La nascita nel 1937 del Centro Nazionale di Studi Alfieriani in contemporanea con quelli dedicati a Leopardi e Manzoni


L’astigiano Bruno Gambarotta, con la consueta ironia, annota come Asti abbia intitolato a Vittorio Alfieri il corso e la piazza principale, ma anche il teatro, il liceo classico, una società di atletica e attività commerciali varie, tintorie, bar, pizzerie ecc. Ad Alfieri è stato dedicato anche un cioccolatino.
Un legame che dovrebbe avere nel Centro Nazionale di Studi Alfieriani, trasformato in Fondazione, il cuore pulsante dell’attività di ricerca e promozione su e con Vittorio Alfieri.
L’istituzione ha invece avuto un rapporto altalenante con la città che la ospita. Anni di grande impegno ed altri periodi più smorti, con presidenti distanti e distaccati. Ora, dopo i tormentati decenni di chiusura, il palazzo natale è
tornato visitabile, ma si è aperta una polemica sul ruolo e il destino del Centro studi Fondazione Alfieri.
Le dimissioni del presidente Boggione, alla vigilia del Natale scorso, hanno alimentato discussioni, interventi e prese di posizione. Si è paventato anche un trasferimento a Torino del centro di ricerca e non sono mancati gli appelli.
Astigiani ripercorre la storia di questa istituzione culturale che merita sicuramente maggiore attenzione e impegno per non disperdere il legame tra Vittorio Alfieri e la sua città natale.
Con il Regio decreto del 5 novembre 1937 n. 2021 fu fondato ad Asti, nel palazzo in cui Vittorio Alfieri nacque nel 1749, il Centro Nazionale di Studi Alfieriani. Lo stesso anno, videro la luce anche i centri nazionali dedicati
a Leopardi, a Recanati, e a Manzoni, in via Morone a Milano. La scelta ministeriale fu di unire e valorizzare in un’ideale identità di intenti i centri studi dedicati ad altrettante personalità di primo piano del panorama culturale italiano e internazionale.
Per ogni centro era prevista la Casa-museo con biblioteca e archivio storico. Secondo i compiti statutari previsti dalla legge istitutiva, il Centro aveva il compito di promuovere e coordinare gli studi e le ricerche intorno alla vita e alle opere di Vittorio Alfieri, mediante “la raccolta e la conservazione, nella Casa di Alfieri, di autografi, libri e cimeli, in essa istituendo un’apposita biblioteca e una sala iconografica”, promuovendo “l’edizione critica nazionale delle opere del Poeta” e “la pubblicazione di monografie critiche”, “la pubblica
rappresentazione delle sue opere drammatiche e l’opportuna promozione di altre manifestazioni celebrative”, “l’apertura al pubblico della Casa d’Alfieri dotata di materiale divulgativo”.
Ripercorrere le fasi di vita del Centro Studi, attraverso i documenti d’epoca, i registri, la corrispondenza fra studiosi, le raccolte di firme dei visitatori, le testimonianze giornalistiche e la documentazione fotografica, apre la prospettiva di ulteriori ricerche su decenni di vita culturale italiana, in ambito letterario e teatrale, e consente di meglio comprendere storia e cultura della
città di Asti e del rapporto con il suo “figlio” più illustre.
Vediamo quindi le varie fasi di vita di questa istituzione culturale. Lasciato in eredità nel 1904 da Leonetto Ottolenghi, mecenate astigiano, al Comune di Asti, che ne entrò in possesso nel 1914, Palazzo Alfieri fu dichiarato “monumento nazionale” con il Regio Decreto n. 1724 del 17 dicembre 1922,
e ospitò il Museo del Risorgimento e la collezione archeologica cittadina.
La Casa-museo nella dimora settecentesca


Sfogliando il piccolo catalogo, edito ad Asti dalla tipografia Paglieri&Raspi nel
1926, ci si immerge nel percorso di visita che precedeva l’istituzione del Centro Nazionale Alfieriano. Dopo l’ingresso, si succedevano l’anticamera e la cosiddetta “sala Montpellier”, destinata a ospitare parte dei documenti alfieriani, restituiti solennemente alla città di Asti dalla città di Montpellier il 1° aprile 1923.
Nella “camera natale” di Alfieri, il letto in noce ostentava un baldacchino di seta color giallo chiaro. Volgendosi dalla parte opposta, il visitatore incontrava, secondo una segmentazione degli spazi in seguito scomparsa, il “salotto orientale”, il “salotto delle pitture varie”, la “sala Pittatore” e,
infine, il “salone del Risorgimento”, ricavato dallo stesso Leonetto Ottolenghi verso il giardino di levante. Chiudeva il percorso la “sala degli artisti astigiani”, adibita, in seguito, a direzione del Centro Nazionale.
Con la nascita del Centro Nazionale di Studi, al quale vennero assegnati tutti
i locali al piano nobile del Palazzo e i locali a sinistra dell’ingresso, al piano
terreno (Deliberazione Podestarile in data 9 agosto 1938-XVI), si verificò
una complessiva risistemazione degli spazi espositivi cittadini, al fine di dare
spazio a Museo, Biblioteca e Archivio Alfieriani, realtà complementari con
compiti di conservazione e tutela, ricerca e promozione previsti dallo Statuto.
Nelle carte dell’epoca, si pongono in evidenza i criteri che dettarono l’allestimento, ispirato a una rigorosa indagine filologica, nel rispetto degli arredi settecenteschi.
La “cattedra” nel salone d’onore e i 7 bozzetti di Manzone sulla vita del poeta

Dove, prima della nascita del Centro Nazionale, era il “salone del Risorgimento”, l’architettura venne radicalmente modificata. Si legge: “Da una pletora di cornici, capitelli floreali, di zoccoli di stile barocco, essa venne ridotta a una linea semplicissima e d’intonazione romana.
I quattro grandi finestroni vennero notevolmente abbassati e muniti di ricche
vetrate a telaio”. Qui, fu posta la cosiddetta “cattedra”, costruita dal falegname Biga di Asti, su disegno dell’architetto Mencarelli, con le due maschere in bronzo, personificazione della Tragedia e della Commedia, opera dello scultore Adriano Alloati di Torino.
Non manca l’indicazione delle scritte sulle pareti del salone, incise nell’intonaco, a mantenere un nesso costante con la celebrazione risorgimentale del poeta. Da queste carte, ricaviamo che, nei primi anni di vita del Centro Nazionale, “una tela provvisoria” fu applicata sulla parete
a sfondo della “cattedra”, nell’attesa di essere affrescata, ispirandosi a episodi
salienti dell’autobiografia di Alfieri.
Quando si decise di abbandonare il progetto, rimasero sette bozzetti illustrativi della Vita, a matita colorata su cartone, risalenti al 1940 e firmati dal pittore astigiano Giuseppe Manzone.
Alfieri fu “adottato” dal fascismo come personalità di spicco dello spirito
nazionale.
In quegli anni il podestà di Asti Vincenzo Buronzo scrive al “Senatore e Amico” Giovanni Penna, in data 13 novembre 1939, e propone un “ben
più vasto e vitale progetto”, quello di creare in città, nel nome d’Alfieri, un
“Teatro della Rivoluzione”, con evidente strumentalizzazione del pensiero del
poeta, soggetto a opposte interpretazioni: nel segno della propaganda, da parte del regime, e, all’opposto, in chiave “laica” e priva di condizionamenti, da parte di un intellettuale liberale come Piero Gobetti.
La Biblioteca Alfieriana figlia del lascito ad “Asti antiqua città”
Ma molti libri di Alfieri passano al Fabre e finiscono a Montpellier

Prioritario fu l’impegno per organizzare una Biblioteca specialistica. Nel 1797, in una lettera da Firenze al letterato e uomo politico astigiano Francesco Morelli, conte di Aramengo, facendo riferimento ai libri della biblioteca fiorentina ed esprimendo il timore che “si dovessero disperdere un’altra volta”, come era accaduto a quelli della biblioteca parigina requisiti nei
giorni della rivoluzione, Alfieri manifestava l’intenzione di “farne un lascito alla nostra città”.
Il Morelli, in data 29 marzo, si rallegrava del “naturale pensiero” di regalare libri a una città “veramente mancante di libri classici di scelta letteratura” e l’Alfieri scrisse di suo pugno, in data 7 aprile 1797, il famoso sonetto Asti, antiqua Città, “in testimonio”, affermava, “del mio affetto per quel dolce terren ch’io toccai pria”, al fine di lasciare ad Asti “una qualche memoria […] che non le riuscisse inutile del tutto”.
Il poeta alludeva alle proprie carte come a un tributo filiale da rendere alla
città, professandosi cittadino astigiano, nonostante il volontario e orgoglioso
“esilio”. Il suo verso di esortazione suonava a monito oltre la morte, affinché ai libri fosse consentito moltiplicarsi e porsi a stimolo di crescita culturale e civile, “esca, all’ingegno”.
In realtà, per una sorta di beffa del destino, anche i libri della biblioteca fiorentina, ereditati dalla Contessa d’Albany, erede universale del poeta, presero le vie della Francia, quando, a un anno dalla sua morte, nel 1824, il pittore Fabre, suo erede, li portò con sé, lasciando Firenze per trasferirsi a Montpellier, sua città natale.
La Biblioteca Laurenziana a Firenze, in particolare per i manoscritti, e il Centro Nazionale astigiano hanno comunque un ruolo fondamentale nella conservazione del patrimonio di manoscritti e libri alfieriani.
La Biblioteca specialistica trovò pertanto sede, nei primi anni di vita del Centro, nel grande salone di Palazzo Alfieri, luogo deputato allo studio e alla ricerca, nonché alla conservazione anche di volumi preziosi e rari appartenuti al poeta, comprese prime edizioni settecentesche delle sue opere, contrassegnate da firme autografe e altre note manoscritte di possesso, in relazione alle quali si procedette, in anni recenti, a una digitalizzazione mirata dell’esistente, per consentire una consultazione in sicurezza.
Il ricco archivio di carte e manoscritti
Se il patrimonio della biblioteca ha provenienza varia – alcuni volumi vennero
lasciati in donazione dai Marchesi Alfieri di Sostegno e da collezionisti privati,
acquistati sul mercato antiquario o procurati dal Comune di Asti –, anche
il folto corpus alfieriano di manoscritti, consistente in oltre tremila carte
provenienti dalla Biblioteca Municipale di Montpellier, dalla famiglia Colli di Felizzano e da donazioni, come quelle della Cassa di Risparmio di Asti (raccolte Cora e Baillou), comprende documenti assai preziosi, relativi alla vita e all’opera dell’autore.
In particolare, il fondo Alfieri di Cortemilia, che copre un arco cronologico dalla fine del XV secolo al primo decennio dell’Ottocento e che fornisce dati
interessanti relativi alle attività economiche della famiglia – nota anche come
Alfieri-Bianco, una fra le più antiche e rilevanti del patriziato locale – pervenne al Centro Nazionale con quello dei Colli Ricci di Felizzano.
L’archivio degli Alfieri aveva seguito, infatti, il destino dell’ultima discendente della famiglia, Giulia (1747- 1826), sorella di Vittorio, che aveva sposato, nel 1764, il conte Giacinto Canalis di Cumiana. A loro volta, i Canalis si estinsero con i figli di Giacinto e Giulia, fra i quali Marianna Cristina, moglie del marchese generale Luigi Colli Ricci.
Nei lunghi anni di ristrutturazione e restauro del Palazzo (2000-2017),
l’Archivio fu temporaneamente diviso in complessi documentari, accolti presso la sede centrale della Cassa di Risparmio di Asti e presso l’Archivio di Stato di Asti, dove tuttora si trovano, in attesa del rientro nella sede deputata di Palazzo Alfieri, ultimo tassello del riallestimento dei beni del Centro Nazionale.
L’Edizione nazionale delle opere di Vittorio Alfieri e le altre pubblicazioni
Il ricco archivio di carte e manoscritti

Nel frattempo, tuttavia, è stato portato a compimento, in accordo con la competente Soprintendenza ai beni archivistici, un attento lavoro di riordinamento delle carte e pergamene, procedendo, grazie a successivi contributi, dal restauro al condizionamento, dalla reinventariazione alla digitalizzazione delle Carte Alfieriane, di Tommaso Valperga di Caluso e di Francesco Morelli; di quelle degli Alfieri Bianco di Cortemilia, dei Canalis di Cumiana, dei Colli di Felizzano e dei Cambiano di Ruffia.
L’opera monumentale portata a compimento dal Centro Nazionale è stata,
sul fronte editoriale, l’Edizione Nazionale delle Opere di Vittorio Alfieri, in oltre
quaranta volumi, recanti l’indicazione “Asti. Casa d’Alfieri”.
Compito statutario fondamentale, ha coinvolto per oltre mezzo secolo studiosi di letteratura italiana in un lavoro filologico condotto sui manoscritti del poeta, fornendo per ogni opera la possibilità di raffronto fra le successive
stesure, così da introdurre il lettore nell’affascinante e complesso laboratorio di scrittura di Alfieri.
Avviata nel 1951 con l’edizione critica della Vita scritta da esso, a cura di Luigi Fassò, in due volumi – il secondo contenente la prima redazione inedita e altri scritti autobiografici – la collana è avanzata in quegli anni a ritmo serrato.
Seguirono, lo stesso anno, il primo volume degli Scritti politici e morali, a cura di Pietro Cazzani e, con cadenza annuale, i primi volumi delle tragedie, Filippo (1952), Polinice e Antigone (1953), Virginia (1955) ecc., in contemporanea ai tre volumi delle Commedie, a cura di Fiorenzo Forti, dal
‘53 al ’58; a quello delle Rime, a cura di Francesco Maggini, nel 1954; ai tre volumi dell’Epistolario, a cura di Lanfranco Caretti (1963, 1981, 1989).
Terminata l’edizione delle Opere, si sta provvedendo alla pubblicazione in più
tomi di volumi di strumenti, a corollario dell’Edizione Nazionale, riguardanti in
particolare la vastissima bibliografia della critica e la ricostruzione ideale delle
biblioteche di Alfieri, da quella dispersa a Parigi a quella fiorentina, trasferita a Montpellier, testimonianza del mondo di letture e dell’intima passione di raffinato bibliofilo del poeta.
Le Celebrazioni Alfieriane del 1949 e del 1999-2003

Ai volumi dell’Edizione Nazionale sono da sommare, in campo editoriale, nel corso degli anni, gli otto numeri della rivista Annali Alfieriani; i volumi della collana Studi e Documenti, pubblicati dagli Anni Novanta dall’editore Mucchi di Modena; la collana Alfieriana, varata, in anni più recenti, dalle Edizioni dell’Orso di Alessandria.
Decine di strumenti preziosi, coltivando da anni il progetto di una collana dedicata alle opere, con edizioni agili, accuratamente commentate, economiche e accessibili: didatticamente efficaci, per una più ampia promozione della conoscenza del poeta.
Un capitolo particolarmente intenso della storia del Centro Nazionale riguarda i primi anni del dopoguerra, durante i quali fu prioritario l’impegno per la realizzazione delle manifestazioni del 1949, anno del bicentenario della nascita di Alfieri. Anche il giardino del palazzo, spazio erboso chiuso da cespugli di rose e qualche abete accanto al grande platano, presto assunto tra
i simboli della città (piantato nel 1849 proprio in occasione del primo centenario della nascita del poeta), più volte risuonò delle voci degli interpreti del teatro alfieriano, in allestimenti che fecero storia.
Nei decenni centrali del Novecento, infatti, il Centro patrocinò numerose rappresentazioni di tragedie alfieriane, susseguitesi, come i volumi dell’Edizione Nazionale, con cadenza quasi annuale, con scenografie di Eugenio Guglielminetti e l’impegno di registi diversi, da Gianfranco De Bosio (Antigone, 1953; La Congiura de’ Pazzi, 1958; Antigone, 1959; Virginia, 1962, quest’ultima in collaborazione con Franco Parenti) a Franco Enriquez (Saul, 1954); da Pietro Cazzani (Ottavia, 1955) a Enrico Maria Salerno ed Edmo Fenoglio (Oreste, 1956); da Vito Molinari (Filippo, 1965) a Paolo Giuranna (Il divorzio, 1967).
E ancora, in anni più recenti: Paolo Poli (La finestrina, 1970), Massimo Scaglione (Io disperatamente amo… e indarno, 1995, da Mirra), Massimo De
Rossi (Il giudizio universale, 1996).
Dopo l’avvio, con crescente attenzione di pubblico in città, dai primi Anni Novanta, dei cicli di “conferenze-spettacolo” con relatori, attori e musica, il quinquennio delle Celebrazioni Alfieriane per il 250° anniversario della nascita e il 200° anniversario della morte di Alfieri (1999-2003) consentì di attuare, grazie alla nascita di un Comitato Nazionale per le Celebrazioni, presieduto
dal Rettore dell’Università degli Studi di Torino prof. Rinaldo Bertolino, un programma internazionale di iniziative di ampio respiro.
Alle giornate di studio – da Asti e Torino a Firenze, da Macerata a Padova, da Roma a Catania, da Verona a Napoli, da Parigi a Londra, da Madison a Berlino – fecero da contraltare le iniziative locali, in collaborazione con il Comune di Asti, altri enti e istituzioni con l’obiettivo di coinvolgere pubblici diversi per età e formazione.
Negli ultimi anni, la volontà di ripresa del teatro alfieriano si è riaffermata con un progetto di formazione di giovani attori grazie all’impegno della Fondazione “Gabriele Accomazzo per il Teatro”, con master annuale e successivo allestimento, con regia di Marco Viecca, dall’Antigone del gennaio 2016 all’Ottavia del 2018, oltre ad altre iniziative, come la mise en espace di Agamennone nel 2017; la Maratona Alfieriana in “Asti Teatro 2018”; gli
spettacoli per le scuole; i dialoghi di Una vita da romanzo, testo drammaturgico di Carla Forno, nel dicembre 2020.
Dal 2002 la trasformazione in Fondazione
Il cambio di veste giuridica (da ente nazionale a soggetto di diritto privato) si compì a seguito di un lungo iter burocratico, avviato da un Decreto Legge del 1999 e culminante con l’approvazione dello Statuto e la firma dell’Atto costitutivo in data 18 dicembre 2002, le nomine nel corso del 2003, l’insediamento nel gennaio 2004.
Fondazione venne concepita “quale persona giuridica di diritto privato, per trasformazione del Centro Nazionale di Studi Alfieriani, istituito con R.D.L 5 novembre 1937 n. 2021, subentrando in continuità di esso negli scopi e nei rapporti giuridici” (Statuto, art. 1). Nel segno della continuità si indicarono anche gli intenti e gli obbiettivi, a iniziare da “quello di promuovere e coordinare gli studi e le ricerche intorno alla vita e alle opere di Vittorio Alfieri, alla sua epoca ed a quelle successive comunque influenzate dal suo retaggio, ai movimenti storici, culturali e politici che a lui si riferiscono” (Statuto, Art. 1).
Restauro e riallestimento del Palazzo dal 1996 al 2017

Per compito statutario, la Fondazione deve provvedere alla “Edizione Nazionale delle opere di Vittorio Alfieri anche con il continuo aggiornamento di essa mediante la considerazione e l’inserimento di documenti originali prima non rilevati o non conosciuti, e mediante l’apporto dei nuovi contributi della critica; ad altre edizioni anche minori per soddisfare esigenze divulgative; alla raccolta ed alla conservazione nella Casa d’Alfieri di autografi, libri, cimeli; alla conservazione ordinata delle iconografie alfieriane;
alla formazione e all’aggiornamento di una biblioteca come centro di informazione per gli studiosi della vita e delle opere di Alfieri; alla pubblicazione di monografie critiche e comunque di testi ritenuti utili per la conoscenza non solo della vita e delle opere di Alfieri, ma anche degli orientamenti di pensiero in ordine ad esse; alla collaborazione in relazione a progetti di rappresentazione del Teatro Alfieriano per assicurare criteri di rigore interpretativo; all’apertura al pubblico della Casa d’Alfieri con la mostra delle edizioni delle opere, dei documenti e dei cimeli ed in genere di quanto conservato ed ordinato” (Statuto, Art. 2).
Prima della chiusura al pubblico nel 1996 e del successivo svuotamento dei locali, in vista dei lavori di riqualificazione funzionale, restauro e riallestimento degli spazi, il Museo Alfieriano comprendeva al primo piano del Palazzo le stanze dell’appartamento in cui Vittorio Alfieri nacque e una sezione teatrale, relativa agli anni centrali del Novecento.
Scuola, ricerca e nuove iniziative legano Asti e il suo poeta
La Biblioteca, posta nel salone, destinato, dall’origine nel 1937, anche a spazio per conferenze e convegni, era attigua allo spazio museale e ne costituiva un prolungamento, ospitando sia i beni librari, antichi e moderni, sia quelli archivistici.
Il Progetto scientifico, a firma del direttore Carla Forno, deliberato nel 2005 dal Consiglio direttivo e da quello di amministrazione, e approvato, unitamente al progetto definitivo, dalla Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico del Piemonte il 29 novembre, comportò
un ripensamento complessivo dell’offerta museale, affinché restituisse il riallestimento della dimora nobiliare, ma offrisse anche un percorso didattico sulla vita di Alfieri e sulla sua fortuna teatrale, grazie a un intenso lavoro di ricerca ed elaborazione di testi e fonti iconografiche e multimediali e a un considerevole ampliamento dello spazio espositivo: cosa che fu resa possibile
dal trasferimento della Biblioteca in consultazione dal piano nobile al piano terreno del Palazzo e dalla destinazione della sezione antica della Biblioteca e dell’Archivio nella saletta tradizionalmente adibita a sede della Direzione e stanza di rappresentanza del Centro Nazionale.
C’è la duplice esigenza di scientificità e divulgazione, di efficacia didattica ma anche di suggestione, tanto più forte quanto più l’Alfieri – versatile e passionale, irrequieto e contraddittorio, scrittore e uomo di teatro, bibliofilo e spettatore delle grandi rivoluzioni di fine Settecento – stimola a un approccio interdisciplinare, fra letteratura e teatro, storia e pensiero politico, musica e arti visive.
La Fondazione ha seguito il restauro e l’allestimento didattico multimediale del museo, nel contesto dell’ingente impegno finanziario congiunto di Comune di Asti e Regione Piemonte, in prima linea, e Fondazioni bancarie, dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Asti alla Compagnia di San Paolo, alla Fondazione CRT.
La sezione didattica ha riaperto al pubblico il 12 maggio 2016, mentre il percorso di visita si è arricchito delle stanze dell’appartamento dal 16 gennaio 2017, anniversario della nascita del Poeta. Fra la primavera 2018 e il gennaio 2019 è stata riaperta la Biblioteca in consultazione.
Dall’inverno 2018-2019, con la nascita della Fondazione Asti Musei, il Palazzo è stato incluso a pieno titolo nell’offerta culturale e turistica cittadina. Nel 2020, con l’emergenza sanitaria, si è bloccata la fruizione diretta del palazzo che era in forte ascesa di visitatori.
In questi anni non sono mancati, per la Fondazione, risultati gratificanti. Si pensi all’opportunità di mostre prestigiose per le carte dell’Archivio Alfieriano, esposte alla Biblioteca Reale di Torino nel 2001; alla Bibliothèque Mazarine di Parigi nel 2003; a quella Laurenziana di Firenze, fra 2003 e 2004.
Analogamente, per ricordare le occasioni principali, il ritratto di Vittorio Alfieri,
opera di F.-X.-Fabre, è stato esposto nel 2008 al Museo Fabre di Montpellier, città natale del pittore, e alla Galleria di Arte Moderna di Torino; nel 2011 alla Reggia di Venaria e a Palazzo Pitti a Firenze.
La Scuola di Alta Formazione “Cattedra Vittorio Alfieri”, al XV anno nel 2021, ha confermato la validità di un impegno su scala internazionale, ospitando ad Asti, tramite borse di studio, dottorandi e dottori di ricerca, provenienti da varie Università italiane e straniere: Germania (Berlino, Potsdam, Wittemberg), Austria (Innsbruck, Graz), Francia (Parigi), Inghilterra (Oxford),
Grecia (Atene), Bielorussia (Minsk), Giappone (Kyoto).
Dallo scorso anno, in modalità telematica anche dall’Università di Buenos Aires, a conferma della possibilità di stringere rapporti internazionali sempre più intensi, tramite un autore capace di parlare alla tormentata realtà del presente e di coinvolgere anche i giovani.
Alcune iniziative legate al Centro alfieriano hanno avuto, negli anni, risonanza locale e nazionale e restano nella memoria della città: il Certame alfieriano, svoltosi dal 1999 al 2013, in collaborazione con il Liceo Classico “Vittorio Alfieri” di Asti e alla Cioccolata del Conte – degustazioni, letteratura e musica
– organizzata per più anni consecutivi, dal 2003 in avanti, in collaborazione con la Camera di Commercio. Detto questo, si dovrà riflettere con coraggio sul presente e sul futuro, per riaffermare un ruolo costruttivo.
Attraverso un “museo letterario”, una “casa-museo”, si può parlare del passato e del presente. Quindi, del futuro. La letteratura conduce alla musica, all’arte, alla storia, alla vita e viceversa, in nome delle eterne domande su vita e morte, amore e violenza, memoria e potere. In nome di quei valori morali e civili che la Poesia preserva.
L’esperienza durissima della pandemia ha confermato che cultura ed economia sono strettamente interdipendenti e “fare cultura” garantisce la crescita collettiva di un territorio. Guardare al futuro è unire le forze.
Visto su Astigiani
n. 3, marzo 2013 C. Forno, Alfieri e le donne. I turbolenti amori del poeta astigiano
n. 15, marzo 2016 C. Forno, La biblioteca dell’Alfieri a Montpellier senza passare per Asti
n. 19, marzo 2017, pp. 104-106 C.Forno, Palazzo Alfieri. La casa del poeta ora deve vivere
n. 27, marzo 2019, C. Forno, Ecco come Asti celebrò i 200 anni della nascita di Alfieri
n. 28, giugno 2019, p. 12 C. Forno, Quando nel 1791 Alfieri “vide” la luna con il cannocchiale
n. 30, dicembre 2019 C. Forno, L’epica carovana di Vittorio Alfieri. L’impresa del poeta da Londra a Torino e poi a Siena con quattordici cavalli
n. 31, marzo 2020 C. Forno, Tra Alfieri e Dante il filo rosso della poesia











































