Cento anni fa l’Astigiano viveva la sua guerra di retrovia

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Una copertina de La Domenica del Corriere del luglio 1915. La didascalia sotto la tavola disegnate da Beltrame “Guerra modernissima: i nostri lanciano granate a mano nelle trincee nemiche distanti pochi metri”

Le notizie dal fronte, il caro prezzi, l’arrivo dei feriti e dei prigionieri

 

Cento anni fa nell’Astigiano non si udivano il rombo del cannone e neppure il crepitare delle mitragliatrici, ma la guerra di retrovia era una realtà ben presente e non solo perché furono richiamate durante gli anni del conflitto le leve dal 1856 al 1899 (i famosi “ragazzi del Novantanove”). Moltissimi avevano parenti al fronte, chi un figlio (e spesso anche più di uno) chi il marito o un fratello. Le comunicazioni non erano facili, lettere e cartoline provenienti dalle o dirette alle zone di guerra erano sottoposte a una rigida censura. Ufficialmente risulta che i cittadini astigiani chiamati a combattere furono 5500, ad essi vanno aggiunti i combattenti del circondario, in numero difficile da quantificare (Asti allora faceva parte della provincia di Alessandria) ma da calcolarsi in non meno di 10 000 unità. Per aiutare loro e le loro famiglie sorsero in città e nei vari centri del circondario numerosi comitati, alcuni organizzati dagli enti pubblici o dalla Croce Rossa, altri sorti spontaneamente tra la popolazione, con lo scopo di raccogliere fondi – con serate benefiche, aste, banchi di beneficenza – e confezionare indumenti da inviare alle truppe, soprattutto abiti invernali per far fronte al clima rigido degli inverni trascorsi sulle montagne e nelle trincee. Valeva la regola dell’esercito sabaudo che consentiva agli arruolati di portarsi vestiario ed equipaggiamento da casa. Le classi più povere però si presentavano ai distretti senza nulla, bisognosi di scarpe, fasce, maglie, oltre che delle armi e delle divise. L’elmetto in metallo fu introdotto solo negli ultimi mesi del 1915. Molti ufficiali invece avevano una loro “dotazione” personale e i giornali iniziarono a ospitare pubblicità a pagamento di cinture, guanti, scaldamani da sentinella ecc. I giornali riportano la notizia – siamo nel marzo 1916 – che un comitato di Asti ha già spedito al fronte oltre centomila scalda-rancio, dei rotolini di carta imbevuti di paraffina che, accesi, permettevano ai soldati di scaldare il cibo nella gavetta, con un grazie alla Banca Credito Italiano fornitrice della carta e al canonico Mazzetti, direttore del Michelerio, che concesse al comitato l’uso della macchina tagliacarta. Gli scalda-rancio furono realizzati in milioni di pezzi in tutt’Italia. 

Si spediscono ai soldati i rudimentali  scalda-rancio di carta e paraffina

 

Fu creato anche un laboratorio comunale per la confezione di indumenti militari, in cui le operaie erano retribuite meglio che nei laboratori privati, e anche di quanto pagavano i comitati analoghi di Torino e di Alessandria. Questo fatto creò malcontento nelle ditte concorrenti, che trovarono una cassa di risonanza nel giornale Il Cittadino, al punto che l’attività del comitato fu di fatto paralizzata dalla forte diminuzione delle offerte in suo favore. Il Comune, retto dal sindaco socialista Annibale Vigna, cercò di evitare nuove imposizioni fiscali per far fronte alle aumentate necessità dell’assistenza. Soltanto nell’estate del 1918, quindi quasi alla fine della guerra, fu applicata un’imposta straordinaria patrimoniale, che tuttavia toccò soltanto i 410 maggiori contribuenti cittadini. Per cercare di avere notizie dei propri congiunti sotto le armi, gli astigiani facevano la fila davanti all’ufficio postale telegrafico, che allora si trovava in piazza Medici, oppure leggevano le lettere dal fronte che pubblicavano i giornali locali, come Il Cittadino o La Gazzetta d’Asti (qualche copia veniva inviata anche ai soldati lontani, nel tentativo di non far loro perdere del tutto il contatto con la propria terra, la Gazzetta offriva ai familiari la possibilità di un abbonamento intestato al militare al fronte al prezzo ridotto di una lira, contro le tre dell’abbonamento normale). Anche La Stampa e La Gazzetta del Popolo pubblicavano paginate di messaggi che i soldati dal fronte inviavano alle famiglie all’evidente scopo di tranquillizzarle. 

Compaiono i primi necrologi dei caduti

 

Secondo i dati ufficiali, gli astigiani morti in guerra dovrebbero essere 577 (per l’80 per cento soldati semplici) e circa 2700 i caduti del circondario. Di questi, circa 700 morirono già nel 1915, vale a dire nei primi sette mesi di guerra, da fine maggio a dicembre. I primi necrologi di caduti in guerra – siamo nel mese di giugno – sono quelli dell’alpino Enrico Degrossi e di Giuseppe Gay, artigliere di montagna (ne dà notizia il Foot-ball Club Astense, di cui il soldato era socio), e infine del sergente alpino Mario Oddone. Due casi particolari: due emigrati, uno di Incisa Scapaccino e l’altro di Mombaruzzo, caddero nel 1918 combattendo rispettivamente nelle file dell’esercito degli Stati Uniti e in quelle dell’esercito francese. Ed è singolare anche il caso di un costigliolese, Pasquale Gallo, dato per morto nel maggio del 1918, con tanto di comunicazione alla famiglia e di nome inciso sul monumento ai caduti del suo paese, rientrato invece a casa, a guerra finita da tempo, dopo una lunga prigionia. 

Molti edifici pubblici furono requisiti dal regio esercito 

 

Dal 1915 in avanti, a poco a poco, la città, che allora contava 41 000 abitanti, fu militarizzata, perché molti edifici pubblici, tra cui scuole, palestre, l’Alla (che divenne ricovero per il bestiame da macello destinato alla sussistenza militare) e parte dello stesso tribunale furono requisiti dall’esercito. Rischiò la chiusura anche il Collegio, sede della maggior parte delle scuole cittadine, che non fu requisito soltanto per la ferma opposizione del sindaco Vigna, che già in precedenza aveva inoltrato rimostranze perché l’esercito non pagava al Comune le indennità previste, pari a due centesimi al giorno per ogni militare di stanza in città.

Feriti e malati sono ricoverati in 12 Ospidaletti militari

 

Ad Asti, come in moltissime altre città del Regno, furono istituiti piccoli ospedali militari, detti Ospidaletti di Riserva, quasi tutti dislocati negli orfanotrofi cittadini. Furono 12, suddivisi in 18 reparti, per accogliere non soltanto i feriti ma anche i soldati che al fronte avevano contratto malattie come la tubercolosi e la meningite. Furono riservati reparti di medicina e chirurgia all’Ospedale Civile, al Buon Pastore, all’Opera Pia Caissotti, in Seminario, all’Opera Pia Isnardi, al Santa Chiara di corso Alfieri, all’Orfanotrofio Femminile di via Cattedrale (ora via Hope), al San Giuseppe, all’opera pia Tellini e nella villa di via Conte Verde messa a disposizione dall’imprenditore Giovanni Penna e dalla moglie. Il reparto oftalmico era stato ricavato nei locali del maglificio Omedè di via Brofferio. Gli ufficiali eano curati in un ospedale collocato dalle suore della Purificazione, allora in via XX Settembre. I primi a  questi reparti ospedalieri furono 118 feriti e 88 ammalati, giunti in città nel giugno del 1915 e ospitati nell’Ospedale Civile e in Seminario. Si conoscono anche i nomi dei primi morti nei reparti ospedalieri astigiani: Francesco Mussi, di Piacenza, morto di polmonite, e il siciliano Pietro Mizzi. I giornali riferirono di funerali imponenti, con autorità, clero, picchetti armati e fanfare. Nel corso dei tre anni e mezzo di guerra furono ricoverati ad Asti circa 40 000 militari e anche 800 profughi (la maggior parte giunti dopo la rotta di Caporetto), che trovarono in questi ospedali un centro di prima accoglienza, mentre si costituiva in municipio un ennesimo comitato per trovare loro alloggiamenti e masserizie.  L’arrivo di tanti malati o feriti creò problemi di notevole gravità, perché i medici locali, tra cui i quattro medici condotti, furono tutti cooptati, accanto a quelli militari, per curare i nuovi arrivati e parte della popolazione restò senza la necessaria assistenza sanitaria, proprio quando il timore di diffondersi di epidemie come la meningite richiedeva una costante presenza medica. Dal 1917 si sviluppò anche nell’Astigiano l’epidemia della febbre detta “spagnola” che, secondo alcuni storici, causò in tutt’Europa più vittime della guerra sui vari fronti.

Proteste ad Asti e Costigliole Donne in piazza a chiedere la pace

 

La guerra mutò profondamente le attività economiche: i lavori nei campi erano per necessità effettuati dalle donne e dagli anziani e ciò generò, ad esempio, la crisi di una delle più redditizie attività tipiche dell’Astigiano, l’allevamento dei bachi da seta, proprio mentre nella campagne cominciava a imperversare il gravissimo flagello della fillossera. Il prezzo delle uve aumentò rapidamente (alla fine della guerra l’uva barbera era pagata 20 lire il miriagrammo), e così anche quello del vino che nel decennio tra il 1910 e il 1920 si decuplicò. Del resto nei tre anni e mezzo di guerra tutti i prezzi salirono alle stelle: se prima dell’inizio del conflitto il pane costava 1 lira e 90 al chilo, la carne 15 lire, la pasta 2,90, l’olio 2,45 al litro, al termine della guerra i prezzi erano perlomeno quadruplicati e per certi generi aumentati di otto volte. Difficilissimo vivere con un salario che mediamente non superava le 300-350 lire al mese, e per le donne si riduceva a poco più della metà. Da ciò il diffondersi di un malcontento che nel 1917, prima ancora della rotta di Caporetto, sfociò in proteste di piazza contro il governo e le amministrazioni locali accusate di trascurare le esigenze delle classi più povere. Ma più ancora si trattava di manifestazioni volte a richiedere la fine della guerra, il ritorno degli uomini dal fronte, lo smascheramento dei troppi imboscati. Le notizie su queste manifestazioni furono tenute sotto sordina e circolarono solo negli ambienti di alcuni circoli cattolici e dei socialisti pacifisti, non convertiti alla svolta nazionalista voluta da Mussolini. Le persone arrestate nel corso di questi disordini, ancora una volta per la quasi totalità donne, furono accusate di disfattismo: il 6 gennaio del 1917 si tennero delle dimostrazioni ad Asti, al mattino in piazza 1° Maggio, dove si erano radunate circa 50 donne che chiedevano il ritorno della pace, e al pomeriggio in piazza Alfieri. Si trattava di donne provenienti dalla campagna (quelle di città erano quasi tutte impegnate nelle fabbriche), ma il giorno successivo parteciparono alle manifestazioni anche molte operaie: la protesta andò avanti cinque giorni, e per sedarla fu necessario l’intervento dei bersaglieri di stanza alla caserma del quartiere San Rocco. Il sindaco Vigna andò a parlare con le manifestanti e promise che sarebbe intervenuto. Vi fu una stretta contro gli imboscati, ma solo parziale.  Altre manifestazioni ebbero luogo a Tigliole, Castagnole Lanze e soprattutto a Costigliole, dove pare che le donne scese in piazza fossero qualche centinaio: l’8 gennaio le manifestanti – secondo i verbali, i giornali ignorarono del tutto l’accaduto – «si lasciarono andare ad atti di vandalismo» contro il municipio, la caserma dei carabinieri, alcuni negozi e la casa del parroco. Tentarono anche di entrare nel castello e non riuscendovi ne danneggiarono la serra: furono fermate 49 persone, 32 delle quali – 22 donne e 10 uomini – successivamente condannate. 

 

Produzioni di guerra alla Way Assauto  e nelle altre fabbriche

 

Solo apparentemente diverso il discorso per quanto riguarda l’industria: già prima dell’ingresso in guerra dell’Italia la Way Assauto si era riconvertita alla produzione bellica producendo spolette e detonatori per l’esercito francese e quando, nel maggio 1915, anche l’Italia diede inizio alle ostilità la fabbrica era già pronta a soddisfare le esigenze del nostro esercito, unica sul territorio nazionale a produrre questi inneschi, di cui costruiva circa 60 000 pezzi al giorno: i dipendenti, in gran parte donne, passarono da 400 a quasi 4000. Lo stesso discorso vale per altre fabbriche quali la Maina (che passò da 10 a 100 dipendenti) e le Ferriere Ercole, ed anche per la Vetreria, che, nonostante il calo della produzione vinicola, poté continuare la sua attività perché era rimasta tra le più importanti aziende d’Italia a produrre bottiglie e damigiane. Ma i salari erano pur sempre molto bassi, soprattutto per il personale femminile, e nello stesso tempo le manovre comunali per contenere i prezzi avevano scarsa efficacia. Nel 1918 si registrarono scioperi al maglificio Omedé, che dava lavoro a un centinaio di donne, e alla Way Assauto. Fu una novità, nel giugno del ’15, l’arrivo in città dei primi prigionieri austriaci, in due scaglioni, uno di 300 uomini l’altro di 200, smistati dalla Cittadella di Alessandria che faceva da punto di raccolta. Ad Asti furono alloggiati nella caserma Colli di Felizzano. Al castello di Frinco vennero sistemate alcune decine di ufficiali. C’era la curiosità di vedere in faccia questi austriaci di cui si parlava tanto (molti erano tirolesi, qualche trentino che sapeva l’italiano e pochi bosniaci), anche perché i giornali del tempo tendevano a dipingere i nemici come gente sadica e crudele nei confronti dei soldati italiani reclusi nei loro campi di prigionia (tra cui compariva già il famigerato campo di Mauthausen). Una volta visti in faccia, gli austriaci suscitarono sentimenti di pietà, più che di avversione. Anche il vescovo Spandre li andò a visitare in caserma. Qualcuno ne approfittò per buttarla in politica: ci fu chi disse che gli austriaci mangiavano, bevevano e passavano il tempo a giocare a pallone, mentre gli italiani soffrivano la fame. Il Cittadino scrisse che avevano anche un pianoforte, e suonavano e cantavano tutto il giorno: in realtà anche i prigionieri austriaci non dovevano passarsela troppo bene. I comandi militari organizzarono anche lavori di manovalanza, come riparare strade, ripulire corsi d’acqua e massicciate ferroviarie. Il perdurare della guerra ad Asti determinò anche cambiamenti di tipo politico: Vigna rimase sindaco per tutto il conflitto, ma si affievolì il progetto del socialismo autonomo da lui ispirato, entrò in crisi anche il movimento liberale di ispirazione risorgimentale, mentre prendeva consistenza il partito popolare d’area cattolica e metteva radici il partito dei contadini. Nell’ultimo anno di guerra, dopo la tenuta sulla “linea del Piave” e lo sfondamento delle linee nemiche che avrebbe portato alla vittoria del 4 novembre, altre nubi si addensavano sulla scena politica nazionale e internazionale: sarebbero arrivati la delusione della “vittoria mutilata”, D’Annunzio e i legionari di Fiume, i Sansepolcristi e le prime camicie nere. A tanti morti al fronte furono dedicati i viali e i parchi della Rimembranza, mentre sulle piazze di ogni paese comparvero monumenti e lapidi con i nomi dei caduti in quella che papa Benedetto XV nel 1917 aveva definito “l’inutile strage”.

 

Per saperne di più

L’elenco e le schede dei caduti astigiani della prima guerra mondiale sono contenuti nel XV volume dell’Albo d’oro dei Militari caduti nella guerra nazionale 1915-1918, edito dal Ministero della Guerra nel 1935. Le schede sono poi state informatizzate a cura dell’Istituto Storico della Resistenza di Asti, che ha realizzato anche una mostra fotografica itinerante dal titolo 1914-1918: «l’inutile massacro», il cui catalogo è pubblicato dalle edizioni Israt.

  1. Fasano, ricercatrice dell’ISRAT, ha pubblicato il volume I caduti della Grande Guerra: Il caso astigiano.

Si veda anche: P. Arri, Società ed economia durante la grande guerra, in Tra sviluppo e marginalità, edito da ISRAT (2006), vol. I, pp.315-366.

Inoltre le annate dal 1915 al 1918 dei giornali locali, in particolare Il Cittadino e La Gazzetta d’Asti.

 

Le Schede