giovedì 8 Dicembre, 2022
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Personaggi

Silvio Ciuccetti la forza dei segni di un artista

Il tavolo della cucina ingombro di medicine e alle pareti suoi quadri e qualche fotografia che incornicia una vita intensa e passionale. Silvio Ciuccetti,...

Carlo Mosso

La guerra era appena finita. Venivano da esperienze, famigliari e di vita, le più diverse, ma non ebbero difficoltà a trovarsi d’accordo su un...

Arturo Bersano. Il nicese che fece della bagna cauda un rito...

Avvocato “prestato” al mondo del vino ne diventa protagonista con idee e azioni concrete Arturo Bersano nasce il 10 aprile 1905 a Nizza Monferrato. Il...

Oddino Bo

Il “rivoluzionario di professione” prestato all’agricoltura. Un papà sindaco socialista a Maranzana. La scoperta, in pieno fascismo, de Il Capitale di Marx nella biblioteca...

Confesso che ho vissuto: Ugo Ravizza

È stato forse l’ultimo "negussiant da vin" di Asti. Un lavoro dove servono doti commerciali e intuizione e che egli stesso definisce "mestè da sgnur" perché si lavorava sodo solo alcuni mesi all’anno. Racconta dei decenni in cui Asti era davvero una "città del vino" con decine di cantine oggi scomparse. C’era il grande mercato delle uve e il metodo di commercializzazione con il "sistema delle cartoline" inviate ai clienti. Poco il vino venduto in bottiglia, la maggior parte era ceduto sfuso o in damigiane. Scarsa anche la tecnologia. Le regole erano: botti pulite, uve sane e bisolfito. La barbera faceva da padrona dei mercati. Un mondo cambiato radicalmente con l’avvento delle cantine sociali che subirono il tracollo dell’Asti nord e delle nuove regole delle doc a metà degli anni Sessanta.

“Le mie vacanze a Castagnole Lanze con Pavese nello zaino”

La scrittrice Lidia Ravera a casa dello zio farmacista giocava con le cugine

Facce da astigiani. Il volto della città nei ritratti del Pittatore

I 44 ritratti di Michelangelo Pittatore esposti a Palazzo Mazzetti

Aris d’Anelli

Medico, scrittore, appassionato di cinema. Tante le sfaccettature nella vita di Aris d’Anelli, astigiano nato in Africa ai tempi dell’avventura coloniale italiana. Per quarant’anni ha lavorato all’ospedale di Asti, alla guida del reparto di cardiologia creò un’unità coronarica d’eccellenza. Ritornò più volte in Africa - “la terra dove ho lasciato il cuore” - e nel 1986 venne mandato in un villaggio di lebbrosi. Con la pensione, finalmente il tempo per scrivere i suoi libri e coltivare l’amore per il cinema, di cui d’Anelli è stato docente all’Utea. «Le passioni sono un luogo in cui rifugiarsi dalle durezze della vita», racconta oggi.

Quel giorno che Polledro suonò con Beethoven

Il 6 agosto 1812, il violinista di Piovà accompagnò il famoso compositore tedesco

Da Mongardino il cronista delle vigne

Sono passati quarant’anni dalla morte del giornalista e scrittore Gigi Monticone