mercoledì 3 Giugno, 2026
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Zoccoli ai piedi come sculture d’arte povera

Di pioppo, acero o salice erano la classica calzatura contadina

Ricavate dal legno di acero, salice, o del più leggero, morbido ed elastico pioppo (in particolare la varietà verna di colore più rossiccio, si rivelava più resistente e impermeabile), i ciabòt o sabòt (il nome variava a seconda delle zone) hanno rappresentato la calzatura di tutti i giorni per molte generazioni di contadini. Completamente scolpite a mano e ottenute da un pezzo unico di tronco d’albero (che doveva essere stagionato da almeno un anno), i ciabòt potevano avere, negli esemplari più accurati, anche delle finiture in cuoio. 

A realizzarli erano il calzolaio o il falegname del paese, anche se a volte si cimentavano i nonni più esperti, nella stagione invernale, quando la campagna riposa. Lo zoccolo in legno era diffuso in Piemonte e in altre regioni del nord Italia: Lombardia, Liguria, Veneto e Valle d’Aosta ma anche nelle vicine Francia e soprattutto Olanda, dove sono uno dei simboli nazionali. Era la calzatura ideale per tutte le stagioni: fresca in estate, calda in inverno e quando le temperature scendevano, si metteva la paglia all’interno dello zoccolo. Resistenti all’acqua e dalla giusta presa sul fango, a indossare i ciabòt erano tutti: uomini donne e bambini.

I costruttori più bravi arrivavano a scolpirne fino a dodici paia al giorno, ma per rifinire bene lo zoccolo ci voleva occhio e arte. Il prezzo di vendita agli inizi del secolo scorso variava a seconda della misura dalle 6 alle 10 lire al paio. I ciabòt duravano nel tempo, quelli dei bambini più grandicelli si passavano ai più giovani man mano che i piedi crescevano e solo in caso di rotture irreparabili, dovute a crepe nel legno, si sostituivano con uno nuovo. Sotto alla suola venivano inchiodate pezze di cuoio o liste di gomma, per preservare il legno dalla ghiaia e dai sassi. Caratteristico anche il rumore di chi cammina con gli zoccoli. 

Certo la comodità era un’altra cosa, ma l’abitudine rendeva agili i passi degli agricoltori che con i ciabòt lavoravano la vigna, aravano campi, andavano in bicicletta e marciavano per ore e ore. Addirittura chi aveva plasmato il piede nel suo zoccolo, non amava le scarpe in cuoio della domenica. Si potrebbe dire che i ciabòt sono stati uno dei simboli della vita in campagna fino a metà Novecento. Hanno poi avuto una evoluzione mantenendo la suola in legno coperta da una tomaia in pelle, generalmente nera. Come non ricordare che uno dei film capolavoro del cinema italiano, L’albero degli zoccoli diretto dal regista Ermanno Olmi e ambientato nelle campagne di Bergamo, snoda la trama attorno alla vita di una povera famiglia contadina e hanno proprio negli zoccoli i protagonisti. 

Oggi i ciabòt li possiamo ancora trovare come souvenir di alcune località montane del Piemonte e della Valle d’Aosta, spesso dipinti e non più scolpiti a mano, ma scavati da tecnologiche frese meccaniche.  A chi volesse provare l’ebbrezza di indossarli consigliamo di utilizzare un paio di calze in lana ben spesse, per evitare vesciche o irritazioni ai piedi, abituati alle più morbide scarpe.  

 

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Pier Ottavio Daniele

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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