuali del tempo spiegavano in questo modo: «morba non eloquentia sed pharmacis curantur», cioè, le malattie si curano non con le disquisizioni filosofiche, ma con la ricerca, che appare destinata a reggere il cammino della medicina. Nel medioevo, la Spezeria era ovunque parte integrante dei grandi ospedali. Per ovviare al costo spesso elevato delle piante medicinali che provenivano da paesi lontani sono sorti gli Orti Botanici. Un ricettario fiorentino del 1498, riproposto fino a oggi, può considerarsi la prima farmacopea dei nostri tempi. Oggi della famiglia Gerbi, che era in buoni rapporti con la chiesa e ha lasciato i beni alla parrocchia, è rimasto un ricordo vivo nelle campagne e anche tra i loro seguaci in città. La loro cascina è stata messa in vendita. Con il ricavato a Valle Andona potrebbe risorgere il circolo con annesso un centro studi sulla spiritualità contadina. Nel piccolo cimitero della frazione, tra i boschi a poca distanza dalla famigerata discarica che fu al centro delle battaglie ecologiche e giudiziarie degli Anni Settanta e Ottanta, i Gerbi sono raccolti in una sola tomba di pietra grigia. Ci sono le loro fotografie, le date di nascita e di morte, senza altro segno che li possa indicare come setmin. Ai loro piedi non mancano mai fiori freschi, segno di riconoscenza che non si è spenta verso chi ha dato agli altri momenti di conforto, ascolto e speranza.   

La Scheda

 

Luigi Berzano, coautore del volume “Liberami dal male”, docente universitario e parroco di Valleandona

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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