martedì 10 Marzo, 2026
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L’ironia contadina anche nelle stalle

I modi di dire del dialetto astigiano

Slanguì pei d’in bigàt, affamato come un baco da seta. Il detto fa riferimento all’allevamento dei bachi da seta, attività molto diffusa anche nell’Astigiano fino all’inizio degli Anni Cinquanta. I bachi, adagiati sulle stuoie, mangiavano in continuazione le foglie dei gelsi, per cui chi ha sempre molto appetito viene paragonato a loro.

Truvè ’l pecc ambisà, trovare le mammelle (della mucca) sporche di sterco. Il pecc è in realtà quello che in linguaggio scientifico viene chiamato seno lattifero della mucca, da cui si dipartono i capezzoli, in astigiano burìn. Pecc è anche sinonimo di facilone, sciocco, credulone, perché si lascia mungere, si lascia sfruttare. Veniamo a questa espressione, legata alla civiltà contadina, all’epoca in cui ogni cascinale aveva una stalla con bestie da lavoro, soprattutto buoi e mucche.

Capitava a volte che la mucca, coricandosi nel giass (la lettiera di paglia) si sporcasse le mammelle di sterco: quando il vitello veniva portato accanto a lei per essere allattato si avvicinava con foga in quanto affamato, ma subito si ritraeva. La poppata non poteva iniziare fino a quando le mammelle non erano state lavate. Il modo di dire veniva usato per indicare un’operazione andata male, una speranza delusa, un’aspettativa che sembrava a portata di mano e non si era concretizzata. Quando ero adolescente e trascorrevo le vacanze estive a Migliandolo, capitava che qualche rara notte rientrassi prima della solita ora antelucana: al mattino mio nonno mi prendeva in giro chiedendomi:«Come mai questa notte sei arrivato così presto? T’ati truvà’l pecc ambisà?».

Rimaniamo nella stalla per ricordare un altro detto, padròn ’d la vaca e du siòn, ma nen ’d lacèla, padrone della mucca e dello sgabello ma non di mungerla. Un detto arguto, efficacissimo, di un’ironia graffiante, usato più che altro per “bollare” quei mariti che si facevano condizionare dalla moglie: erano virtualmente i padroni di tutto, ma non potevano disporre di nulla senza il placet della consorte. Ma può avere anche altre applicazioni e più in generale indica chi non può disporre concretamente della propria volontà.

L’ultima volta che l’ho sentito è stato nel corso di una discussione politica per commentare la designazione di Angelino Alfano alla carica di segretario del Pdl. Il siòn era uno sgabello a tre gambe, infilate in un piano generalmente rotondo, e veniva usato esclusivamente per mungere. Andè a rubè per fè limosna, andare a rubare per fare l’elemosina. Un’espressione particolarmente efficace per descrivere lo stato di indigenza di chi per fare del bene è costretto a rubare, ma anche per stigmatizzare la vanagloria di chi accetta qualsiasi compromesso pur di mantenere un certo tenore di vita.

L’AUTORE DELL’ARTICOLO

Paolo Raviola

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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