giovedì 8 Dicembre, 2022
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Paolo Monticone

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Nato ad Asti il 28 maggio del 1942. Diplomato al Liceo Scientifico “Vercelli”, è stato in gioventù giudice, arbitro e dirigente in atletica leggera e pallacanestro. Ha iniziato la carriera giornalistica a 17 anni come apprendista cronista di “nera” alla Nuova Provincia di cui è stato successivamente redattore capo e direttore. Ha diretto anche per sette anni ”Il Corriere dell’Astigiano”. Ha scritto una biografia di Giovanni Gerbi, “Diavolo Rosso”, insieme ad Antonio Guarene, Pippo Sacco ed Ezio Mosso e, con quest’ultimo, “Dal gioco allo sport”, storia dello sport astigiano. Attualmente collabora a periodici a carattere agricolo ed agroalimentare.

Umberto Micco, il profeta monferrino dell’hockey su prato

Imprevedibili quanto indecifrabili sono sovente i percorsi che presiedono alla creazione di storie, tradizioni, comportamenti, miti. Emblematico, a questo proposito, quello che portò settant’anni...

Cinquant’anni fa rinasceva il tambass nel Monferrato

Al museo del “Tambass” a Rocca d’Arazzo tra i pannelli che rievocano la storia di questo straordinario sport si legge un testo del giornalista...

Carlo Mosso

La guerra era appena finita. Venivano da esperienze, famigliari e di vita, le più diverse, ma non ebbero difficoltà a trovarsi d’accordo su un...

Sebastiano Torchio il sogno a due ruote spezzato dalla guerra

Trincere o, nell’abituale vulgata astigiana, “le Trincere”, è la piccola borgata d’Oltretanaro famosa un tempo per le lavandaie, il Circolo Rinascimento, sede di una...

Oddino Bo

Il “rivoluzionario di professione” prestato all’agricoltura. Un papà sindaco socialista a Maranzana. La scoperta, in pieno fascismo, de Il Capitale di Marx nella biblioteca...

È finita la carriera del mezzofondista specialista in sanità

Dal “cortilone” di via Natta alla piscina coperta: il quarto di secolo in cui sorsero gli impianti che ancora oggi “servono” l’agonismo astigiano

Confesso che ho vissuto: Ugo Ravizza

È stato forse l’ultimo "negussiant da vin" di Asti. Un lavoro dove servono doti commerciali e intuizione e che egli stesso definisce "mestè da sgnur" perché si lavorava sodo solo alcuni mesi all’anno. Racconta dei decenni in cui Asti era davvero una "città del vino" con decine di cantine oggi scomparse. C’era il grande mercato delle uve e il metodo di commercializzazione con il "sistema delle cartoline" inviate ai clienti. Poco il vino venduto in bottiglia, la maggior parte era ceduto sfuso o in damigiane. Scarsa anche la tecnologia. Le regole erano: botti pulite, uve sane e bisolfito. La barbera faceva da padrona dei mercati. Un mondo cambiato radicalmente con l’avvento delle cantine sociali che subirono il tracollo dell’Asti nord e delle nuove regole delle doc a metà degli anni Sessanta.

La Jucci e l’epopea del Falcon Vecchio

Asti aveva decine di osterie fin dal Settecento. Servivano vino rigorosamente rosso e garantivano una cucina popolare rustica a prezzi modici. Occasioni di incontro e discussioni infinite tra i clienti

Per noi ragazzi Piazza Alfieri era il mondo

Due ragazzini, cresciuti tra il cortilone di Palazzo Anfossi, la chiesa del Santo e la grande piazza trapezoidale con il monumento a “Toju”, sono i testimoni vivacissimi della vita nel quartiere del centro di Asti nei primi anni Cinquanta. Ai giovani bastava poco per divertirsi. Questo è il loro racconto di quegli anni, in un’Asti che provava a diventare una città moderna, ma che manteneva abitudini, comportamenti e condizioni sociali di epoche più lontane, destinate a cambiare in modo radicale soltanto alla fine degli anni ’60. Uno spaccato della vita del “quartiere piazza Alfieri” e le “mirabolanti avventure” di due suoi giovanissimi abitanti, gli aneddoti, i ricordi, gli straordinari personaggi che, appartenenti ai più diversi ceti, ne costituivano l’irripetibile tessuto sociale.

Leonardo Cendola, l’uomo della “ripartenza” sportiva

Dal “cortilone” di via Natta alla piscina coperta: il quarto di secolo in cui sorsero gli impianti che ancora oggi “servono” l’agonismo astigiano