sabato 26 Novembre, 2022
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Quei cinguettii dal settecento. Un diario antesignano dei messaggi di twitter

Non ci sono ritratti o altre immagini. È arrivato fino a noi, grazie alla cura degli eredi, il suo diario, un libro di memorie rilegato sotto forma di quaderno alto e stretto che lei redasse con puntigliosità e calligrafia minuta dal 1685 al 1735.Sessant’anni di notizie personali immerse in un contesto storico di guerre, occupazioni, ma anche nascite, morti, feste, corse del Palio. Visse tra Cossombrato e Asti. Una donna decisa, concreta. Lo stile di scrittura è asciutto ed essenziale. Brevi frasi che ASTIGIANI ha voluto presentare come antesignane dei sintetici messaggi di Twitter. E sono questi eccezionali cinguettii dal Settecento a far rivivere la storia di una donna, lasciando al lettore le curiosità il gusto della riscoperta di un’epoca.

Le memorie di Margarita Valenza Garretti Pelletta di Cosombrà

Una vita racchiusa in un diario. Citazioni essenziali di fatti personali e avvenimenti storici. Un documento che mantiene, così come riportato con la grammatica di allora, il rigore e la forza di un’esistenza non comune. Sessant’anni di notizie personali immerse in un contesto storico di guerre, occupazioni, ma anche nascite, morti, feste, corse del Palio. La protagonista è Margherita Valenza Pelletta. Nacque nel 1665 e in età di vent’anni, cioè nel 1685, andò in sposa a Gerolamo Pelletta conte di Cossombrato e Soglio.

Le sue memorie iniziano così:

1685 Io Vallenza Margarita Garretta li 20 9mbre mi sono maritata con il sigr Conte Gerolamo Pelletta di Consombrato.

La seconda notizia è altrettanto scarna, un anno dopo:

1686 – Li 12 8bre in sabato sul mezzo giorno mi è nato il primo Genito per grazia d’Iddio sano e salvo, li 20 è stato battezzato in Consumbrato, nominato Gio. Roberto Maria, Padrino il sig Conte di Moncucco, Madrina la sig Contessa Garretta mia Madrigna.

Dal matrimonio con Gerolamo Pelletta Margherita ebbe, nel volgere di sei anni, cinque figli maschi, ma solo il primogenito Roberto Giovanni le sopravvisse. Degli altri, tre morirono piccoli, il terzogenito, paggio del principe di Carignano e poi luogotenente di cavalleria, morì ventenne a Ferrara nel 1709 durante un’operazione militare. Così riferisce questi fatti:

1688 – Li 12 marzo in venerdì a mez’ora di notte, mi è nato il secondo Genito battezzato al Duomo, e nominato Giorgio Reymondo Maria, Padrino il sig Conte Gioseppe Pelletta, Madrina la signora Contessa di Cortasone Porporato.

1689 – Li 27 marzo mi è nato il terzo Genito battezzato in Consombrato, nominato Gioseppe Domenico Maria, Padrino il Conte Garretto mio Padre, Madrina mia sorella Angela Maria Bona.

Il d° mio figlio lo misi per Paggio del Principe di Carignano del 1703; indi Luogotenente del Regim.to di Monferrato; trasportatosi a Roma fu fatto Luogotenente di cavalleria, ed è morto in Ferrara li 2 febbraio 1709.

1690 – Li 2 giugno in mercoledì alle ore 17 è nato il quarto Genito, ed a ore 24 fu immediatamente battezzato al Duomo nominato Gio.Batt.a M.a – Padrino il Signor Abatino di Quarto, Madrina la signora Contessa di Casasco Cravetta, qual mio figlio doppo due giorni è stato sufoccato.

1691 – Anno funesto – segnato dalla morte del quintogenito e del marito – fatti che racconta sbrigativamente così:

Mi fu nato il quinto Genito 2 7mbre a ore 5 di note, ed alli 6 fu battezzato al Duomo, nominato Gaspare Steffano Maria… era questo d’età d’anni 2, ed è morto d’anni due, giorni 14 di febre acuta.

Li 16 7mbre è morto mio marito d’anni 43 d’una febre non conosciuta.

La prima pagina del Diario che ha una copertina in pelle e un nastrino blu per richiuderlo. La calligrafia è quella originale della nobildonna che scriveva “a futura memoria” . Si noti la dizione Margarita e il paese Consombrà
La prima pagina del Diario che ha una copertina in pelle e un nastrino blu per richiuderlo. La calligrafia è quella originale della nobildonna che scriveva “a futura memoria” . Si noti la dizione Margarita e il paese Consombrà

Arrivano i francesi e il comandante insiste per farla “pransar seco”

È sempre questo il tono, essenziale e apparentemente distaccato, con cui Margherita Valenza Garretti Pelletta comunica, in una disincantata miscela, notizie di guerra e di famiglia, storie di approvvigionamenti e malefatte delle truppe francesi e di figli morti troppo piccoli. Sembra avere con la morte un rapporto frettoloso, che la infastidisce, anche quando colpisce persone molto vicine. Si può pensare che applichi alla lettera il detto dell’aristocrazia inglese never complain never explain: mai lamentarsi, mai dare spiegazioni.

Era rimasta vedova nel 1691, a 26 anni. Il marito, vedovo della prima moglie Leonora Maria Scarampi, le aveva lasciato anche le cinque figlie di primo letto. A proposito delle figliastre, Margherita racconta di averne messe tre in convento, ad eccezione della primogenita e dell’ultima, andate a marito. La quarta figliastra, oltre a finire in convento, muore giovane.

1692 – subito dopo la morte del marito scrive, con fare molto pragmatico:

Misi subito la seconda figlia nel monastero della SSma Annunziata d’Asti, dove è morta monaca Proffessa.

1694 – ho messo la terza figlia nello stesso monastero.

La prima figlia passò le prime nozze con il sig. Conte Camoto di Chieri, le seconde con il sig. Conte di Val di Fossano, le terze con il Conte di Beggiamo Luogotenente Colonnello di Fossano. La quarta figlia si è fatta monaca a Chieri in S. Clara, ed è di già morta. La quinta figlia si maritò con Monsieur Flissan di Fossano.

1696 – Passò da questa a miglior vita il mio signor Padre per aver mangiato fongi alli 17 luglio.

Carlo Emanuele III è tra i protagonisti storici dell’epoca. Nelle Memoria si racconta della sua visita ad Asti in veste di principe
Carlo Emanuele III è tra i protagonisti storici dell’epoca. Nelle Memoria si racconta della sua visita ad Asti in veste di principe

A parte le molte notizie di nascite e soprattutto morti, la parte che Gabiani considera più importante e interessante è quella che comprende gli anni tra il 1703 e il 1706, epoca della guerra di successione spagnola. Egli scrive nella Prefazione: «Notevolissime, fra tutte, sono particolarmente le notizie che riguardano il periodo 1703-1706 che precedette il famoso assedio di Torino e la splendida vittoria riportata contro i Francesi dal duca di Savoia Vittorio Amedeo II».

La simpatica miscela di notizie di ogni tipo, facilitata forse dal fatto che non aveva in mente di rendere pubbliche le sue Memorie, continua così:

1703 – Il 29 Giugno sono venute le varole in quantità al conte Roberto mio figlio con gran pericolo di sua vita.

Li 14 Luglio per l’assistenza fattagli mi sono anche venute a me in quantità.

E, nello stesso paragrafo, l’arrivo dei Francesi:

Li 7 9mbre li Francesi sono venuti in Asti in numero di settemila commandati dal Duca di Vandom. Il vescovo Miliavacca con il sig Avvocato Zappatta Sindaco gli sono andati all’incontro fuori della Porta di S. Pietro con le chiavi della città, e sono entrati come amici.

Li 8 d° mi sono portata in Asti per raccomandare gli beni de’ miei figlioli, ed all’indomani me ne ritornai in Consombrà.

Li 10 9mbre d° anno il Duca di Vandom ha fatto un distaccamento, ed è andato a Riva, e quasi su le Porte di Chieri…Nel ritorno di Riva gli Francesi sono andati a Castelnovo, ed hanno fatto molti danni.

Li 28 d°mese i Francesi si sono quarterati parte a Montafia, Passerano, Piea, Cortanze, Cortasone, Cortandone, Soglio, Camerano, Colcavagno, e parte Montechiaro, Casasco, Settime, Mombarone, Serravalle e Sessanta.

Margherita descrive con molti particolari le vicende dell’Astigiano durante l’occupazione francese e poi austriaca, fino alla vittoria dei Sabaudi sui Francesi nel 1706.

Da giovane capofamiglia, la contessa era preoccupata per le sorti del feudo di Cossombrato, cui i Francesi volevano imporre di partecipare all’approvvigionamento delle truppe, se non addirittura acquartierarvisi, e pronta a tutto per difendere i beni e i diritti dei suoi figli.

A tal fine, non esita ad affrontare i pericoli delle strade infestate da soldati per recarsi ad Asti a trattare con le autorità militari nel momento in cui apprende che due compagnie di fanteria erano destinate ad installarsi proprio a Cossombrato:

… l’istesso giorno ascesi subito a cavallo, e feci venir meco il sig. conte Tarino Consortile e venni in Asti; per strada però ebbj l’incontro de’ Volontarj, qualli m’assaltarono vicino la cappella di S.Gioseppe, ed erano duecento, mi diedi a conoscere e mi lasciarono andare.

L’antica casa Pelletta in via del Varrone nel rione della Cattedrale dove la nobildonna visse per decenni
L’antica casa Pelletta in via del Varrone nel rione della Cattedrale dove la nobildonna visse per decenni

Affrontato a cavallo il tratto di strada da Cossombrato ad Asti, viene fermata presso la chiesetta di S. Giuseppe – fra Serravalle e Sessant, antichissima, tuttora esistente, anche se demolita e ricostruita nel 1892 sull’antico sedime – si reca presso il duca di Vendome per scongiurare il pericolo di vedere le truppe francesi alloggiate nei suoi possedimenti:

Gionta in Asti mi portai dal Duca di Vandom…mi portai avanti di lui, e mi ricevè con molte cerimonie, e lo supplicai di scriver al Comandante di Montechiaro a non mandarmi alloggi: mi fece la lettera e me la mandò dal sig marchese Dru Brigadiere Colonnello, il quale alloggiava nel nostro palazzo.

Margherita si reca con la lettera dal Commandante delle truppe a Montechiaro:

qual io non tralasciai di pregarlo a non mandarci alloggi, come in fatti mi assicurò di non mandarne, e mi fece molte instanze di pransar seco, del che me ne scusai e feci ritorno alla Casa.

L'autrice dell'articolo Roberta Pelletta
L’autrice dell’articolo Roberta Pelletta

I soldati pretendono due brente di vino e sei galline a settimana

Mal gliene incolse, tanto che:

Tre giorni dopo il medesimo Comandante ha inviato un ufficiale con dodici soldati a prender carra otto di fieno, non ostante un regalo fattoci di 3 brente di malvagìa, e 3 brente di vino negro, con 20 emine di biada.

Li 8 Xbre detto Commandante ha mandato prender altre otto carra fieno.

Li 14 sono venuti a fare il foraggio generale tanto di fieno, che di paglia, meschia, nel nostro Castello non hanno preso niente, e vi misero una Guardia.

Li 27 mandò il suddetto Comandante due compagnie del Regim.to della Marina comandate dal Capitano Margarina…

Il detto Margarina per malignità, e vendeta ch’io non volevo stare in sua conversazione mi fece trasportare tutto il fieno nell’altro castello, e ritirò gli cavalli, e per questo fui obbligata a vendere il nostro, non avendo di che mantenerlo.

La chiesetta di San Giuseppe citata nel diario. Qui la contessa fu fermata da un posto di blocco. Sorge lungo la strada che da Asti porta a Cossombrato tra Serravalle e Sessant ed è stata ricostruita alla fine dell’Ottocento
La chiesetta di San Giuseppe citata nel diario. Qui la contessa fu fermata da un posto di blocco. Sorge lungo la strada che da Asti porta a Cossombrato tra Serravalle e Sessant ed è stata ricostruita alla fine dell’Ottocento

Margherita non accetta di venire a compromessi, e viene coinvolta direttamente nella pesante situazione che gravò sull’Astigiano dal novembre 1703 al settembre 1705, che prevedeva un sostanzioso contributo all’equipaggiamento degli occupanti, alleati del duca di Savoia, sotto minacce di ogni genere da parte dei comandanti locali.

1704 – Li 29 Gennaio Monsù Margarina ci ha preso due fugili, e si è fatto dare due brente di vino dalli Paesani con ordine di darne tutte le settimane due brente, e di provvedere l’oglio di noce a tutti gli Soldati; più sei galine in caduna settimana, due uomini per notte per star in Castello, e per mandargli a portar lettere: Insomma, si trova il più crudele di tutti gli Comandanti; si dice esser figlio d’un malgaro.

Li 15 marzo d° Zanone vense di notte tempo a Consombrà, e piglio un vivandiere, il quale è stato restituito, non ostante d° Margarina abbj fatto metter in prigione molti Paesani, e si è fatto pagare trenta luiggi d’oro, oltre tre filippi per testa dalli Paesani per sortir di prigione.

Il 1° settembre 1705 i Francesi abbandonano Asti e il presidio della città passa nelle mani degli Austriaci, che sottopongono a loro volta la città a un pesante regime di imposizioni:

27 8bre il Conte mio figlio è andato in Consombrà per vedere se mai potesse ottenere di far trasportar un poco di vino in Asti, e grano per nostro uso, stante che ci hanno sequestrato tutto, non essendo Padroni di niente, e tutto per ordine del Comm.te alemano il Barone Régal, che è andato nel nostro castello con 40 soldati di milizia, e venti alemani.

La macabra contabilità della battaglia di Torino

Margherita descrive, in vari punti, i movimenti delle truppe francesi e austriache, fino alla vittoria dei Sabaudi a Torino, il 7 settembre 1706, che libera la capitale del Ducato dalle truppe d’Oltralpe:

7 7mbre. S.A.R. ed il Principe Eugenio hanno attaccato li Francesi nel loro trinceramento avanti Torino, S.A.R. era su la sinistra, il Principe Eugenio alla dritta, il conflitto ha durato un ora. In questa occasione abbiamo fatto 4 Generali prigionieri – duecento e 50 uffiziali con otto milla soldati. Il Marechal Martini fu ucciso. Il Duca l’Orléans ha avuto 2 ferite però leggiere.

Morti sul campo 2000 Francesi ed altrettanti de’ nostri.

La rievocazione della battaglia di Torino contro i francesi del 1706, descritta anche nel diario
La rievocazione della battaglia di Torino contro i francesi del 1706, descritta anche nel diario

Si tratta della famosa battaglia di Torino: Eugenio di Savoia, alla testa delle forze imperiali, accorre in aiuto di Vittorio Amedeo, e il genio tattico e strategico di Eugenio fa di quella battaglia una battaglia-capolavoro che si risolve in poche ore.

Dopo la battaglia, Vittorio Amedeo ed Eugenio entrarono in città accolti con grande calore, e furono accompagnati fino al Duomo, dove fu officiato un Te Deum di ringraziamento. In conseguenza di quel trionfo che aveva privato il Re Sole di una delle sue più forti armate, sette anni dopo, a Utrecht, Vittorio Amedeo si annetteva tutti i possedimenti che la Francia ancora deteneva sul versante italiano delle Alpi.

A questo punto, nelle Memorie di Margherita c’è un intervallo, per poi riprendere, nel 1709, quando annota la morte del terzogenito ventenne, tradendo una lieve vena di tristezza:

Il cavagliere mio figlio caro è morto maggiore di Ferrara, era questi d’ettà d’anni 19, mesi 10 e giorni 11. In tempo che era Tenente de Dragoni di S.Santità è stato mandato dalla med. Sa col cavagliere Balbiano per levare il blocco delli Allemani, e gli riuscì, per questo fu fatto maggiore, e dicesi, che gli Francesi l’abbino atossicato, come pure il cavagliere Balbiano.

16 aprile, si sono fatte le promesse con madamigella Busca ed il conte mio figlio (Roberto, che sposa lo stesso anno Rosa Cristina Busca di Neviglie).

1724: misterioso duello tra il figlio di Margherita e il padre di Vittorio Alfieri

Da questo momento in poi, Margherita scrive sempre meno e le sue Memorie assumono una connotazione quasi esclusivamente familiare, con note riguardanti le nascite, e le morti, dei nipotini, figli di Roberto, l’ultimo figlio rimasto. A questo proposito vale la pena di citare il modo in cui annota la morte del secondo nipotino:

Il Quaderno di memorie così come appare. Ogni anno riporta una o più notizie, scritte tutte con la medesima calligrafia fitta e minuta
Il Quaderno di memorie così come appare. Ogni anno riporta una o più notizie, scritte tutte con la medesima calligrafia fitta e minuta

1712 – 23 maggio a ore 21 e meza la Ca Pelletta (la nuora di Margherita) ha partorito di mesi sei e giorni quindici il secondo figlio, qual ha avuto l’acqua, dindi se ne andò a godere l’Etterno Padre.

1716 – 7 Gennaio. Il Consiglio ha fatto sindaco il conte mio figlio.

1723 – 8 aprile, il conte mio figlio ha comprato il cavallo barbaro al prezzo di dodici luiggi d’oro e l’ha affittato alla Confraternita della SS. Annunziata per la corsa del Paglio a R.90 ed ha riportata la vittoria con molti eviva.

11 d° si è presentato il sud° Paglio, il Paggio ebbe di regalo R.160 oltre il vestito, calse e scarpe, capello, sciarpa e calsetti.

1724 – Il conte Roberto Pelletta mio figlio si è battuto con la spada col sig. conte Antonio Alfieri, essendo stato mio figlio che l’ha sfidato; batterono qualche tempo, e d° conte Alfieri ebbe tre piccole ferite essendovi caduta la spada, d° Ce Pelletta è stato legiermente ferito in una mano, indi furono separati.

Il conte Antonio Alfieri è il padre del grande trageda Vittorio. All’epoca dello scontro di cui sopra il figlio Roberto aveva 38 anni e il conte Alfieri ne aveva 29. Non è precisato per quale motivo abbia avuto luogo la sfida a duello.

Nel 1725 e nel ’26 il cavallo del figlio Roberto vince nuovamente il Palio, rispettivamente per la Confraternita di S. Rocco e per la SS. Annunziata. Lo vincerà ancora nel 1729, malgrado l’età avanzata del suo cavallo barbaro grigio (19 anni).

Nella singolare miscela di notizie di tipo e tono diverso, nel 1727, in marzo, Margherita annota che:

27 – Mio figlio ha lasciato il cavallo barbaro alla Confraternita di Viatosto.

E due mesi dopo, ecco una divertente nota storico-mondana, quando Carlo Emanuele III, ancora Principe in formazione ubbidiente al padre Vittorio Amedeo, arriva in visita ad Asti:

Li 21 maggio è gionto in Asti il nostro R.Prencipe di Piemonte in sedia ad ore 15 ed è andato a discendere dal sig. Gio.Battista Mazzetti con pansiere di ripartire all’indomani, ma a causa del suo mal d’occhio si è fermato sino li 25. La sera del suo arrivo si è fatta l’illuminazione per tutta la città ed è stato alla benedizione in S.Anastasio l’indomani è stato alla Messa al Duomo alla sera v’è stato sei lustri avanti il Palazzo della Corte con Concerti, ed illuminazione, la terza sera anche illuminazione, lustri e padelle accese, la quarta sera l’illuminazione come s.a, con un getto di buon vino, e tutto il popolo minuto si abbeverava, e di continuo si suonavano belli Concerti.

  1. S:A:R: è stata a messa a S.Secondo dove la città diede principio ad una novena per la salute di Da Altezza R. è stato anche a visitare le monache di S.Anastasio, essendo mia sorella abbadessa. Dopo pranzo tutte le dame sono andate a farle riverenza, e sono state ricevute con grande amorevolezza, essendo indi partito per Alessandria in posta.

Leggendo le note del Gabiani a proposito di questo episodio, si scopre che il Cerimoniale ha avuto un bel da fare per programmare feste e concerti, e la dovuta illuminazione, e “dimostrazioni di gioija e gradimento” per l’ospite. Ma il ballo previsto viene rimandato di sera in sera, ufficialmente a causa del mal d’occhi di Carlo Emanuele, fin quando S.A.R. decide di ripartire. Le Memorie di Margherita Valenza Garretti Pelletta finiscono nel 1735: muore il 30 marzo, a 70 anni. Nel testo a stampa, Gabiani aggiunge alcune note scritte dal figlio Roberto.

Volle essere sepolta nella Cattedrale d’Asti avanti l’altare della Cappella di S.Filippo ora del SS. Sacramento.[/vc_column_text][ultimate_spacer height=”12″ height_on_tabs=”12″ height_on_tabs_portrait=”12″ height_on_mob_landscape=”12″ height_on_mob=”12″]

Il Piemonte in quegli anni conteso tra la Francia e gli Asburgo

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L’ambito storico in cui si situano i fatti descritti da Margherita Valenza Garretti Pelletta è quello degli anni a cavallo fa 600 e 700, il lungo periodo della guerra di successione spagnola.

L’Europa si trovava in una situazione di stallo, in attesa della morte di Carlo II, ultimo rampollo della dinastia Asburgo del ramo spagnolo, che muore nel 1700, senza figli, e apre una crisi dinastica che mette in subbuglio tutta l’Europa. I concorrenti in lizza erano due: gli Asburgo d’Austria, per diritto dinastico e di sangue, e Luigi XIV, il Re Sole, che aveva sposato la sorella di Carlo, Maria Teresa. L’Europa del Settecento è ancora un’Europa prevalentemente “dinastica”, in cui l’interesse delle dinastie prevale su quelli nazionali.

Il frontespizio del volume edito nel 1893 a cura di Niccola Gabiani che pubblicò e commentò arricchendolo di note storiche il diario della contessa
Il frontespizio del volume edito nel 1893 a cura di Niccola Gabiani che pubblicò e commentò arricchendolo di note storiche il diario della contessa

È così nei tre grandi Paesi cattolici — Austria, Francia, Spagna – di cui l’Italia non è che una dipendenza. Re non “per volontà della nazione”, ma “per grazia di Dio”, Asburgo e Borbone si ritengono legittimi e assoluti proprietari dei loro Reami. Li considerano un bene di famiglia, di una famiglia il cui bene è molto più importante di quello del popolo. È su questa base che si combattono le guerre, si negoziano le paci, si sconvolgono o ristabiliscono gli equilibri. I trattati di Utrecht (1713) e di Rastadt (1714) rappresentano una sorta di atto costitutivo della nuova Italia nel quadro della nuova Europa.

Uno solo, fra gli staterelli di cui era composta l’Italia, aveva partecipato al sobbollimento della guerra di successione: il Piemonte. Il titolare, Vittorio Amedeo II, s’era gettato in quel conflitto soprattutto per un’ambizione di rango: da Duca di Savoia voleva diventare Re. E a Utrecht c’era riuscito. A mo’ di compenso del suo impegno, gli avevano riconosciuto – in aggiunta ai suoi vecchi titoli di Duca di Savoia e Principe di Piemonte – quello di Re di Sicilia. Questo era il più importante dei suoi guadagni, in un’epoca in cui il rango era, per le dinastie, la principale preoccupazione. Ma non solo. I Savoia avevano anche arrotondato i loro possedimenti piemontesi con l’acquisto di Casale, rimasta fin allora in mano francese, e di Alessandria, Valenza e alcune zone del Monferrato cedute dall’Austria.

Fra una giravolta e l’altra, l’Italia ha trovato un nuovo padrone: non è più che un’appendice dell’Austria, che non solo vi domina territorialmente, ma ne condiziona l’equilibrio. Ma Amedeo non ha mezzi e statura per contrapporsi al colosso Asburgo, anche se la sua diplomazia gli permette di dire la sua in quell’Europa che ha affidato al Piemonte il compito di fare da intercapedine fra Austria e Francia. È proprio giocando su due tavoli che in Monferrato i Francesi arrivano da “amici” ma diventano presto nemici, quando scoprono che Vittorio Amedeo tratta con loro ma anche con l’Austria. Il Duca Vittorio Amedeo II di Savoia aveva sposato Anna d’Orléans, nipote di Luigi XIV, nel 1684, a Versailles, accettando la moglie che sua madre gli aveva imposto. Il gracile ragazzino, che fin allora aveva dato convincenti prove solo come cacciatore di pernici e gonnelle, rivelava un notevole piglio.

Il primo problema che doveva risolvere era allontanare le guarnigioni francesi da Casale e Pinerolo, cosa che Vittorio Amedeo riuscì a ottenere, oltre a una clausola del relativo trattato che impegnava la Francia ad astenersi da qualsiasi interferenza negli affari interni del Piemonte. Malgrado le molte sciagure domestiche, Vittorio Amedeo dedicò le sue energie a fare del Piemonte uno Stato vero, seguendo il modello di tutte le monarchie assolutiste: governo fortemente centralizzato, burocrazia puntigliosa, e guerra a ogni forma di autonomia locale.

La prima vittima fu l’aristocrazia, che nell’ultimo secolo si era arricchita, impadronendosi di molti feudi. Vittorio Amedeo ne disconobbe la legittimità e vendette titoli e feudi a gente di estrazione borghese che si fosse distinta nei servizi dello Stato: magistrati, medici, mercanti, ottenendo così di rimpolpare le pubbliche finanze. D’altra parte, l’aristocrazia sabauda doveva mantenere le cariche “di vertice” anche perché non era abbastanza ricca per potersene esentare. I patrimoni erano soltanto terrieri e non molto vasti. I poderi non rendevano abbastanza per mantenere il castello sul cucuzzolo della collina o il palazzotto in città.

Quindi ci voleva l’impiego che obbligava il nobile piemontese a indossare la divisa d’ufficiale o la feluca di diplomatico. A questa nobiltà d’origine guerriera e feudale, se ne andava giustapponendo una nuova di estrazione borghese. La borghesia vera e propria, priva di blasone ma laboriosa, agiata e socialmente evoluta, era un solido puntello dello Stato sabaudo.

Nel 1730 Vittorio Amedeo abdicò improvvisamente in favore del figlio Carlo Emanuele III (nelle sue Memorie, Margherita fa cenno a questo cambiamento improvviso di rotta a pag. 50). Il nuovo titolare aveva trent’anni. Brutto, dotato di gozzo e gobba, aveva avuto un’infanzia faticosa: timidissimo e afflitto dalla balbuzie, viveva nel terrore di tutti e specialmente del padre che si ricordava di lui solo per infliggergli castighi.

Sarebbe stato escluso dalla successione se suo fratello maggiore non fosse morto, e lui diventato Principe di Piemonte ed erede al trono. Vittorio Amedeo, che non aveva particolari esigenze per il figlio in fatto di scuola, voleva che il ragazzo imparasse il regolamento militare e il manuale di strategia e tattica, e lo teneva continuamente impegnato in ispezioni alle fortezze e alle caserme; raggiunta la maggiore età, lo faceva assistere ai consigli dei ministri, ricordandogli che in ognuno di quegli uomini covava un traditore.

Dell’uomo Carlo Emanuele e del suo carattere rimangono poche testimonianze: uomo freddo e introverso, senza slanci né comunicativa, aveva un solido senso del dovere ed era stato definito bravo politico, valoroso e abile nell’arte militare. A Carlo Emanuele III in visita ad Asti, nel 1727, ancora Principe di Piemonte, Margherita Pelletta fa cenno nelle sue memorie.

Le schede

Pubblica nel 1893, presso l’editore Roux e C., le Memorie della contessa Margherita Valenza Garretti Pelletta, e nella Prefazione scrive:

È con animo sommamente lieto che oggi io mi permetto di presentare la contessa Garretti-Pelletta, più che come nobildonna, come diligente scrittrice d’una breve raccolta di notizie di storia astigiana. Debbo la conoscenza del manoscritto delle presenti Memorie alla gentilezza del rev. sacerdote D. Stefano Delude, pievano di Villa San Secondo, dotto ed amoroso cultore della storia astese; e mi è cosa gradita esprimergliene qui i miei ringraziamenti anche per parecchie altre notizie da lui fornitemi e che mi servirono a compilare alquante delle note che accompagnano le predette Memorie. Il grande affetto che la contessa Margherita sentiva per i suoi figli e poi per il primogenito Roberto, unico superstite, appare frequentemente leggendo le Memorie di lei, le quali provano in mille guise quale fosse l’interessamento che essa prendeva a favore della sua prole, sia quando questa era minacciata nella salute, sia quando poteva essere pregiudicata ne’ suoi diritti di agnazione. Onde non fa d’uopo ch’io tenti di mettere in particolare rilievo tante altre virtù di questa egregia gentildonna, poiché il cortese lettore di per sé potrà giudicare di tutte le belle qualità morali che ornarono la mia protagonista, la quale spesso nelle sue Memorie si rivela, in tutta la sua semplicità, quale essa effettivamente fu stata. Discendeva essa dall’antichissima famiglia dei Garretti, patrizi astigiani, dal nome dei quali appellavasi, fin dall’epoca della formazione degli Statuti astesi (1379) una via di Asti, denominazione che viene conservata tuttora. Le Memorie della contessa Pelletta, come potrà rilevare il lettore, sono scritte senza alcuna pretensione, e l’autrice medesima lontana senza dubbio le mille miglia dal supporre che le sue notizie potessero un giorno andare per le pubbliche stampe, non ebbe certamente il pensiero di farne una vera cronaca e per forma e per sostanza.

La suggestiva eredità di un’antenata

Mi causava un certo disagio sentirla nominare, Margherita. La nonna e zia Violante, rispettivamente mamma e sorella di mio padre, ogni tanto dicevano: Margherita semplificherebbe e risolverebbe subito la questione… Di che questione si stava parlando? Origliando con leggerezza, sentivo che ogni tanto la citavano con una certa ammirazione: era un tipo deciso Margherita… «misi la mia seconda figlia in convento» «misi la mia terza figlia in convento»… L’occasione per conoscere Margherita venne quando la zia, appassionata conoscitrice della storia del Piemonte, cominciò a raccontare le Memorie dell’antenata e come quella donna, così lontana nel tempo, avesse avuto una notevole risonanza nei racconti tramandati di generazione in generazione. Era citata solo dalle donne, in famiglia. Gli uomini la consideravano “troppo maschile”, così avevo sentito dire. Chissà cosa volevano dire con quel troppo maschile. Mentre zia Violante raccontava le Memorie, e ne leggeva qualche piccola parte, si coglieva una sorta di ammirazione e affetto nella sua voce, e negli anni, quando se ne parlava, capii che teneva a ricordare Margherita, anche perché era l’unica donna che avesse lasciato un diario in cui registrava tanti fatti della sua vita, in quel modo brusco ed essenziale, senza che nulla trasparisse del suo sentire: in nessun punto tradiva un’emozione di qualche tipo, un’ambizione, un desiderio, o una vena di dolore per la morte dei figli, della sorella, del marito. Si limitava a registrare che quelle persone erano morte, al più indicava il motivo: febbre alta. Strana donna, pensavo. E in qualche modo, attraverso le citazioni e i commenti di zia Violante, era entrata anche nel mio immaginario. La zia è morta 8 anni fa, e mio cugino Enrico mi ha consegnato quelle Memorie, che ora sono qui, su Astigiani.

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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  Molti annunci ufficiali di fidanzamenti, soprattutto in campagna, un tempo avvenivano in primavera: erano il risultato delle veglie invernali nelle stalle. Terminato il servizio...

«Quella passeggiata a Viatosto non l’ho dimenticata»

Quegli anni fatati della vita. Rubo a Italo Calvino il titolo per sfogliare l’album dei ricordi dei cinque anni trascorsi sui banchi di legno...

Gli intensi anni astigiani di “Bicio”

I De André sfollano nel 1942 in una cascina di Revignano   Un uomo elegante esce dalla casa contadina. Lo chiamano Professore, incute soggezione, ma è...

Accadde nel terzo trimestre

10 anni 16 settembre 2007 Il drappo del Palio è firmato da Paolo Conte e conquistato dal rione San Secondo (rettore Marco Zappa) con Giovanni...

Voci astigiane tra le onde della guerra

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Dai lampioni a gas alle lampade a led, storia della luce pubblica

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Un vino popolare racconta la sua epopea La guerra è finita da un anno e mezzo e il 22 novembre 1946 nella sede della Camera...

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