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Sec. XIII

Quei 199 gradini che fanno salire nel cielo di Asti

La Torre Troyana è un’icona della città medievale
Tra le poche ben conservate delle antiche torri, la sua storia coincide con l’ascesa e la rovina di una ricca famiglia astigiana. È la Torre Troyana, nata per dimostrare la potenza economica dei Troya. Quando le fortune della famiglia sfiorirono, nel corso del Quattrocento divenne simbolo (e proprietà) del Comune. Da allora si dotò di una campana per diventare nota anche come Torre dell’Orologio. Per cinquecento anni la stessa voce ha scandito le ore della città, annunciato i suoi eventi pubblici, richiamato il popolo per le esecuzioni. Nel frattempo, l’isolato intorno a lei cambiava aspetto e funzioni. Fino al Novecento: sul finire del secolo scorso, un profondo restauro le ha restituito una scala che sale per tutti i suoi 44 metri di altezza. E con essa, la possibilità di guardare Asti da un punto panoramico unico.

Si sale a 36 metri, la punta della torre è a 44 metri

 

La scala in legno a sviluppo quadrato si avvita su per tutta l’altezza della Torre Troyana: 199 gradini, non uno di più, portano in cima al monumento più riconoscibile di Asti con i suoi 44 metri di altezza. Perché se è vero che Cattedrale, Collegiata di San Secondo, Battistero di San Pietro e palazzi nobiliari sono autentici tesori, la Torre Troyana è stata assunta come icona. Svettante tra i tetti rossi del centro, fin dal Cinquecento nota anche come “Torre dell’orologio”, ha un’architettura caratteristica con le sue bifore disposte su tre piani. Non ultimo, è tra le poche ben conservate delle antiche torri che furono caratteristica di Asti, oltre a essere il più alto monumento medievale visitabile in Piemonte. La sua storia coincide con l’ascesa e la rovina di una ricca famiglie astigiane, e come ogni edificio storico ci permette di ripercorrere lo sviluppo della città. Oggi in posizione centralissima, ancora nel Theatrum Sabaudiae del 1682 la Torre appariva in posizione relativamente periferica rispetto al centro: quasi a ridosso delle mura orientali, che dal Castelvecchio – l’attuale Bosco dei Partigiani – scendevano lungo quello che oggi è il tracciato di corso Dante. Poco o nulla è cambiato fino ai primi del Novecento, quando la zona è stata edificata sempre più densamente, fino al boom degli anni Sessanta. Perché allora scegliere una posizione così decentrata per l’edificazione di una torre? E che scopo aveva?Occorre tornare al secolo XIII, periodo della storia cittadina in cui ad Asti stava emergendo un nuovo ceto dirigente. La fortuna di tali figure si fondava sul commercio internazionale, sul cambio e sul prestito. Tra questi, la famiglia guelfa dei Troia o Troya, come riportato in diverse fonti. Era una casata nobiliare intorno alla quale sono sopravvissute poche informazioni; composta da pochi membri, inizialmente priva di legami territoriali, alcuni tra i suoi esponenti ricoprirono importanti cariche pubbliche. Fu il caso di Filippo Troia, nel 1221 credenziario di Asti, funzione che lo dotò di potere decisionale in politica interna ed estera. Di certo fu un una famiglia dotata di notevoli disponibilità economiche. Come altri Lombardi (vedi Astigiani 15, pagina 26) i Troia erano una multinazionale del credito che aveva avviato attività finanziarie in Germania, Francia settentrionale, Belgio e Svizzera. Una potenza economica con la necessità e di certo l’intenzione di affermare il proprio prestigio anche attraverso un palazzo. Con ogni probabilità, la costruzione non iniziò da zero: nei primi del Duecento, l’attuale piazza Medici era identificata con la piazza “dei Cortesi”. 

Ricostruzione grafica dello stato attuale della torre (illustrazione di Francesco Corni)

Costruita per sfoggiare il potere economico di una famiglia di prestatori di denaro

 

Proprio la famiglia dei Cortesi, che fino ad allora aveva detenuto un notevole peso nella vita cittadina, aveva avviato qui l’edificazione di una torre. Con il loro rapido declino, i lavori si arrestarono. Furono  i Troia a rilevare la proprietà e riprendere il cantiere, convinti anche dalla posizione strategica. La struttura in fase di costruzione si trovava infatti a un importante incrocio di strade, ma edificare qui significava anche assicurarsi buoni rapporti di vicinato. In questa zona della città, detta Canetum, sorgevano già molte case appartenenti alla potente famiglia dei Solaro, alleati dei Troia e loro sodali nelle altalenanti sorti delle lotte civili dell’inizio del Trecento. Abbattuta la parte residenziale preesistente, i Troia fecero progettare un palazzo a pianta rettangolare. L’impianto, con orientamento nord-sud, è ricavabile dalle poche parti in muratura sopravvissute, oggi inglobate nelle fondamenta del novecentesco edificio sede dell’Unione Industriale. All’angolo nord orientale, la famiglia mantenne la torre e la fece innalzare. Nella seconda metà del Duecento, la torre si arricchì dei tre livelli caratterizzati dalle bifore. I merli a coda di rondine furono aggiunti poco dopo, probabilmente intorno al 1275. Fu questo il periodo più florido per la Asti medievale. Dai tetti della città spuntava una selva di torri, segno del prestigio e della potenza delle famiglie locali. Non erano dunque strumenti di difesa, o almeno non era quella la funzione principale per cui venivano erette. Per i nobili, l’esigenza era quella di apparire, in una continua sfida a erigere costruzioni sempre più alte. E anche le soluzioni decorative, sempre più elaborate e ardite, denotano che l’obiettivo era quello di dimostrare la propria potenza economica. In modo non dissimile dalle city delle moderne metropoli, Asti si trovò costretta a regolamentare l’altezza delle torri nei suoi statuti comunali. In particolare si vietava “di innalzare torri in muratura che superassero in altezza quella dei Bertramenghi e Scarampi”, incombente sulla piazza del Santo, condivisa tra le due famiglie citate e alta 36 metri. Imposizione bellamente ignorata da famiglie come i Comentina, i De Regibus e gli stessi Troia, che superarono l’altezza fissata. La città dovette suo malgrado adeguarsi, imponendo nuove restrizioni e pene pecuniarie per chi avesse trasgredito. Gli anni successivi furono travagliati, come si evince dalle memorie del cronista astigiano Guglielmo Ventura. Nel maggio 1303, in città si giunse a una resa dei conti tra due fazioni avverse, i De Castello contro i Solaro. Questi ultimi ebbero la peggio insieme ai loro alleati, tra cui anche la famiglia dei Troia, violentemente cacciati da Asti. 

L’interno con le caratteristiche bifore del XIII secolo. Foto e illustrazioni tratte da “Asti. La Torre Troiana”, edito dal Comune di Asti e curato da Gemma Boschiero e Alberto Crosetto

Nel 1400 la torre diventa civica con orologio e campana

 

Durante la loro assenza, i vincitori  fecero largo uso dei beni conquistati ai nemici. Tra questi, ricorda sempre il Ventura, il marchese di Saluzzo che prese dimora proprio nelle case dei Troia: “Egli disponeva in sopra misura e con abbondanza dei granai e dei magazzini di Tommaso e Paolino dei Troia, stracolmi di frumento, vino, avena e carni salate, si serviva delle loro suppellettili e attrezzature come fossero proprie”. Dopo un anno o poco più di esilio tra Alba e Chieri, i legittimi proprietari ripresero possesso di palazzo e torre. Decisero di avviare un intervento edilizio radicale, ristrutturando e modificando l’asse del vecchio palazzo, rifacendo gli ultimi piani della torre e costruendo un nuovo corpo sul fronte settentrionale dell’isolato. Non era destino degli edifici quello di rimanere a lungo proprietà dei Troia. La famiglia conobbe un rapido declino, e già nel XV secolo non erano rimasti eredi. Palazzo e torre passarono di mano in mano, per diventare nei primi decenni del Quattrocento di proprietà comunale. Il palazzo fu sede degli uffici pubblici, e la torre assunse la sua funzione civica. Fu dotata di campana e orologio, protetti ben presto da un tetto. E dopo duecento anni, era arrivato il momento dei primi lavori di restauro. In particolare, attraverso le grandi aperture sommitali le intemperie avevano danneggiato il meccanismo che scandiva il tempo della città. Nel 1470 il Consiglio comunale stabilì di murare le aperture e di costruire un apposito riparo alla campana, sporgente e sopraelevato rispetto al tetto. Con l’aggiunta della lanterna, la Torre Troiana aveva raggiunto l’aspetto che conserva tutt’ora. Arricchita di una vezzosa banderuola segna vento, sembra fosse simbolo riconosciuto della città già all’inizio del Cinquecento. La prova è in un polittico risalente al 1520, opera di Gandolfino da Roreto. In una tavola è raffigurato San Secondo, che regge Asti nella mano sinistra. Si riconoscono chiese e torri, ma la struttura davvero inconfondibile è la Torre Troyana. Perché raffigurarla così centrale e svettante? All’epoca di Gandolfino, non era la più imponente, né la più alta ancora esistente. Probabilmente l’artista la mise in risalto proprio perché era la torre civica, e costituiva l’emblema della collettività. La torre cambiò poco o per nulla nel corso del tempo, mentre l’isolato che la comprendeva mutò in forme e funzioni. Il palazzo che fu dei Troya cadde in rovina, mentre intorno le attuali vie Carducci, Hope, Della Valle e corso Alfieri diventarono sede del mercato pubblico, il “Campo della fiera”.  Nel corso del Seicento il profilo lungo le attuali piazza Medici e via Hope non presentava discontinuità, la torre era inglobata in un complesso unico che la città di Asti aveva destinato all’Ospedale di Carità. Destinazione mantenuta – almeno a livello urbanistico (per la storia degli ospedali vedi Astigiani n. 3, da pagina 4) – fino all’inizio del Novecento, quando per tutelare ed esaltare il ruolo monumentale della torre si decise di isolarla dagli edifici circostanti. Tra il 1932 e il 1935, lo storico Niccola Gabiani fu promotore di una lunga serie di lavori che portò l’area all’attuale aspetto, abbattendo anche il “Ricovero di Mendicità” adiacente. Nel 1942 venne inaugurato la sede della attuale Camera di Commercio e nel Dopoguerra sorse l’edificio che ospita l’Istituto tecnico professionale “Castigliano”. In anni più vicini a noi, Comune e Soprintendenza ai Beni archeologici hanno portato a termine un restauro che ha restituito la Torre Troyana alla fruizione pubblica. Eseguiti dal 1996 al 1998, sotto la direzione degli architetti Roberto Nivolo e Sonia Bigando, i lavori hanno consentito il rifacimento della scala interna, del tetto e della bandierina segnavento, oltre al recupero di murature e decorazioni in avanzato stato di degrado. L’antica campana cinquecentesca, rimossa dalla lanterna nel 1927, è stata riportata in cima e collegata a un nuovo orologio. E ancora oggi batte lo scorrere del tempo, nella città che si stende ai suoi piedi.   

 

Le Schede

 

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

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