sabato 1 Ottobre, 2022
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POSTI E LEGGENDE

Cocco, Gentucca e il carro d’oro del diavolo

Una storia ambientata al Bricco del Lu di Costigliole

Ci sono posti speciali al centro di storie e leggende. Il Bricco Lu di Costigliole d’Asti è tra questi. Lo testimonia l’opuscolo “Scintille”, fatto stampare a Torino nel 1892 da Teresa Mastallone, maestra, poetessa e donna d’impegno che tornava ogni anno nella nobile casa di famiglia a Costigliole. A lei si deve la pubblicazione per la prima volta della leggenda del Colle di Lu,  con la storia dell’amore del povero Cocco verso la bella Gentucca e il suo patto con il Diavolo che lo condannerà per “mille anni” a vagare per le campagne attorno al colle la cui cima ornata da cipressi (15 ai tempi dell’autrice, molti meno oggi e piuttosto malandati) è ora diventata una nuova meta turistica arricchita da una super panchina panoramica. Astigiani pubblica la leggenda, così come l’ha scritta Teresa Mastallone, più di 120 anni fa. 

 

Pagine dell’opuscolo “Scintille”, edito a Torino nel 1892

 

Uno scorcio del Bricco Lu, con la nuova maxi panchina installata nel piazzale panoramico

 

 

La leggenda del Colle di Lu

 

“…Il pittoresco colle di Lu è una delle cento colline che circondano l’invidiabile paese di Costigliole e spicca tra le altre pei quindici cipressi che a guisa di corona ne adornano la vetta spianata. Su questa collina sorgeva anticamente un ricco castello feudale appartenente ai signori di Costigliole, ma poi col tempo questo castello venne distrutto e non ne rimase più vestigia. Il volgo però che dimentica la storia di ieri per tramandarsi di generazione in generazione le fiabe di mille anni fa ha dimenticato il castello ed i suoi nobili abitatori e alla storia ha sostituito una leggenda. Per chi la vuol conoscere la leggenda è questa: “Viveva una volta alle falde del colle di Lu una ragazza chiamata Gentucca. Era costei tanto bella che già, più di cento pretendenti s’erano presentati a chiederne la mano, ma il padre suo, vecchio e pieno di acciacchi non volendo fidarsi alle informazioni altrui, né potendo assumerne di proprie, tanto s’impensierì che dal suo cervello indebolito scaturì finalmente una idea strana e sciocca quant’altra mai, ma che pur gli parve la migliore. Chiamati a sé tutti quei bravi giovanotti, li invitò a recarsi alla fiera di S. Lorenzo (un’antica fiera, la quale si tiene ancora oggidì in una valle omonima sui confini del territorio Costigliolese ai piedi di un colle detto il Mon Perrone), e promise di dare la sua figliuola a colui che a detta fiera fosse giudicato possessore del più bel carro e della miglior coppia di buoi. La proposta, trovata eccellente dai più ricchi portò la disperazione nel cuore del povero Cocco, un bravo e bel giovanotto, nato e cresciuto a due passi dall’avvenente Gentucca, ma povero come Giobbe e sinceramente innamorato di lei più di tutti gli altri presi insieme. II poveretto non ebbe più un’ora di pace e mentre i suoi rivali si affaccendavano qual più, qual meno a preparare il carro che avrebbe vinto la sfida, lui, triste e sconsolato, vagava per la campagna ruminando i progetti più strani e disperati….Giunge frattanto il giorno maledetto. Dopo una notte di sogni angosciosi il povero Cocco si sveglia coll’inferno nell’anima. Più non gli rimane che un’ultima speranza, ed è che un solenne acquazzone mandi per aria e gara e concorrenti, e rinfreschi un tantino il cervello tarlato di quello strano vecchio, padre di Gentucca, facendolo mutare consiglio. Esce all’aperto e guarda. Sereno perfetto. Sale sul colle di Lu e spinge lo sguardo sino agli estremi confini dell’orizzonte, ma nemmeno la più pallida e sbiadita nuvoletta appanna quell’immensa realtà azzurra. Cocco manda un lungo, angoscioso sospiro, poi cadendo in ginocchio e levando gli occhi al cielo esclama: “Oh Signore dell’universo, abbiate pietà di me. Io sarò un modello di sposo, insegnerò ai miei figliuoli ad amarvi, a benedirvi, ma nella vostra onnipotenza, nella vostra infinita sapienza disponete che resti a me quella che amo, quella che adoro sopra ogni cosa”. Ma una voce, che gli parve venire dal cielo, sdegnosamente gli rispose: “Adora il Signore Iddio tuo, non avrai altro Dio avanti di me”. Allora Cocco si ribellò e con un urlo di rabbia rispose al rifiuto gettatosi bocconi al suolo: “Oh demoni dell’inferno – gridò – soccorretemi voi, a voi rimetto l’anima mia”. Indi lì rimase, col viso nella polvere, smunto, annichilito, quasi schiacciato sotto il peso della sua orrenda bestemmia. L’eco lontana non aveva ancora ripetuto le sue ultime parole, che una nube nera e minacciosa avvolse la collina e questa si scosse e traballò sin dal più profondo delle sue viscere, Cocco solleva il capo ed apre gli occhi spaventati. Le sue ginocchia tremanti non posano più sul nudo terreno, ma sopra un carro d’oro fiammante tirato da due buoi parimenti bardati d’oro, E accanto al carro, proprio di faccia a lui il diavolo in persona gli figge in volto due occhi di bragia. Cocco, atterrito, tenta con un balzo di precipitarsi nella valle, ma il diavolo I’acciuffa pei capellì. “E fermati, buffone – gli grida – che con me non si scherza. Del resto, non temere ch’io qui non venni a farti del male”. Poi continua “Sono però spiacente, mio bel giovanotto, di non poter accettare la tua offerta e ciò per due motivi: Il primo si è che siccome non faccio I’usuraio, così non posso in coscienza acquistare la tua anima a così poco prezzo; in secondo luogo, devi sapere che I’inferno è già tanto zeppo di galantuomini e così bisognoso di ampliamento, che per ora non, saprei davvero dove collocarti. Tienti dunque la tua anima in santa pace; a me basta che dopo la morte ti riduca, con questo carro e questi buoi, ad abitare in fondo al pozzo che tu vedi qui spalancato ai miei piedi, e che poi, qualunque tempo si faccia e comunque ti senta, tu non manchi di fare tutte le notti e per mille anni di seguito, assiso cosi come ti trovi adesso, cento giri attorno a questa spianata.  Poi consegnandogli, un pungolo d’oro tutto tempestato di diamanti – gli disse – va  e ricordati che passati i mille anni dovrai restituirmi ogni cosa in perfetto ordine, e guai a te se da quanto ti consegno mancherà qualcosa”. Ciò detto sparì lasciando Cocco in possesso di tutta quella grazia di Dio. Intanto nella valle di S. Lorenzo, ad accrescere le attrattive dell’antica fiera, il più interessante spettacolo si offriva allo sguardo delle centinaia e migliaia di curiosi colà attirati da quel concorso. Una lunga fila di carri, disposta a mo’ di semicerchio attorno ad un’ombrosa quercia. Ognuno sfoggiava ai cocenti raggi del sole i colori più smaglianti e le forme più bizzarre. Una commissione di saggi indicati dal padre girava da un carro all’altro esaminandone i pregi e le bellezze e la famosa Gentucca, sotto I’ombra della quercia, mollemente adagiata sopra un enorme mucchio di fiori, torturava coi suoi dentini d’avorio una fragrante fetta di melone. Aspetta, aspetta, finalmente uno squillo di tromba annuncia alla folla impaziente che la commissione sta per pronunciare il suo verdetto, ma un formidabile grido di stupore prorompe da migliaia di petti e tutti gli sguardi si volgono ad un angolo della valle, da cui non meno veloce e non meno abbagliante del lampo fra le nubi, si avanza, sollevando nembi di polvere, il carro fiammante di Cocco. Un secondo grido più sonoro e formidabile del primo, saluta il suo arrivo sul luogo della gara. La commissione, la quale più che superfluo trova ridicolo il pronunciare un verdetto, rimane là, a bocca aperta, e Cocco che negli occhi di tutti ha già letto la sua vittoria, con un salto balza presso il mucchio di fiori, ne solleva trepidante di gioia il prezzo della sua dannazione e se lo porta sul carro, poi rivolto un saluto alla commissione ed alla folla plaudente, veloce come un baleno divora la via che lo disgiunge dal suo casolare. Ma male incoglie a chi patteggia col diavolo! Il poveraccio non poté godere un’ora della felicità che egli aveva acquistata a così caro prezzo. E difatti, appena rincasato s’accorse che gli mancava il pungolo d’oro poco prima consegnato e tanto raccomandato dal diavolo. L’aveva smarrito nella corsa sfrenata dal colle di Lu alla valle di S. Lorenzo, oppure glie I’avevano rapito sul luogo stesso della gara? Egli non lo sapeva; fatto sta ed è, che cerca di qua, cerca di là, quel benedetto pungolo, non si trovò più. II povero Cocco, che causa i patti conclusi col demonio, pur sapeva d’essersi guadagnato I’inferno ribellandosi a Dio, atterrito dal pensiero della pena terribile che gli sarebbe toccata ora che colla sua negligenza che offendeva anche il re dell’inferno, fu invaso da tale spavento che dopo tre giorni morì. Nel momento stesso ch’egli fra le braccia della sconsolata Gentucca esalò l’ultimo sospiro, la sua anima comparve sulla spianata del colle di Lu ad incominciarvi la sua pena. Poi quando ebbe compiuti i cento giri e carro e buoi d’oro sprofondarono con orribile fracasso in fondo al pozzo, l’anima di Cocco,  presa forma di azzurra fiammella discese lentamente nella sottostante pianura , quindi si ridusse nella valle di S. Lorenzo e qui vagò tutto il resto della notte, gironzando or fra i salici, or fra i rovi dei cespugli e l’erbe dei prati stancandosi in una lunga e purtroppo vana ricerca del pungolo smarrito. E come in quella notte, così fece e farà per altri mille anni…”. 

Le Schede

 

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