lunedì 5 Dicembre, 2022
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1932-1934

DIARIO DI UNA “PICCOLA ITALIANA”

UNA COPERTINA INNEGGIANTE ALLE COLONIE ITALIANE, UN’ALTRA CON IL RITRATTO DEL RE, UNA TERZA CON UN GRANDE SALVADANAIO E LA SCRITTA “SALVADANAIO DEL LITTORIO”: SONO I QUADERNI INGIALLITI, PERFETTAMENTE CONSERVATI, DI UNA BAMBINA CHE FREQUENTAVA, NEI PRIMI ANNI TRENTA DEL NOVECENTO, LA SCUOLA ELEMENTARE CARDUCCI, VINCEVA LE BORSE DI STUDIO E SOGNAVA DI “FARE DA GRANDE LA MAESTRA”. NON NE AVEVAMO PIÙ MEMORIA ED È STATO EMOZIONANTE TROVARE, IN QUELLE PAGINE, UN RITRATTO FEDELE DELLA NOSTRA CITTÀ IN QUEGLI ANNI: LUOGHI E PERSONAGGI, RETORICA E RITI DELLA PROPAGANDA, RESI CON UNA SCRITTURA NON CONDIZIONATA DAL RICORDO, MA, COME SEMPRE IN UN DIARIO, FRUTTO DELL’IMMEDIATEZZA DEL PRESENTE, DI QUEL PRESENTE.. IL NOSTRO EVOCANTE VIAGGIO INIZIA IL 2 FEBBRAIO 1932.

La vita di una bambina astigiana
degli anni Trenta: Emilia nata nel 1923

La guida del nostro viaggio è una bambina, nata nel 1923. Si chiama Emilia.
I “documenti” che abbiamo fra le mani sono i suoi quaderni dalle pagine ingiallite, ma dalla grafia ordinata e ancora nitida, tracciata con il pennino intinto nell’inchiostro del calamaio di un’aula dai soffitti alti e dai banchi di legno. Su alcune copertine si legge “Diario”: inizia così il nostro percorso nei sogni e nelle emozioni, non filtrati nel ricordo, di una testimone che attraversava, inconsapevole come tutti i bambini di ogni epoca, sotto ogni cielo, anni cruciali della storia.
La grande storia che scorre nelle sue pagine, precipitando verso epiloghi di guerra e di morte a noi noti, a tratti irrompe, nell’enfasi che permea ogni momento della vita, ma è l’umanità di una città di luoghi spesso perduti, teatro affollato di un mondo che appartiene al suo, ma anche al nostro passato, che può emozionare.
Emilia descrive la propria aula alla scuola Carducci (“Al di sopra della cattedra c’è il ritratto del Duce, il Crocifisso, il ritratto del Re Vittorio Emanuele III, il ritratto della Regina Elena”, 2 febbraio 1932), osserva la realtà che la circonda e si muove lungo un calendario scandito dall’ufficialità delle date, secondo un formulario a cui l’ingenuità infantile conferisce ulteriore solennità.
Sono le pagine in cui la bambina è testimone, e protagonista suo malgrado, di una ritualità che reinterpreta presente e passato alla luce della propaganda, della volontà di teatralizzazione della vita pubblica. Ha nove anni Emilia, quando, in quarta elementare, il 10 ottobre del ’32, scrive: “Stamattina è stato inaugurato l’anno scolastico con una funzione religiosa. Fu celebrata nella cattedrale dal nostro vescovo. Vi erano presenti le autorità e gli scolari di Asti. Monsignor Umberto Rossi ha fatto un discorso riguardante lo studio. (…) Uscite che fummo, andammo a fare omaggio ai caduti. Mentre balilla e piccole italiane facevano il saluto fu offerta ai nostri martiri una ghirlanda”.

“Al cinema Vittoria proiettano
il capolavoro
Camicia Nera”

Il 18 gennaio del ’33 scrive della premiazione al Teatro Alfieri dei migliori scolari del precedente anno e del maestro Bazzano, dopo quarant’anni di scuola: “Il Podestà, l’Onorevole Buronzo, gli offrì una medaglia d’oro, una bella pergamena e un mazzo di rose (…) La premiazione si volle che fosse fatta quel giorno perché si ricordava la nascita del sommo poeta Umberto Rossi ha fatto un discorso riguardante lo studio. (…) Uscite che fummo, andammo a fare omaggio ai caduti. Mentre balilla e piccole italiane facevano il saluto fu offerta ai nostri martiri una ghirlanda”.
Il 18 gennaio del ’33 scrive della premiazione al Teatro Alfieri dei migliori scolari del precedente anno e del maestro Bazzano, dopo quarant’anni di scuola: “Il Podestà, l’Onorevole Buronzo, gli offrì una medaglia d’oro, una bella pergamena e un mazzo di rose (…) La premiazione si volle che fosse fatta quel giorno perché si ricordava la nascita del sommo poeta Vittorio Alfieri”. Il 2 aprile racconta della conferenza del cappellano di campo Don Caviglia alla Casa del Balilla; il 27 maggio della proiezione per le scolaresche, al Cinema Vittoria, del “capolavoro Camicia Nera” a conferma della puntuale opera di indottrinamento del Regime.
Il 30 aprile del ’34, sarà la gara di canto, sempre al Vittoria, a vedere presenti “tutte le scolaresche delle Frazioni Rurali”: “Dopo pranzo in divisa tutti noi Balilla e Piccole Italiane ci siamo recati in Piazza San Secondo a sentire le scuole premiate. I premi erano letti dal provveditore che era assieme al Podestà sul balcone del Municipio”.
L’8 gennaio del ’33, Emilia registra come un evento il compleanno della “nostra Regina Elena”: “Ella è caritatevole, savia, amorosa e gentile. Va spesso a visitare i malati negli ospedali, porta il conforto della sua buona parola e generosità”. Non mancano altri anniversari. Così, il 20 aprile: “Domani si ricorda il Natale di Roma”. La bambina racconta la leggenda, illustrandola con il disegno di Romolo e Remo in un cesto, sulla sponda del fiume, in attesa della lupa, ma non dimentica il richiamo all’attualità del Regime: “Il Duce insieme al Natale di Roma ha istituito la festa del lavoro che è la ricchezza per la Patria”.
Il 24 maggio non può mancare un accenno all’anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria nel 1915. La bambina, che sapeva come il grande baule in soffitta custodisse il cappello da alpino del padre, morto il giorno del suo primo compleanno, passa dal piano celebrativo a quello privato e senza retorica: “In questa grande guerra parteciparono della mia famiglia il mio babbo, gli zii e i cugini, due dei quali morirono sul campo di battaglia”.
Il 28 ottobre del ’33, Emilia racconta: “Oggi 28 ottobre si ricorda la marcia su Roma: Questa mattina siamo andate in divisa al corteo. Siamo sfilate in piazza Alfieri, in piazza San Secondo e in piazza Roma. In quest’ultima vi era la tribuna con le autorità e la banda suonava”.
Alcuni valori risultano fondanti dell’etica, come quello del risparmio. Si legge il 31 ottobre del ‘32: “Questa mattina la signora maestra ci ha detto che il governo ha istituito la giornata del risparmio. (…) Io alla Cassa di risparmio ho il libretto. Sopra ho già messo quaranta lire. (…) Anche gli animali risparmiano. Il cane se ha qualche osso lo va a nascondere nella terra.”. E poi, a novembre, per la festa degli alberi al Bosco del Littorio: “Il Duce vuole che noi piantiamo tanti alberi”. O per il compleanno del Re: “Io sono andata alla rivista dei soldati. C’era il generale Passeroni a cavallo. I soldati erano vestiti a festa coi guanti bianchi. Dai balconi gettavano giù i fiori. Tutti abbiamo fatto festa. Tutto il giorno i carabinieri passeggiavano col piumetto rosso in testa”.

Natale ‘32 in dono una bella scatola di colori

Sono andata alla rivista dei soldati. C’era il generale Passeroni a cavallo. I soldati erano vestiti a festa coi guanti bianchi. Dai balconi gettavano giù i fiori. Tutti abbiamo fatto festa. Tutto il giorno i carabinieri passeggiavano col piumetto rosso in testa”.
Si coglie l’eco di episodi che avevano turbato e commosso la città, come quello della morte dell’aliere Icardi. Emilia ne fa cenno il 2 novembre del ‘32: “Oggi mia mamma mi ha condotta al cimitero. C’era molta gente.
E’ il giorno dei morti. Le tombe erano cariche di fiori. La tomba di mio babbo era fiorita come un giardino. (…) Abbiamo visitato la tomba dell’aliere Icardi”. Il 20 ottobre del ’33 Emilia racconta di “una sciagura” accaduta nel santuario della Madonna di Lourdes (la Madonna del Portone): “ieri, mentre il prete celebrava la Benedizione e i fedeli erano in chiesa, furono distrutti da mano ignota quasi tutti i quadri della Via Crucis, e la Santa Vergine aveva la testa staccata dal collo”. La bambina partecipa agli eventi cittadini, come l’inaugurazione dell’Orfanotrofio maschile Vittorio Alfieri, il 13 novembre del ’32. Scrive della grande festa fra le bandiere:
Erano presenti i mutilati di guerra, le vedove e le madri dei caduti. Da Roma venne ad Asti Sua Eccellenza Edmondo Rossoni a visitare alcune opere pubbliche, tra cui l’orfanotrofio. Il podestà Buronzo ha fatto un discorso sulle opere di alcune città. Al comando di Don Nebbia, balilla e piccole italiane cantarono gli inni: Balilla, Giovinezza e Inno Imperiale, accompagnati dalla musica”. L’anno successivo, Emilia visita l’Ospizio Umberto Primo, da poco inaugurato (“Il Cittadino”, 29 novembre 1931). Fra sorpresa ed emozione, si trova a varcarne la soglia e ad attraversare i grandi saloni dai pavimenti lucidi. Vede il cortile, la cappella illuminata dalla luce delle vetrate (“Così le pareti in faccia alle finestre risplendevano di viola”) e scrive, il 20 novembre del ‘33: “Ieri mia sorella mi ha condotta a vedere l’Ospizio per i vecchi. Era alto tre piani. Era bello! C’era il reparto per gli uomini, e il reparto per le donne. C’era il dormitorio con dentro alcune vecchiette colla cuffia da notte. L’infermiera era tutta bianca. Dentro v’erano le suore che curano i malati. (…) Chi ha fatto fare l’Ospizio è stato il Municipio e la Cassa di risparmio. Hanno fatto un’opera buona”.
Al calendario degli eventi pubblici si intreccia quello legato al susseguirsi delle stagioni e alle festività. Natale non è solo l’attesa della notte (“Io non potevo addormentarmi”, scrive il 26 dicembre del ‘32), il dono di “una bella scatola di colori Fila” e di due libri, uno di novelle e uno “che parla delle fate”, oppure, come registra in occasione di un altro Natale, di “un pulover rosso, un paio di zoccoli e un sacchetto di bomboni dolci”, ma l’atmosfera rarefatta delle strade, in cui, come annota, “Vedo già passare qualche persona con in ispalla qualche ramo d’abete o di pino. Con quei rami fanno l’albero di Natale”. Natale è’ l’emozione nella penombra della chiesa, è la magia del presepio al Michelerio o a San Martino, descritto con la consueta capacità di osservazione il 30 dicembre: “Sopra un banco c’era un pastore con una tromba. Mia mamma mise due soldi nella cassetta e quel pastore suonò una lode a Gesù Bambino. Il presepio era molto bello. C’era il castello di Re Erode tutto illuminato di rosso”.

“La neve dà lavoro
agli operai disoccupati”

La città conosce interminabili inverni e i vetri si ricamano di ghiaccio. Il 12 gennaio del ‘33, giorno del suo decimo compleanno, Emilia scrive: “È da ieri che nevica. I tetti sono tutti bianchi e in terra se n’è posata molta. Che gioia veder nevicare! (…) Ma vi è molta gente che è povera che non ha da coprirsi ed ha freddo. Anche agli uccellini la neve fa male, perché non trovano da mangiare. (…) La neve dà del lavoro agli operai disoccupati, perché vanno a levarla dalle strade”. C’è un’occasione di riflessione anche nell’annotazione del 10 febbraio del ’33: “Ieri è stato l’ultimo giorno di carnevale. Il giorno non era molto divertente come gli altri anni perché molta gente non ha denari. Le guardie hanno proibito le maschere sul viso, perché temono che facciano del male a qualche persona che abbiano in odio. (…) Mia mamma mi condusse un giro sulla giostra di Bastiano. Venendo a casa ho visto un uomo con un sopranaso di celluloide.
Non manca lo spazio privato della vita, all’interno della cerchia degli affetti più intimi e familiari.
E sono le pagine brevi, con i disegni che restituiscono l’immagine della casa, il letto con i grandi pavoni dipinti, un vestito “fatto alla godè e arricciato”, ricevuto in dono
per la festa della parrocchia. Del 27 febbraio è la notizia della paralisi della nonna (“Ora non parla più! Quando qualche volta mia sorella va via, io le leggo delle avventure di Pinocchio. Ella è contenta.”); del 9 marzo il racconto di una visita a una compagna che aveva un mandorlo fiorito e un pappagallo verde con “piumette rosse e blu” (“Il babbo della Pia ci ha dato le gallette”).
Il calendario delle ricorrenze si sofferma sulla visita ai Sepolcri, il 24 marzo dello stesso anno (“Sono andata nella Cattedrale, alla Consolata e a San Silvestro. (…) Io pregai il Signore che conceda del lavoro a mia mamma e mia sorella”) e nel resoconto del giorno di Pasqua, il 28 marzo: “La mattina sono andata a messa nella chiesa di San Secondo. L’orchestra suonava e i chierici cantavano lodi a Gesù risorto”.
Non può mancare, il 3 maggio del ’33, l’annuncio: “Oggi si ricorda la Vittoria di San Secondo”. Emilia racconta quel giorno di festa di circa ottant’anni fa: “Questa mattina mi recai a messa nella chiesa del Santo. Vi erano le autorità Civili ed Ecclesiastiche. Il Municipio donò in forma solenne alle autorità Ecclesiastiche una pezza di velluto cremisi in onore del Santo (il Palio ndr). La Banda Cittadina suonò due inni e così ritornarono al municipio”.
Vediamo attraverso gli occhi di Emilia la città affollata e festosa, con le giostre in piazza Alfieri. “Vi sono tre autopiste, una di queste ha nome Paradiso dei Bambini. Com’è bella! Le automobili sono piccole. C’è una giostra mai venuta! Ha due piani. Io ci andai due giri. Vi sono molti baracconi, banchetti da torrone e da giocattoli”. Un’altra pagina racconta l’emozione dei fuochi artificiali, fra “cascate e ombrelli di tutti i colori”: “avevano formato una bottiglia di spumante tutta circondata da lampadine piccole che formavano i colori della nostra bandiera. Con un violento colpo il turacciolo si levò e dalla bottiglia si vide uscire del vino che andò a riempire due coppe accanto. Si videro le ruote di diversi colori che giravano nell’aria cambiando in un baleno (…) Un tratto si vide passare per il cielo come una saetta, una colomba che andò a dare fuoco al castello, il quale si illuminò tutto e lo stemma che aveva in mezzo si aprì, e apparve S. Secondo a cavallo. Con dei colpi violenti i fuochi finirono lasciando nell’aria nuvole di fumo”.
Un luogo simbolo, che la bambina sceglie per il diario mensile, è la stazione. Così, il 27 novembre del ’32, Emilia annota: “Ho visto la partenza di un treno, la gente dai finestrini salutava i suoi parenti. Fra questi viaggiatori ve ne potranno essere che partono per emigrare in una nuova terra fra sconosciuta gente e chissà se la sorte darà la fortuna di ritornare nella loro bella Patria”.
Il componimento prosegue l’8 dicembre, con la descrizione delle due sale d’aspetto: “Quella di prima è molto lussuosa, con panche imbottite di velluto granata, con dei bellissimi lampioni. Invece quella di seconda è meno bella! Ha le panche di legno con le lampadine elettriche”. E ancora, il 17 dicembre: “Dopo avere attraversato il sottopassaggio, mi trovai sotto una grande tettoia di ferro. Sui binari, fermo vi era un treno e il macchinista era intento a gettare nella macchina grandi pani neri di carbone. Quel treno mi ricordò il giorno in cui con un po’ di rincrescimento abbandonai la mia famiglia per andare a Limone dove trascorsi un mese di godimenti respirando l’aria buona dei monti e ritornando a casa bianca e rossa paffuta”.
La città compare con le sue vie e piazze affollate, come nella pagina del 5 ottobre del ’33, in cui Emilia descrive corso Alfieri, attraversato da “cavalli da tiro che trainano pesanti carri, e altri invece che tirano graziosi calessi. Alcune volte, specialmente i Mercoledì, mi capita di vedere donne con ceste e panieri che vanno a vendere il loro raccolto e contadini che conducono animali al mercato. (…)
A mezzogiorno dopo il fischio della sirena, si vedono operai che ritornano in bicicletta dal lavoro. (…) Certe volte si vedono cortei funebri, altre volte cortei nuziali”.
Riponendo questi quaderni con la tavola pitagorica in ultima pagina, la Tripolitania, il ritratto del Re o l’orazione agli “invitti a Redipuglia” in copertina (“e il popolo de’ morti surse cantando a chiedere la guerra”), non si può non pensare alle attese, agli ideali e alle lotte dei bambini cresciuti, come Emilia, nella gioia di poveri giochi infantili (“l’aquilone, la girandola e la trottola”, che è però “un gioco preferito dai maschi”, come si legge il 15 marzo del ’33), attraverso stagioni di pace e di guerra, in una città che, teatro di vita e di morte, lungo l’arco del secolo, si trasformava. Seguendo il passo leggero della nostra piccola guida attraverso i giorni e gli anni, è stato possibile, forse, cogliere qualche attimo di aspra e intensa verità del passato di Asti.
Dedico a Emilia e al suo sguardo da bambina questo articolo.

Le schede

L’AUTRICE DELL’ARTICOLO

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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