mercoledì 22 Maggio, 2024
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1526

La vittoria dimenticata di Matteo Prandone

Quando gli astesi sconfissero il Maramaldo
Sotto il comando di Matteo Prandone le milizie astesi resistettero all’assedio e al cannoneggiamento delle truppe spagnole guidate dal feroce Maramaldo e il 13 novembre 1526 con un’audace sortita lo costrinsero alla ritirata verso Alessandria. Una vittoria che la chiesa e la fede popolare attribuirono all’intervento dal cielo di San Secondo, apparso ai combattenti su una nuvola. Solo 60 anni dopo fu eretto un tempietto a ricordo di quel fatto d’armi, ma l’edificio nel 1916 venne abbattuto tra le polemiche. Oggi è rimasta la piazzetta e il viale (poi a sua volta sradicato) intitolato alla vittoria, ma pochi ne conoscono l’origine storica. E al comandante Matteo Prandone, che in quella battaglia perse la vita, con quella di un figlio, sono dedicate una strada e una lapide in Via XX settembre, con affresco del Baussano.

Arrivano gli spagnoli di Maramaldo e chiedono di entrare in città

 

Nel novembre 1526 le mura circondavano la nobile città d’Asti. A guardarla, dalle cortine e dalle torrette, e ancor meglio dal corpo di guardia di porta San Pietro, la folla di chi stava fuori appariva opaca e mobile tra il fango e i sassi e le molte casupole. Borgo San Lazzaro ha poco da difendere. Eppure, nel corso della stessa giornata, non appena si sentirà il rumore sordo dei carri che avanzano, lo zoccolio dei muli e l’impeto dei cavalli, un mare di gente  cercherà rifugio in città, tra le mura di mattoni rossi che il tempo sta sgretolando. Giunge infatti per la strada di Annone, attraversato il ponte sul Versa, una colonna di fanti con passo cadenzato, trombetti e tamburi, insegne al vento. La precede, bene in vista a cavallo, Fabrizio Maramaldo, condottiero al soldo di sua maestà cesarea, Carlo V di Spagna.
Solo quando i suoi tremila uomini son tutti in vista delle mura, con i picchieri ben stretti a mostrare le lunghe lamine che tengono al fianco e i tamburini rollano come dannati, un capitano parte al trotto per portare alla città la richiesta di ingresso del suo comandante.
Il momento è ben scelto. Nessun notabile di rango è presente in Asti. Son tutti in Milano a rendere omaggio al marchese del Vasto, comandante d’Italia per l’imperatore spagnolo. La città di Asti gli ha già giurato fedeltà in tutta fretta nel gennaio del 1525, subito dopo la cattura a Pavia del re di Francia Francesco Primo, ma giurare è cosa assai facile in questi tempi di guerra; ora è tempo di mantenere le promesse e di dimostrare la concreta sottomissione al governatore spagnolo.
Colui che chiede di entrare ne ha tutti i diritti, essendo uno dei migliori comandanti al servizio della corona imperiale di Spagna. Eppure la città trepida. La consultazione fra i comandanti militari della piazza astese porta alla decisione che le porte della città non si apriranno. Il Maramaldo e i suoi soldati fanno ancor più paura delle ire di Carlo V. Asti si ricorda bene del passaggio di pochi mesi prima a inizio anno suo e della sua soldataglia. Maramaldo è un napoletano di piccola nobiltà, di gran boria, bella presenza, una spiccata miopia e grandi modi da signore di rango. Un appetito e una sete formidabili, una permalosità e una prontezza all’ira temibili, si aggiungono alla sua fama di condottiero abile e spietato. Nei mesi di soggiorno in città, tra gennaio e febbraio, oltre a ingozzarsi di cacciagione catturata sulle colline attorno alla città e di ostriche appositamente inviategli dal marchese di Mantova, aveva domato con vigore un ammutinamento fra le sue stesse truppe. Ne avevan fatte le spese Cesare di Napoli, un suo capitano, licenziato in tronco, ed erano cadute parecchie teste dei fanti ammutinati.

Carta di Asti di Francesco Bertelli, 1629. Abbiamo evidenziato in blu la porta di San Pietro e in rosso il punto delle mura cannoneggiato dalle milizie spagnole e dove si è svolta la battaglia del 13 novembre 1526

Gli astesi chiudono le porte. Inizia l’assedio occupato il convento degli Agostiniani

 

Del resto questi erano gli usi del tempo. Una condotta di guerra esige capi crudeli, temerari e astuti. Le loro truppe sono d’accatto e sempre pronte a vendersi al migliore offerente, a meno che non temano la mano dura del loro comandante e non abbiano per lui sacro rispetto e venerazione. Se si aggiungevano poi i saccheggi e le ruberie, gli stupri e gli incendi dei luoghi dove la banda era già passata e le ultime terribili voci arrivate da Alessandria e San Salvatore Monferrato appena saccheggiate, le ragioni del diniego degli astesi diventano ancora più evidenti. La città teme il saccheggio e non crede che le truppe al soldo degli spagnoli si accontenteranno del solo vitto e alloggio.
Gli emissari del Maramaldo dopo aver avuto il diniego di aprire la città alle truppe tornano al galoppo a riferire al loro comandante.
Le frattempo gli abitanti del borgo San Lazzaro cercano di trovare rifugio in città.
A sera le porte delle mura vengono sprangate. Chi resta fuori dovrà trovare un nascondiglio altrove nei boschi. Maramaldo, come era prevedibile, ritiene il rifiuto al proprio ingresso in città onta grave e dichiara che è tempo di prender posizione nel più idoneo dei luoghi. Non c’è da fare alcuna ricerca. Neppure gli servono i soliti occhiali. Il grosso del suo gruppo starà attorno al convento degli agostiniani osservanti, quelli lombardi.
Poveri frati. Suonata a martello la campana della chiesa nuova stanno stretti al loro Priore, Benedetto de Guiderlatis, e a Padre Cristoforo da Villanova, chiusi nel convento che hanno costruito in soli sette anni.
Maramaldo va per le spicce. Si fa aprire il convento e lo trasforma nel suo quartier generale. La chiesa nuova della Madonna delle Grazie che ancora aspetta la sua cupola, pare fatta apposta per ospitare le 15 bocche da fuoco che gli “spagnoli” si accingono a montare e a dirigere verso la recalcitrante città di Asti. Visto con altri occhi il luogo è solitario e ameno, varie buone pezze di terra messe giusto alla confluenza del rio Verde con il Tanaro.
Il condottiero ha individuato un punto debole nelle vecchie mura, la cortina ribassata del borgo di San Pietro, a sud della porta, proprio là dove il muro svolta ad angolo retto tracciando una linea netta a pieno sud correndo verso la cittadella viscontea. Il martellamento sarà lì, dove sull’angolo sporge una modesta garitta e dove alle merlature e alle caditoie nessuno osa affacciarsi.
Mentre la soldataglia si aggira in cerca di cibo e donne fuori dalle mura, in città nessuno riesce a dormire. Il vecchio sistema delle milizie comunali, mantenuto anche nel secolo precedente dai Visconti, è ancora attivo; anzi, in questi tempi che vedono scorrazzare eserciti e fazioni di Francia e di Spagna, ma anche di Milano e di Venezia, mantiene intatto il suo valore. Sono truppe messe insieme dalla paura oltre che dalla voglia di difendere la propria città. I capitani chiamano a raccolta quartiere per quartiere gli uomini atti alle armi. Non sono soldati, ma hanno tutti qualcosa da difendere. Ad Ambrogio Schellino, Antonio Serrone e Paolo Bolla, capitani delle milizie astesi, si presenta un militare già avanti negli anni, un maggiore che ha due due figli. È Matteo Prandone, civis astensis, neppure astigiano di nascita, ma lombardo di Piacenza. Abita da tempo nel quartiere di San Martino, proprio nei pressi della porta, e data l’età potrebbe restarsene a casa. La sua esperienza sarà molto utile. E lo si vedrà nei giorni seguenti, quando Maramaldo darà l’ordine di attaccare.
L’assedio ha inizio. Dall’alto del tetto della chiesa nuova delle Grazie i cannoni a palla di ferro battono per otto giorni sistematicamente un unico punto, là dove vogliono far cadere il muro. Qualche tiro più alto, a tratti serve a spaventare ben bene la città e i suoi abitanti e a convincerla alla resa squassando case di civili e botteghe.
Una città di banchieri, bottegai e placidi frati, potrebbe non riuscire nemmeno a concepire un piano di difesa. Almeno, questo è sicuramente il pensiero di Maramaldo mentre osserva soddisfatto le linee trincerate scavate in fretta lungo il rio Verde, dove stanno al sicuro i suoi migliori uomini, pronti a scattare in avanti alla rovina delle mura.

Maramaldo: stampa da Storia d’Italia di Paolo Giudici, 1938 (particolare da un’opera di Tancredi Scarpelli)

Otto giorni di cannonate per abbattere un tratto delle mura

 

Le cronache riferiscono che il cannoneggiamento continuo e monotono dura otto giorni, dal 6 al 13 di novembre. Le mura sono la cinta esterna della città; sono molto estese ma negli anni non si son trovati i denari necessari per rinforzarle. Sono vecchie di due secoli. I nuovi borghi a est della città, Santa Maria Nuova e San Pietro, sono poco abitati. La città non è povera, ma non vive più le sue migliori stagioni e a furia di malattie, pestilenze, guerre fratricide e ruberie di ogni genere, si è assai ridotta in quanto ad abitanti e fortune. A non più di un miglio di distanza, la disperazione dei frati che vedono occupata dalla soldataglia la loro bella fabbrica nuova dove far sorgere la chiesa è pari a quella dei cittadini che riparano al meglio donne e roba in cunicoli e cantine e partecipano a processioni propiziatorie per tutta la città.
Matteo Prandone, che probabilmente di guerra e di assedi è vissuto, ha preso in mano la situazione: impartisce ordini e comanda corvées

 

Il 13 novembre gli astesi respingono gli spagnoli

 

Si portano pali di legna, quanti più se ne hanno, e si costruiscono trincee e rinforzi. È certo che il punto delle mura più battuto dalle artiglierie a un certo punto cadrà e si dovrà esser pronti.
Il giorno 13, il varco è ormai così grande che si vede dalle trincee nemiche e una squadra d’assalto degli uomini di Maramaldo parte, ma fatica ad avanzare perché da sopra una palizzata di rincalzo gli astigiani balestrano a man salva e assai meglio che dalle due torri di cortina. Le corazze degli attaccanti son fatte per resistere ai dardi delle balestre, ma affaticano i soldati e li appesantiscono. Maramaldo manda un manipolo più consistente e protetto da grandi scudi. I fanti lavorano in coppia, l’attaccante e quello che lo protegge. Balzati sul terrapieno, superato il fossato e lo spalto neppur troppo erto, pensano che il più sia fatto. Invece succede l’incredibile. Gli astigiani fanno una sortita urlando per darsi coraggio e per sovrastare il frastuono dei cannoni che tirano alto per creare confusione e non possono colpire al basso i propri uomini. Abbandonate le balestre oramai inutili a così breve distanza si combatte all’arma bianca, spade alla mano. La sortita sorprende gli imperiali che non si aspettavano una reazione così audace. Gli astigiani rientrano in città con alcuni prigionieri catturati vivi da usare come merce di scambio e poter porre condizioni a Maramaldo.
Questa volta mentre le campane di Asti ancora suonano a martello e alla polvere dei muri che cadono si mescola quella della polvere da sparo, Maramaldo è costretto, da uomo di guerra, a fare le sue valutazioni. I suoi mercenari sono senza paga da parecchio, ma non così affamati da morire per un tozzo di pane e un sacchetto di monete. Forza e limite dei mercenari, la ragion di guerra impone di ritirarsi, lasciare il campo con qualche sprezzo e qualche uccisione, qualche incendio che rallegri l’animo della truppa assieme a tutto il vino delle cantine dei frati. La decisione è presa: si torna ad Alessandria, che con tanta facilità aveva il mese precedente dato trecento scudi perché  si smettesse di uccidere e predare.
Ci saranno altre guerre, il capitano intuisce che la lotta fra il suo signore di Spagna e quello di Francia per il dominio sull’Italia ancora avrà molti capitoli. Il nome di Maramaldo passerà negativamente alla storia per un altro episodio, qualche anno dopo, nel 1530, come crudele protagonista dell’uccisione di Francesco Ferrucci durante la bataglia di Gavinana: “Vile tu uccidi un uomo morto”.

Matteo Prandone a cavallo: affresco di Secondo Baussano del 1928 su Casa Prandone, via XX Settembre 112

Una leggenda testimonia l’intervento di San Secondo e dopo 60 anni fu eretta una chiesetta sul luogo della battaglia

 

Gli astigiani festeggiano l’insperato successo, ma sugli spalti è rimasto colpito Matteo Prandone, l’uomo che li ha guidati, probabilmente vittima di un tiro di artiglieria, tormentorum impetu, come diranno le cronache. Per lui quello fu un giorno nefasto. Si era infatti visto morire dinnanzi un figlio, e nonostante ciò aveva continuato a combattere.
Cosa può fare una nobile città a questo punto? Contare i danni, curare i feriti e seppellire i morti. Rendere onore a Dio e agli uomini, augurare ogni umana e divina maledizione a Maramaldo.
Onore a Matteo Prandone e a suo figlio. Che li si riporti a casa e si provveda a dar ricompensa alla famiglia.

 

Il tempietto fu demolito nel 1916 e anche il bel viale è stato abbattuto

 

La città stretta ancora fra molti affanni, passaggi d’armati e esiti di guerra, sempre a un passo dall’esser presa e mai considerata degna d’esserlo, si limita a concedere al superstite figlio uno sgravio fiscale. Ma quante suppliche da parte degli eredi per vedere applicare questo risarcimento!
La vittoria del 13 novembre 1526 rischiava di essere dimenticata e le gesta di Prandone relegate tra le memorie sbiadite dagli astesi ingrati.  
Ci voleva un colpo di teatro. Saranno i vescovi del concilio tridentino che, per svegliar le coscienze e affidarle alla volontà celeste, si ricorderanno dell’evento e faranno entrare in scena il santo patrono Secondo che, sceso da ampie nuvole sul campo di battaglia, aveva urlato a Prandone e ai suoi: «Indietro indietro ai barbari nemici». E ci sarà a sessant’anni di distanza, nel 1592, un vescovo illustre, Francesco Panigarola, che vorrà una chiesetta votiva dedicata a San Secondo in Vittoria proprio sul luogo dell’assedio. La data del 13 novembre fu ricordata da allora con processioni e funzioni religiose di ringraziamento in quel tempietto.
Intanto i secoli passarono e la città visse più stagioni di espansione edilizia. Verso est crebbero l’area industriale e nuovi quartieri. La chiesetta della Vittoria che era stata semi abbandonata già verso la fine dell’Ottocento, verrà abbattuta nel 1916.
Le polemiche furono molte, come testimonia Il Cittadino del 23 luglio 1916, ma prevalse il piccone demolitore. È curioso che in un periodo bellico (si era in piena Prima guerra mondiale) si sia deciso di abbattere un tempietto dedicato alla Vittoria. Evidentemente la speculazione edilizia superò ogni ritrosia scaramantica. Restarono una piazzetta dove ora ci sono le scuole elementari “Francesco Baracca” e la larga strada alberata che porta verso piazza Alfieri realizzata a partire dal 1840 che, partendo dai resti delle mura, andava dritta verso ovest e il centro città.
Lungo il viale alla Vittoria per decenni è cresciuta rigogliosa una doppia fila di tigli e platani con le due vie di scorrimento e il sedime centrale per i pedoni. Ai lati sono state costruite case e palazzi di diverso stile e dimensioni. Il boom edilizio del Dopoguerra ha visto sorgere anche il primo “grattacielo”, mentre i salesiani furono convinti a trasferire il loro oratorio a nord della città, in cima a corso Dante, lasciando il grande campo di calcio, la chiesa e il cinema al cantiere che vedrà sorgere un nuovo complesso edilizio con portici attraversato dalla nuova via Cafasso.

Un’immagine di inizio ‘900 mostra la chiesetta della Vittoria poi demolita nel 1916 e il viale che è stato abbattuto nel secondo Dopoguerra


A proposito di vie, anche Matteo Prandone è ricordato nella toponomastica cittadina con una via che da viale alla Vittoria va a nord verso corso Alfieri all’altezza della ex caserma Colli di Felizzano. Per decenni via Prandone è stata per gli astigiani la via dell’ingresso al Pronto soccorso dell’ospedale.
Ma a cavallo tra gli Anni ‘60 e ‘70 anche il bel viale è stato sacrificato alla nuova urbanistica espansionistica e cementizia e gli alberi abbattuti per fare spazio al doppio senso di marcia, con una triste aiuola spartitraffico centrale. I resti delle mura sono stati inglobati nella fondamenta per la quinta dei palazzi che sorge lungo via Calosso fino in piazza Primo Maggio.
E Matteo Prandone? Seguendo il percorso di storicizzazione e divulgazione della Vittoria del 1526, iniziato dal canonico Carlo Vassallo a fine Ottocento, il pittore Ottavio Baussano nel 1928 ha posto un suo affresco sulla casa Prandone in via XX Settembre, nei pressi della chiesa di San Rocco. Ricordano le lapidi che vi abitò il “civis astensis Matheus Prandonis”.
L’eroe di una vittoria dimenticata.   

 

Per saperne di più

La documentazione storica (iscrizioni, carteggi, ordinati comunali, iconografia e bibliografia) è contenuta nel testo di Maurizio Lanza, edito da Soletti, dicembre 2016, per il Rotary Club di Asti dal titolo: Asti nel XVI secolo, frammenti di storia

 

 

 

 

L'AUTRICE DELL'ARTICOLO

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