Una veduta ritrae l’incontro sul Tanaro tra Vittorio Amedeo II ed Eugenio di Savoia
Al Palazzo Reale di Torino c’è un quadro, una tempera su cartone larga circa
un metro. È una veduta dalle tonalità chiare che nella parte inferiore brulica di personaggi dipinti fino al minimo dettaglio.
L’autore è Giuseppe Pietro Bagetti. Di lui dicono che fosse talmente preciso
da andare a consultare le mappe per verificare la topografia del luogo dove era ambientata la scena che avrebbe dipinto. Quel quadro lo realizzò probabilmente nel 1820, uno dei tanti che Casa Savoia aveva commissionato per esaltare le proprie vittorie.
Benché Bagetti avesse più di una volta seguito di persona gli eserciti per ritrarli in battaglia, la tempera che ci interessa non poteva averla realizzata dal vivo. Perché la scena con tutti quei personaggi era avvenuta più di un secolo prima, sulle rive di un fiume nel sud del Piemonte. L’anno era il 1706, il fiume era il Tanaro, i personaggi erano i fanti e i cavalieri dell’esercito imperiale austriaco. Il titolo, un po’ didascalico forse, con cui è stato archiviato il quadro di Bagetti è “Incontro di Vittorio Amedeo II e del principe Eugenio sul Tanaro”.
Nella parte inferiore sinistra della veduta, è riprodotta una parete rocciosa che offre un indizio per indovinare la località esatta di quell’evento. Le Rocche di Antignano sono state testimoni del passaggio delle truppe che pochi giorni dopo, il 7 settembre 1706, avrebbero liberato Torino dall’assedio francese, quello dove pochi giorni prima il 30 agosto si era immolato Pietro Micca per
fermare i transalpini.
Oggi pochi pensano alle Rocche di Antignano come scenari di eventi storici.
Nell’immaginario collettivo, sono un parco da vivere per escursioni e picnic. La verità è che si tratta di un luogo che è molto più di un’area verde. Intanto, l’estensione: ben 16 ettari appoggiati tra le pareti in tufo, cioè le rocche vere e proprie, e la sponda destra del fiume.
La frazione più vicina è Perosini, da cui si gode un panorama invidiabile della
valle del Tanaro. Il viale d’ingresso è nella direzione opposta, verso Asti. Dal capoluogo sono pochi minuti in auto; in bicicletta, mezz’ora al massimo, mezzo che sarebbe ideale per esplorare la zona se esistesse una ciclabile che
da corso Alba portasse fino alle Rocche, risparmiando a chi pedala il rischio di
essere falciati dalle auto. Al termine di una stradina che dalla strada asfaltata
per Antignano piega a sinistra e affianca una cava di ghiaia, si arriva all’area con parcheggio e sbarra che impedisce l’accesso ai veicoli a motore.
L’accoglienza è affidata a una serie di cartelli che inquadrano l’area dal punto di vista paesaggistico e geologico. Ma anche chi non è interessato ad approfondire resta piacevolmente sorpreso dalla cura con cui è gestito il parco delle Rocche. L’erba è tagliata, il viale non ha buche, gli alberi sani e maestosi, i cespugli floridi. Non è tutto perfetto, ci mancherebbe. Qui e là si nota qualche rifiuto lasciato dal solito incivile; un pannello informativo è stato abbattuto e le vespe ci hanno costruito un nido.
Nonostante i numerosi cartelli che vietano di accendere fuochi, si notano i segni di falò. Ma l’impressione è di un’oasi verde accogliente, dove una
famiglia si sentirebbe sicura di far giocare i bambini. Eppure qui non è sempre stato così.


Per lungo tempo un gerbido, poi nel 1999 l’inizio dei lavori per iniziativa del Comune
Dopo il fango depositato dalle esondazioni del 1994 e del 2000, il Comune di
Antignano decise che era il momento di recuperare almeno una parte di quei
terreni di sua proprietà. Il sindaco in quel momento era Franco Bosia, che riuscì a intercettare fondi regionali per dare corpo a un progetto che prevedeva la rinaturalizzazione dell’area.
Per il Comune fu una scommessa: investire sul turismo di prossimità, sulla voglia della gente di godersi il verde e l’ambiente fluviale. Un’iniziativa a bassissimo impatto ambientale per intercettare chi esplora quella zona a nord del Tanaro, compresa tra Asti, Magliano Alfieri, Govone.
Vent’anni fa non era un’intuizione banale. I lavori iniziarono nel 1999 e si
conclusero nel 2003 per iniziativa dell’Amministrazione comunale. Furono
ripulite le sponde, tolti i rovi e piantati nuovi alberi ed erbe locali con la consulenza dell’agronomo Ernesto Doglio Cotto. Il lavoro di rinaturalizzazione costò 132mila euro, per la maggior parte fondi regionali e per il restante comunali.
Nel maggio 2005 fu anche riprodotto lo storico traghetto fluviale a fune, che a differenza del passato non avrebbe trasportato contadini e viandanti, ma turisti e curiosi. Ebbe purtroppo breve vita, una piena lo portò via pochi anni dopo. Ma a parte questo intervento, il principio con cui si era mosso il Comune fu di evitare nuove strutture in quel paesaggio dove l’uomo per secoli aveva camminato e coltivato, senza mai lasciare tracce visibili.
Al parco delle Rocche di Antignano, tutto ciò che oggi si trova di artificiale è una serie di pannelli didattici – su cui torneremo in seguito – e un piccolo capanno di servizio in legno. Ma non è certo una zona selvaggia. La piantumazione regolare e la cura riservata alla vegetazione ne fanno un’area verde più che un parco naturale. Al contrario, per certi versi qui è celebrata la vocazione agricola della valle del Tanaro.
Basta fare pochi passi e ci si ritrova al Frutteto della memoria, 36 antiche varietà da frutto fornite da Claudio Caramellino, titolare di un’azienda agricola a Odalengo Piccolo. A metterle a dimora ci hanno pensato, tra il 2009 e il 2011, gli alunni della scuola primaria di Antignano e della scuola dell’infanzia di Antignano-Gonella.
Il frutteto cresce ancora oggi ed è stato da poco restaurato il cartello con i nomi dei ragazzi che hanno adottato i singoli alberelli. Al parco delle Rocche si impara a conoscere la natura, i nomi degli alberi, persino la geologia. Ma l’attenzione è calamitata da quei pannelli che raccontano la storia del luogo con il fascino di un grande libro illustrato. Realizzati da Lucia Zacchi dello studio Artfrog, disegnano in pochi tratti naif un’epoca storica.
Dalla preistoria alla fine dell’Ottocento, ricordano al visitatore che il presente è il risultato di una lunghissima stratificazione di eventi. Distinguere i grandi fatti storici da quelli più semplici e naturali è forse una questione di punti di vista.
Dalle imbarcazioni neolitiche ai reperti d’epoca romana, sui pannelli una storia illustrata


Ad esempio, il passaggio dell’esercito austriaco nel 1706 è un evento significativo, dal punto di vista di noi moderni. In ottica storica, sono molto
rilevanti anche fatti più banali come un rito propiziatorio o la costruzione di un porto.
Lasciamoci aiutare da quei pannelli illustrati per ripercorrere la storia del parco delle Rocche di Antignano. Come il resto dell’Astigiano, anche questa
zona due milioni di anni fa tornava asciutta dopo essere stata a lungo il fondale di un mare tropicale, dove nuotavano balene e delfini. Ben prima dell’uomo, sulle nuove terre coperte di praterie e boschi si aggiravano mammut, rinoceronti e predatori.
Il paesaggio mutò radicalmente 100mila anni fa. Il Tanaro cambiò il suo
corso (vedi Astigiani n.7, marzo 2014) e si spostò verso ovest. Iniziò l’erosione delle sabbie dell’antico mare padano, scavando proprio allora le pareti delle Rocche di Antignano e dei calanchi che si incontrano a Barbaresco, nell’Albese e lungo gran parte del fondovalle tanarino.
L’uomo lasciò le sue prime tracce molto più tardi. È ragionevole supporre che già nel Neolitico esistessero insediamenti nell’Astigiano, tracce di un villaggio sono state ritrovate a Castello d’Annone. All’ombra delle Rocche, già nel quarto millennio avanti Cristo uomini e donne si spostavano sul Tanaro, a bordo di rudimentali imbarcazioni per commerciare con le altre comunità.
Molti secoli dopo e qualche chilometro più giù lungo il fiume, qualcuno depose un elmo etrusco sul greto. Il secolo era l’VIII a.C. e probabilmente quel gesto rientrava in un rito propiziatorio.
Le genti liguri che abitavano l’Astigiano avevano allacciato rapporti con commercianti etruschi, donarono il prezioso manufatto in segno di buon auspicio. L’elmo fu poi ritrovato nel 1875 nella zona dell’attuale corso Savona.
Conservato al Museo di Antichità di Torino, nel 2012 fu tra gli oggetti più ammirati della mostra sulla cultura etrusca allestita a Palazzo Mazzetti (vedi Astigiani n.1 di settembre 2012).
Risale invece al tardo Impero romano il primo vero reperto ritrovato nella zona dell’attuale Parco. Si tratta di una stele in marmo del III o IV secolo d.C. che reca inciso il gioco del filetto, oggi noto come “tela”. Utilizzato come scalino o davanzale di una taverna, si suppone che sia stato prelevato da un centro abitato e trasportato lungo il fiume per essere riutilizzato in un nuovo edificio. Forse un incidente fece perdere il carico proprio in prossimità delle Rocche di Antignano.
Qui la stele rimase semisepolta fino al 2008, quando un pescatore la segnalò
ai vigili del fuoco. Oggi è custodita dalla Soprintendenza ai beni archeologici di Torino.
Che questo tratto di fiume fosse molto vissuto lo testimonia un ritrovamento
che risale all’Alto Medioevo. Due piroghe, antenate dei tradizionali navet, sono emerse in epoca moderna nei pressi della frazione Perosini sulla sponda sinistra e a Motta di Costigliole sulla sponda destra. A cavallo dell’anno mille, i traffici commerciali erano intensi e i mulini erano tra le attività più rilevanti della zona. L’acqua del Tanaro era fondamentale per l’economia agricola di Antignano, dove nel frattempo era sorto un castello.
I “mulini natanti” sul Tanaro spesso erano trascinati via dalla corrente del fiume

Per semplicità, i due pannelli didattici dedicati al medioevo raffigurano la fortificazione nei pressi del fiume; in realtà, si trovava sulla collina dove ancora oggi è appoggiato il paese. Il castello ebbe alterne fortune, fu anche dato alle fiamme dal Barbarossa ma probabilmente già nel XVI secolo cadeva in rovina. La vita, però, proseguiva placida lungo le sponde del Tanaro.
In località Premes, a brevissima distanza dalle Rocche, per due secoli furono
ormeggiati due mulini natanti. Montati su barconi assicurati alla riva attraverso robusti ormeggi, sfruttavano la corrente mentre galleggiavano. Si trattava di una soluzione economica e talvolta succedeva che il mulino, il macinato e lo stesso mugnaio fossero trascinati via dal fiume. Erano tempi
più semplici in cui ci si affidava al destino. Del resto, era precaria anche la soluzione che consentiva l’attraversamento del Tanaro.
Alle Rocche esisteva un “porto natante”, una sorta di traghetto che faceva
la spola tra una sponda e l’altra. Semplice ma ingegnoso: tra due moli erano tese delle corde che restavano penzolanti sull’acqua. Il navarollo, cioè colui che di mestiere conduceva l’imbarcazione, assicurava quest’ultima alle corde.
Sfruttando le correnti e tirando le corde, trasportava di qua e di là contadini, mercanti e chiunque avesse affari sulla riva opposta del fiume. Altri traghetti erano comuni lungo tutto il corso del Tanaro, come ad Azzano, nei pressi della scomparsa Abbazia (vedi Astigiani n.5 di settembre 2013).
La tradizione vuole che siano stati illustri passeggeri del porto natante delle Rocche anche il Cardinal Guglielmo Massaia e Francesca Armosino, terza e
ultima moglie di Giuseppe Garibaldi. La Armosino era nata nella frazione Saracchi, un tempo parte del comune di Antignano.
Nel 1880, con il marito ormai anziano e i figli della coppia Clelia e Manlio, tornò per qualche giorno nella casa natale a visitare le proprietà della famiglia. Se ne parla in questo numero di Astigiani da pagina 16. Garibaldi arrivò ai Saracchi da Asti e sicuramente scorse quelle pareti di tufo che incombevano sul fiume.
All’inizio del secolo precedente, le Rocche di Antignano furono davanti agli occhi di due personaggi che il Risorgimento lo avevano avviato, anche se forse non ne furono mai del tutto consapevoli. Sono Vittorio Amedeo II ed
Eugenio di Savoia, nel ruolo di condottiero delle truppe asburgiche, i protagonisti del quadro conservato a Palazzo Reale a Torino. Al centro della veduta, proprio in mezzo al ponte poggiato sui navet, il Duca e il Principe si stringono la mano calorosamente.
La scena è ripresa anche da uno dei pannelli didattici esposti al parco. Lo stile è diverso, i due Savoia sono a cavallo mentre nella veduta di Bagetti sono a piedi, ma l’episodio storico è lo stesso. Chi erano i due protagonisti, e cosa
c’entra il Risorgimento? Vittorio Amedeo II era sul trono del Ducato di Savoia nel 1700, anno in cui Carlo II di Spagna morì indicando come proprio erede
Filippo di Borbone. Un parente del Re Sole a Madrid significava uno squilibrio tra le potenze europee in favore della Francia.
E per il piccolo Ducato un accerchiamento pericoloso: a est, infatti, gli spagnoli controllavano la Lombardia.
Il Risorgimento passò da qui con Garibaldi e i due Savoia diretti all’Assedio di Torino

Con una certa dose di coraggio, il Savoia decise di sostenere la posizione
dell’alleanza austro-inglese, che candidava un Asburgo al trono di Spagna. Era uno schiaffo alla Francia, ma soprattutto un tentativo di affrancarsi da un vicino troppo spesso ingombrante.
Il Re Sole dichiarò guerra al Ducato di Savoia nel 1703 e nei tre anni successivi riuscì a occuparne buona parte. Finché, nella primavera del 1706, i francesi strinsero d’assedio Torino. È qui che entra in scena Eugenio. Principe
del ramo cadetto Savoia-Carignano, cresciuto alla corte francese, fuggì giovanissimo da Parigi a Vienna. In pochi anni il suo talento militare gli fece scalare i ranghi dell’esercito imperiale austriaco, fino a diventarne comandante.
Dopo una serie di scontri con i francesi, Eugenio alla testa di ventimila fanti e seimila cavalieri si avvicinò alla Capitale sabauda. Il 31 agosto, le assi del ponte sul Tanaro alle Rocche di Antignano iniziarono a scricchiolare al passaggio delle truppe austriache. Ad attendere Eugenio si trovava il Duca in persona.
C’è da immaginare che non fosse mai stato così contento di avere per cugino il più grande condottiero d’Europa. Gli uomini proseguirono poi verso ovest e a Villastellone si unirono alle quattromila unità sabaude. Pochi giorni dopo, il 7 settembre, avrebbero risolto con una manovra d’accerchiamento l’assedio di Torino, sbaragliando definitivamente l’esercito francese in Italia.
Sullo scacchiere europeo, l’episodio affermò la forza militare e il peso del Ducato di Savoia, che in pochi anni sarebbe diventato Regno di Sardegna. Il cammino verso l’Unità era ancora lungo, ma quei primi passi sotto le Rocche di Antignano furono fondamentali.













































