sabato 1 Ottobre, 2022
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1943

8 settembre 1943 viaggio di Francesco che diventerà Perez L’Italia del dopo armistizio percorsa da Bari ad Asti

Una memoria inedita scritta con calligrafia minuta e ordinata sulle pagine di una vecchia agenda pochi mesi prima di morire nel 1987. Francesco Rosso rievoca il dopo armistizio dell’8 settembre 1943, quando si ritrovò come milioni di militari italiani senza ordini e direttive ad affrontare l’ex alleato tedesco che era diventato nemico. Racconta un viaggio di quasi mille chilometri da bari ad asti, attraversando una penisola frastornata e dilaniata dalla guerra. Mille chilometri percorsi a piedi o sui treni delle linee secondarie. Incontri, amicizie, solidarietà e piccoli trucchi per campare e risalire al nord. Con l’arrivo ad Asti, dopo quasi un mese, cresce la consapevolezza che si poteva fare qualcosa e non solo fuggire. Francesco diventerà Perez, coraggioso comandante partigiano, uno degli ultimi a posare il mitra dopo la liberazione dell’aprile 1945.

8 settembre 1943: ospedale militare di Bari

Queste memorie sono il frutto della trascrizione che Irene Rosso ha compiuto sugli appunti scritti dal padre su una vecchia agenda Cassa di Risparmio di Asti, nel febbraio 1987, sei mesi prima di morire a 70 anni. È un testo inedito. ‘Astigiani’ ne pubblica in anteprima un’ampia sintesi.

È il racconto, redatto in stile pacato e descrittivo, di una piccola vicenda umana nel grande dramma della Seconda guerra mondiale. La storia di un soldato di 26 anni, un sott’ufficiale dell’Esercito italiano, sorpreso l’8 settembre 1943 all’ospedale militare di Bari, dove era ricoverato per scabbia, una malattia contagiosa della pelle, diffusa da un acaro. Il sergente Francesco Rosso, come tutti, non sa che cosa fare e ha un solo desiderio: tornare a casa alla sua Asti dove vive con la mamma, dove aveva un lavoro e gli amici.
Ci metterà un mese ad arrivare percorrendo quasi mille chilometri a piedi, in treno e con altri mezzi di fortuna. Risalirà gran parte della Penisola, attraversando un’Italia frastornata e occupata dai tedeschi che cercano i militari sbandati per deportarli in Germania. Francesco Rosso ha scritto di suo pugno decine di pagine partendo da quel nitido ricordo di un pomeriggio dell’estate 1943.

«Quella sera, in una camera al secondo piano dell’Ospedale Militare di Bari-Palese, il clima era particolarmente caldo e afoso. Quel locale era riservato ai sottoufficiali in cura per la scabbia. Eravamo in tre, uno era un “firmaiolo”, napoletano classe 1916, uno sergente richiamato, classe 1914 emiliano e il sottoscritto classe 1917, piemontese. La cura normalmente prevedeva una degenza di cinque giorni e consisteva in disinfezione degli indumenti, bagno e spalmatura di pomata prima verde e poi bianca su tutto il corpo.

Il tempo trascorreva con noia e non avevo nulla di interessante da leggere, il volontario napoletano leggeva “Topolino”, il richiamato stava quasi sempre alla finestra guardando verso il porto, pareva scrutasse il largo del mare per notare l’eventuale presenza della flotta alleata ancora considerata nemica. La voce popolare parlava di un prossimo sbarco. Stava facendo buio e sentimmo il suono di un campanello a mano energicamente agitato: un forte rumore proveniva dalla strada di fronte all’ospedale. Guardando dalla finestra notammo un gruppo di persone che saltavano, correvano, gridavano gioiosamente. Nella confusione ci arrivarono distintamente alcune parole come “armistizio”, “la guerra è finita”, “viva la pace”. In testa al gruppo c’era un prete che invitava i cittadini a pregare ringraziando la Madonna per la grazia concessa al popolo italiano.

Così vestiti come eravamo, cioè con una specie di pigiama di tela ruvida come i sacchi del pane militare, scendemmo le scale per raggiungere il portone e sentire le novità, ma purtroppo alcuni soldati di servizio all’entrata ci respinsero indietro, promettendoci di informarci non appena avessero ricevuto disposizioni in merito dai superiori». Il giorno dopo il ricordo di Francesco Rosso trasmette vivissimo il disorientamento di tutti dopo l’annuncio radio della sera prima del maresciallo Badoglio. Che fare? In quella piccola stanza d’ospedale tre uomini e tre destini diversi.

 

L’ospedale militare di Bari

 

Il foglio di ricovero

La guerra è finita o continua? Militari allo sbando

È ancora Rosso che scrive… «Il giorno successivo non siamo riusciti ad avere giornali o a sentire la radio. Le notizie che giungevano a noi erano discordanti. Ognuno di noi tre la vedeva diversamente.

Il volontario napoletano si lamentava di essere sfortunato perché secondo lui era meglio che la guerra fosse continuata per almeno ancora un anno così avrebbe ottenuto la promozione al grado superiore… Il richiamato emiliano invece continuava a imprecare contro gli alleati inglesi e americani che non si facevano ancora vedere. Io pensavo prima di tutto come fare per sottrarmi alla competenza del governo del Maresciallo Badoglio (lo si saprà dopo, ndr) rifugiatosi a Brindisi con sua Maestà, lasciando i sudditi al proprio destino dell’occupazione nazista.

Alla stazione di Bari venni informato che il treno in partenza verso Nord sarebbe stato bloccato a Barletta in quanto tutti i servizi ferroviari erano stati interrotti per i gravi bombardamenti a Foggia e Pescara. Decisi di partire ugualmente ed eventualmente avrei proseguito con mezzi di fortuna. Le notizie sulla situazione erano vaghe, comunque in quella zona non si parlava di sbandamento, l’aeroporto militare funzionava…. Il treno era composto di solo tre o quattro carrozze e alcuni vagoni merci stipati di viaggiatori e quando stava per entrare nella stazione di Barletta venne a trovarsi al centro di una sparatoria fra un reparto tedesco affiancato da un plotone della milizia appostati nei pressi delle casermette situate al lato della strada per Adria e gruppi di soldati che erano oltre la ferrovia verso la città.

Alla fermata sotto la pensilina, mentre il treno era ancora in movimento, la gente si affrettava a saltare giù e altrettanto feci io, ma mentre mi avviavo verso l’uscita un ufficiale con la fascia azzurra a tracolla e la fronte coperta da una benda di garza, con un tono di comando secco ordinava a tutti i militari di recarsi immediatamente presso la sala di aspetto. In pochi minuti ci divise per arma: aviazione, marina, fanteria, artiglieria, ecc. e a ogni gruppo dava indicazioni per recarsi nei vari alloggiamenti preposti dal comando presidio che aveva già riunito tutte le forze militari dislocate in precedenza in quella città, arrivate con gli ultimi treni giunti a Barletta, in preparazione di una difesa.

Dichiarandomi artigliere, mi trovai da solo e quando riferii all’ufficiale che la mia funzione specifica era quella di “furiere”, mi fece aspettare e mi portò con sé al comando. A circa un quarto d’ora di cammino dalla stazione, seguendo una stradina vicino al muro della ferrovia, ci trovammo in periferia verso Nord, e quando le case di Barletta diradarono, scorgemmo parecchie baracche di legno una delle quali fungeva da comando e magazzino. L’ufficiale mi disse di sistemarmi alla meglio… L’alba era appena spuntata quando un caccia tedesco sorvolò a bassa quota la zona per circa mezz’ora, nel frattempo un gruppo di una ventina di militari, accompagnati dal solito ufficiale, irruppero nella baracca deposito dove c’erano alcuni moschetti, scatole di proiettili, due mitragliatrici e due cassette di munizioni». «Con quel gruppo ci dirigemmo verso la strada che divideva la città dagli orti. Incontrammo un altro ufficiale che ci ordinò di salire sul tetto/terrazzo di una casa a due piani, preparandoci a resistere a un imminente attacco dei tedeschi che erano stati segnalati a circa due km a nord.

La nostra resistenza in quella infelice postazione durò solo una decina di minuti. Ad attaccarci non furono soldati con armamento leggero, ma mezzi corazzati. Tre carri armati i cui cannoncini erano puntati verso di noi, sbucarono tra gli alberi di ulivo, che vennero abbattuti come fuscelli. La nostra decisione di abbandonare l’inadatta posizione non aspettò il benestare di alcun comando superiore; era logico che con armi leggere e senza munizioni non si poteva pretendere di più. Perciò ognuno ha dovuto sbrigarsela come poteva. L’importante era non farsi prendere dai tedeschi e non farsi vedere in strada in quanto le raffiche non perdonavano e chi non era colpito e si arrendeva veniva fatto salire sui camion e portato nel castello.

 

Francesco Rosso durante il suo periodo da militare nell’artiglieria ippotrainata alla Colli di Felizzano

 

Francesco Rosso durante il suo periodo da militare nell’artiglieria ippotrainata alla Colli di Felizzano

A Barletta una prima resistenza ai tedeschi

Una famiglia lo accoglie e gli offre rifugio. È un incontro che Rosso descrive non dimenticando la riconoscenza rimasta intatta negli anni.
Riuscii, strisciando, a ritornare verso le baracche e saltando un muro mi trovai in un cortile nel quale si affacciavano quattro o cinque case a due piani. Entrai nella prima porta che trovai aperta. Si trattava di una grande camera quadrata al piano terreno. Trascorsi pochi minuti, uno alla volta, da una porticina che introduceva sul pianerottolo della scala, entrarono nella stanza i componenti di una numerosa famiglia, genitori e sette figli, il più piccolo di pochi mesi.

Il capofamiglia era un guardiafili di nome Rosario. Capì subito che io ero un militare sbandato e bisognoso di nascondermi. Mi fece sistemare in una specie di ripostiglio sottoscala in mezzo a dei sacchi di fagioli e fascine.

In quel nascondiglio passai due giorni. Rosario e i suoi erano tutte persone magnifiche che sentivo di stimare, amare e rispettare come fossero miei famigliari, al terzo giorno mi portarono la radio e così seppi le principali notizie. Da una stazione presa a caso, definitesi “Radio Milano Libera”, sentii un po’ confusamente appelli ai militari di non arrendersi ai tedeschi e che le truppe italiane dislocate sulle Alpi al confine con la Francia erano passate al contrattacco.

Questa notizia mi fece subito pensare di esaminare l’eventualità di fuggire per tornare in Piemonte ove sicuramente avrei incontrato tra i militari (chiamati badogliani) qualche conoscenza». Siamo al 12 settembre 1943. Francesco Rosso sente raccontare da testimoni diretti il dramma di uno dei primi eccidi nazisti in Italia. Per stroncare la resistenza dei militari italiani e occupare la città gli uomini della divisione “Goering” e una squadra di SS erano entrati in Barletta. Due portaordini tedeschi furono uccisi in un’imboscata. Per rappresaglia saranno fucilati 11 vigili urbani e due netturbini che era stati prelevati dal comando dei vigili. Sono probabilmente loro le 13 vittime ricordate da Rosso in quella che passerà alla storia come la strage di Barletta.

«Ormai il rastrellamento della città di Barletta era terminato…,i morti da parte del presidio italiano furono 13, i catturati dai tedeschi molte centinaia, rinchiusi nel castello in attesa di essere trasportati nei campi di concentramento in Germania.
Seppi che gli episodi di resistenza più importanti erano avvenuti in prossimità delle sedi della Posta, Municipio, stazione, banche. Il comando presidio aveva predisposto piccoli gruppi di difesa avvalendosi non solo dell’esercito ma anche di Vigili Urbani, Carabinieri, Guardie di Finanza ecc.

Con il normalizzarsi della situazione e il diminuito pattugliamento per le vie della città, i miei ospitanti mi dettero abiti borghesi, così potei uscire un po’ e mi resi conto che il controllo era blando e limitato, anche la stazione era poco sorvegliata in quanto, a seguito di gravi bombardamenti aerei alleati sul tratto Foggia-Pescara, parecchi tratti della linea erano interrotti e non viaggiavano più treni.

Comperai una carta geografica del Centro-Sud in scala 1-250.0000 e feci un piano per tornare a casa, che prevedeva un itinerario lungo la costa adriatica, da percorrere a piedi seguendo il tracciato della ferrovia, avendo cura di evitare i centri principali, approfittando di eventuali convogli locali che mi permettessero di ridurre le grandi distanze.
Girando nelle vicinanze della casa presso la quale ero ospitato, riuscii a fare conoscenza con altri militari sbandati e ne convinsi due a unirsi a me.

Alla sera ci unimmo a un numeroso gruppo di cittadini che avevano in mente di dare l’assalto a un treno merci fermo in stazione da alcuni giorni, che secondo le informazioni doveva contenere viveri di conforto per prigionieri alleati. In effetti il nostro bottino consistette in una dozzina di scatolette di latte condensato, un sacco di farina bianca, un sacchetto di zucchero e qualche tavoletta di cioccolato. Scambiammo la farina e lo zucchero con alcune pagnotte di pane, regalammo parte della cioccolata ai bambini del cortile dove ero stato nascosto e partimmo nella notte stessa.

Camminando sul sentiero tracciato a circa un metro all’esterno delle rotaie proseguimmo fino all’alba senza incontrare anima viva, con l’alzarsi del sole ci apparve la vasta pianura del Tavoliere.

Decidemmo di lasciare la ferrovia per portarci verso la costa. Dopo due ore incontrammo una casa colonica. I contadini ci informarono che altri sbandati giunti in quei giorni si erano fermati in paese a Margherita Savoia, dove non vi erano truppe tedesche, anzi presso la direzione delle saline cercavano mano d’opera. Andammo ad accertarci della situazione, ma noi decidemmo di continuare come previsto nel nostro piano. La scelta di passare fuori dai centri risultò giusta e bisogna dire che ovunque abbiamo ricevuto fraterna e benevola ospitalità e ci siamo anche resi conto che quasi tutte le famiglie contattate in quel peregrinare avevano un proprio componente in guerra e del quale ben pochi avevano notizie recenti.

Passando nei pressi dell’accantonamento del mio reparto che avevo lasciato dieci giorni prima non trovammo più traccia della presenza militare, così proseguimmo per una strada secondaria, vicina al torrente Candelaro, fino alla stazione di San Marco in Lamis, ultima tappa nel Gargano. Facemmo un po’ di pulizia, soprattutto per toglierci la polvere bianca dei sentieri che impastatasi col sudore mi dava la sensazione di avere ancora addosso la pomata antiscabbia.

Un ferroviere ci disse che era stato ripristinato il servizio ferroviario verso Pescara-Ancona e che i tedeschi andavano e venivano, ma non rastrellavano gli sbandati.
Questa notizia ci portò un po’ di entusiasmo. Potevamo arrivare a Termoli in una sola tappa».

 

Paracadutisti tedeschi della divisione Goering, responsabili dell’eccidio di 13 persone a Barletta

 

La stazione di Barletta. Rosso trascorse qui alcuni giorni, nascosto da una famiglia che lo aveva accolto

Comperai una carta geografica…

 

Rosso e i suoi due compagni di viaggio hanno un primo incontro ravvicinato con i tedeschi.… «Eravamo all’ingresso della stazione, presso la biglietteria,quando sentimmo una voce dalla porta di uscita che gridava: “Scappate, scappate”.

In un istante rimanemmo solo noi tre e un ferroviere (due righe sul berretto) il quale ci disse: “State tranquilli… i tedeschi stanno rastrellando la piazza. Vogliono solo obbligare tutti gli uomini validi ad aiutarli a caricare sui vagoni scoperti già pronti il materiale bellico depositato allo scalo merci”. Secondo lui tutti sarebbero stati rilasciati al termine dell’operazione. Ci specificò anche che coloro che si rifiutavano venivano invece subito chiusi in un vagone bestiame agganciato al treno in partenza per Pescara con destinazione Germania.

Sentimmo dalla parte del piazzale alcune raffiche di armi automatiche. Proposi ai due compagni di non scappare, di dimostrarci acquiescenti agli ordini per approfittare poi della prima occasione propizia per la fuga . L’occasione fortunosa di scappare si presentò presto.

Io e il marinaio fummo fatti salire su una locomotiva a vapore scortata da un solo soldato tedesco, armato di machine-pistol, guidata da un macchinista, ma senza l’aiuto del fuochista. Il macchinista ci spiegò subito che a causa della mancanza di acqua in stazione si doveva andare a rifornire la caldaia presso un serbatoio di riserva collocato oltre gli orti di guerra dei ferrovieri, distante circa duecento metri in direzione di Campobasso. Giunti sul posto ci accordammo con il macchinista e stabilimmo che mentre noi saremmo scesi a tirare la catena per spostare il braccio della colonna dell’acqua, lui avrebbe dovuto coprire la visuale al tedesco e noi avremmo fatto presto a scomparire. Come previsto il ferroviere è riuscito a interessare il militare a leggere gli indicatori del livello dell’acqua, che data la poca pressione ha impiegato parecchio tempo a raggiungere la quantità necessaria. In cinque minuti eravamo già fuori tiro e orientandoci con le cime più alte che vedevamo in distanza, imboccammo la strada per il Molise diretti al paese di Guglionesi, in provincia di Campobasso. Alla periferia del paese, in una osteria alcuni uomini anziani ci consigliarono di andare sui monti perché in pianura tutti i paesi erano occupati dai tedeschi e di non passare sulle strade più battute.

Dopo una breve consultazione della carta geografica, partimmo per la zona montagnosa e di vallata in vallata, attraversando anche la catena della Maiella, giungemmo a Castel di Sangro. Scoprimmo che le linee ferroviarie secondarie abruzzesi erano in funzione e poco controllate.

Pensammo, se fosse stato possibile, di viaggiare su treni accelerati, salendo e scendendo sempre nelle stazioni precedenti o seguenti quelle importanti, per evitare di cadere nelle mani dei tedeschi.

Alla periferia di Sulmona abbiamo visto tanti manifesti che invitavano la popolazione a collaborare con le forze armate nell’opera di cattura di parecchi prigionieri di guerra alleati fuggiti da un campo di prigionia. Si parlava anche di premi a chi consegnava prigionieri alle autorità. Alla stazione di Pratola, sulla linea per l’Aquila, con molta fatica siamo riusciti a salire su un carro bestiame già pieno di persone. Tutti portavano borse, sacchi o ceste. Pochissimi le valigie. Da quel che sentimmo dai discorsi, risultava che alla stazione dell’Aquila non vi erano tedeschi, il servizio di controllo veniva effettuato dalla milizia o dai carabinieri…».

 

Le linee ferroviarie italiane furono devastate dal conflitto. Qui un’immagine dello scalo di Foggia

 

Il viaggio di Perez, compiuto in 29 giorni

Sui treni si sente discutere di calcio

 

Bisogna arrangiarsi e Rosso scopre come aggirare la burocrazia di guerra. A L’Aquila ottiene e si rivende una tessera annonaria e prosegue il viaggio in treno verso Nord.… «Venimmo a sapere che presso un ufficio comunale dell’Aquila, senza tante formalità, distribuivano delle tessere annonarie mensili a persone provenienti da altre province considerati come “sfollati”. Tentammo anche noi due. Ci andò bene. Cedemmo poi le nostre tessere, complete di bollini, a un tabaccaio e a un oste in cambio di una scorta di viveri corrispondenti a circa un terzo dei generi che ci sarebbero spettati.

Sui treni da l’Aquila verso Rieti, Terni e Orte incontrammo degli studenti universitari. Dai loro discorsi si capiva che nutrivano ancora simpatia per il fascismo e il nazismo, ma non erano per nulla partecipi o impegnati in qualsiasi opera di sostegno al tentativo di restaurazione fascista. Parevano indifferenti alle sorti dell’Italia e più interessati a discutere di calcio. A Orte ci dissero che la linea più sicura era quella per Chiusi-Siena. In questo tratto toscano nessuno ci chiese il biglietto, del quale, ovviamente, eravamo sprovvisti.
I passeggeri, in maggioranza romani con famiglia, sfollati dalla capitale dichiarata “città aperta”, biasimavano la fuga del Re e dell’apparato governativo… noi siamo stati rimproverati di aver tradito la Patria abbandonando l’esercito» .…Ecco un altro episodio ricordato con dovizia di particolari.

A Siena il provvidenziale intervento occultatore di un sacerdote grande e grosso. «A Siena per poco non finimmo nelle mani di una “ronda tedesca” che ispezionava il treno dal quale non avevamo potuto scendere alla stazione precedente in quanto non si era fermato: eravamo su una vettura di seconda classe ed eravamo in 15 in uno scompartimento da 8 posti. Quando i militari si sono affacciati alla porta, un sacerdote si è collocato davanti ad essi e con la sua alta mole, coperta da una grande mantella nera, ha in pratica completamente ostruito la visuale e fatto desistere da un più accurato controllo. Mentre eravamo fermi al binario, a fianco al nostro era transitata una tradotta di soldati italiani catturati e diretti in Germania…».

Un primo incontro con l’antifascismo. E il viaggio prosegue ancora verso Nord.…«Una situazione completamente nuova per me fu che durante una tappa a Pontedera, dove fui ospitato dalla famiglia di un operaio che era impegnato nell’antifascismo locale, il quale ci parlò lungamente dell’organizzazione clandestina che si stava sviluppando in città e sulle montagne. Fu quasi un invito a fermarci. Da quei discorsi ebbi la sensazione che quanto avveniva in quella zona avrebbe ormai dovuto essere una questione estesa in tutto il territorio dell’Italia del nord e naturalmente anche ad Asti. Ci avviammo verso Lucca dove ci dividemmo. Io prosegui per Viareggio in treno e il mio compagno di viaggio Carlo, che aveva la famiglia in un paese in provincia di Lucca, proseguì verso casa con mezzi di fortuna.

Io arrivai alla sera a Viareggio. Non avendo notato la presenza di ronde, decisi di coricarmi un po’ nell’atrio della stazione. Verso mezzanotte arrivarono numerosi soldati tedeschi i quali, disfatti i loro zaini, si distesero anche loro sul pavimento del locale. Capii che erano militari in trasferimento, senza alcun ordine particolare o compiti di controllo. Il mattino prestissimo, era ancora buio, parecchi civili si affollarono agli sportelli in quanto stava per partire un treno per La Spezia-Genova. Mi unii agli altri e, senza prendere il biglietto, salii sul treno e vi rimasi sino a Nervi. Attraversai Genova in tram sino a Pontedecimo e di lì finalmente arrivai all’ultima tappa. Certo sarebbe stato maledettamente sciocco non usare particolare attenzione per evitare di essere preso dopo tante fatiche».

 

Dopo quasi un mese il ritorno ad Asti

 

Ci siamo, è passato quasi un mese. Francesco Rosso arriva alle porte di Asti.…«L’ultimo treno sul quale salii, giunto nei presi dello scalo bestiame della città di Asti, rallentò quasi a fermarsi, così potei saltare giù. Ritornai un po’ indietro in rione Catena, ove da persone conoscenti venni informato di quanto era successo ad Asti dopo l’8 settembre.

Risultava che i tedeschi fossero pochi e presenti solo in alcuni punti. I fascisti cercavano anche loro i militari sbandati per farli aderire al risorto esercito di Salò. Un presidio militare tedesco era nelle scuole Pascoli in viale Pilone, proprio vicino a casa mia, così dovetti entrare nel mio cortile passando dagli orti che davano sul viale dirimpetto alla Piazza d’Armi che era abbandonata e saccheggiata di tutto il materiale depositato nelle casermette. C’erano pochi militari ad Asti.

Il 25° artiglieria e il 29° fanteria erano stati dislocati in Sicilia dal 1942 e in seguito allo sbarco degli alleati del luglio 1943 buona parte degli effettivi vennero fatti prigionieri e la rimanenza rientrata ai depositi di Asti – Caserma San Rocco e Colli di Felizzano si arresero il 9 settembre 1943 senza resistenza a un plotone di tedeschi.

A casa trovai la porta chiusa. Mia mamma era da alcune settimane che girava piangendo da tutti i parenti e stava perdendo ogni speranza di rivedermi. Seppi dai miei vicini che giorni prima erano venuti a cercarmi due persone in divisa militare, quindi ad evitare sgradite sorprese decisi di non fermarmi a casa e di recarmi dalla mia fidanzata che abitava a Serravalle (8 km da Asti) ove rimasi sino alla fine del mese di ottobre».

Il diario di memorie di Francesco Rosso prosegue con le note astigiane sulla vita da militare sbandato che non aderisce alla Repubblica Sociale e deve comunque cercare di sopravvivere. Rosso si racconta e si descrive. Cresce la sua consapevolezza che bisogna e si può fare qualcosa.

«Nel frattempo, venendo qualche volta in città con la bicicletta, riuscii a ristabilire contatti con amici e conoscenti per farmi un’idea più realistica della situazione… Fra l’altro si presentava anche il problema di come provvedere al sostentamento: presentarmi per avere documenti, carta d’identità, tessera razionamenti viveri e vestiario voleva dire dichiararsi…, cosa che avevo già escluso fin dal giorno in cui avevo scelto di percorrere a piedi quasi tutta l’Italia.

Mia mamma a quell’epoca non era più in grado di lavorare. Come fare ad acquistare viveri a borsa nera? Con una tessera sola era impossibile vivere in due. Visto che era abbastanza facile girare in bicicletta, dalla città ai paesi, limitatamente ad alcuni giorni della settimana, per circa due mesi mi dedicai al commercio di ricambi e accessori per biciclette, che portavo direttamente dalla fabbrica (Rosso aveva lavorato alla Gerbi, ndr). Giravo per la città e frequentavo locali pubblici e mi formai una visuale abbastanza ampia di quel periodo storico.

Dedicavo molto tempo alla riflessione sui fatti, circostanze, avvenimenti che avevano contrassegnato la mia vita e mi sforzavo di trovare una logica nella quale collocare le situazioni in cui mi sono trovato e scoprire se in passato avevo sempre agito conseguentemente ogni volta che ho trovato delle avversità e soprattutto scoprire se era meglio agire individualmente con rassegnazione e un po’ di furbizia, opportunismo, in modo di salvaguardare prima di tutto l’interesse e le soddisfazioni personali, come era consuetudine per la maggior parte delle persone che ho conosciuto, e magari limitarsi a imprecare contro le cose che andavano storte.

Non avevo nessuna esperienza politica, non avevo fede religiosa, non avevo grandi ambizioni professionali, la mia istruzione era quella che si era potuta avere nelle scuole elementari di allora, scarsa era stata anche la mia cultura post-scolastica. Seppi che alcuni giovani del rione, della classe 1925, non volevano partire militare. Presi contatto con loro e tutti decisero di non rispondere alla chiamata alle armi. Volevano cercare un nascondiglio presso parenti o conoscenti in campagna. Li convinsi che quella poteva essere soltanto una soluzione provvisoria, mentre invece si poteva fare molto di più per mettere fine al più presto alla guerra».

 

 

L’agenda dove Francesco Rosso ha scritto queste sue memorie ha alcune pagine vuote. Poi queste poche righe come titolo: Guerriglia sulle Alte Langhe “Dalle macerie di S. Benedetto alla vittoriosa difesa di Feisoglio”. Ora sarebbe toccato a Perez, il comandante partigiano, raccontare le vicende della lotta di Liberazione. Ma Francesco Rosso non ha fatto in tempo.
Se n’è andato il 21 settembre 1987.

Sulla sua tomba al cimitero di Asti l’epigrafe di Ungaretti:
Qui vivono / per sempre / gli occhi che furono chiusi alla luce / perché tutti / li avessero aperti / per sempre/ alla luce.

Le Schede

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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