Oggi sono molto pubblicizzati i siti on line per vendere o comperare con pochi clic abiti, scarpe, borse ecc. Si invitano soprattutto le ragazze a liberare gli armadi che hanno colmato con bulimico consumismo.
Una sorta di mercatino dell’usato elettronico che diventa anche reale visto il successo, non solo nelle grandi città, dei negozi che rivendono abiti vintage o solo semplicemente usati.
Quanto è lontano e ancora suadente il profumo di lavanda! E pungente il sentore di naftalina che ci avvolgeva aprendo armadi e bauli delle nonne.
Sistemati sui ripiani, nei cassetti o appesi alle grucce c’erano gli abiti “da lavoro” e quelli “delle feste” conservati con cura, da indossare solamente
nelle occasioni importanti: matrimoni, battesimi, funerali e la domenica per andare alla messa, salvo poi correre a casa a cambiarsi, perché l’abito “buono” non si rovinasse poiché doveva durare una vita.
Riemergono lenzuola di lino ricamate, scialli, pizzi, veli, foulard, coperte e trapunte, e anche mutandoni e maglie di lana ingiallite dal tempo, le antesignane delle “maglie della salute” in cotone che i ragazzi di oggi non portano più e che guardano a volte con ironico disprezzo.
Gli abiti e la biancheria riposti nei vecchi armadi erano il piccolo tesoro per le nostre nonne: il loro corredo nuziale era custodito con geloso affetto e malcelato orgoglio, un segno della propria identità che la dote rappresentava anche dal punto di vista del legame con la famiglia d’origine.
C’erano anche regole ben precise sul numero minimo di lenzuola, asciugamani, abiti e stoffe che ogni sposa doveva avere “in dotazione”. Una dote importante accresceva il valore della sposa. Tutto questo alimentava negozi specializzati e commerci. Agli inizi del Novecento nelle più importanti città italiane erano diffuse le grandi e raffinate sartorie che producevano abiti su misura per la nobiltà e l’alta borghesia. Chi poteva si faceva arrivare i pezzi più pregiati da Parigi.

Accanto a questi atelier, vi erano migliaia di laboratori, sarte e sarti che lavoravano per la crescente classe media della popolazione e servivano anche il mondo contadino e operaio, attento a quello che oggi definiamo riuso e che allora era una necessità assoluta. Cappotti e giacche risvoltate, camice a cui si cambiavano solo il collo e i polsini quando erano lisi: pratiche comuni di risparmio e accortezza.
Ogni rione di città o paese di campagna aveva i suoi sartù e le sue sarture o sartoire, che ricevevano la clientela in casa o in piccole botteghe laboratorio, prendevano le misure e cucivano abiti utilizzando spesso la stoffa che le stesse clienti avevano portato loro. Accanto alle sarte vi erano poi le modiste che confezionavano i cappelli, accessorio indispensabile sia per gli uomini che per le donne: non era infatti considerato né rispettoso né elegante uscire di casa senza.
E ovviamente vi erano le maglieriste che si occupavano dell’intimo, maglie, calze, mutandoni, che all’epoca erano tutti rigorosamente di lana.
Il lavoro artigianale del taglio e cucito Poi arrivarono le macchine: la sfida tra Singer, Necchi e Borletti
La guida di Asti del 1931 elenca oltre 40 botteghe di sartoria maschile e altrettante sarte, due scuole di taglio (di Eugenia Beretta in via XX Settembre e Cesarina Artuffo in corso Alfieri) e una decina di negozi di stoffe e scampoli.
Tutto questo creava opportunità di lavoro e permetteva ai giovani di imparare un mestiere. Alcune ragazze cominciavano dalle suore a imparare a ricamare tovaglie e lenzuola, altre andavano a bottega dalla modista, dalle sarte o dalle maglieriste, che insegnavano loro il mestiere. Dapprima osservavano il lavoro, poi venivano loro assegnati piccoli lavoretti e poi, a poco a poco, i compiti diventavano sempre più difficili e arrivavano a padroneggiare il mestiere, fino a mettersi in proprio.
Veniva così alimentato anche il mercato delle macchine da cucire, le prime a pedale, poi vennero le elettriche con negozi specializzati in rappresentanze delle principali marche: l’americana Singer e le italiane Necchi e Borletti che
aveva lo slogan in rima: “Borletti punti perfetti”. Accanto a queste c’era il
mondo delle macchine da maglieria, sempre più tecnologiche.


C’erano corsi di cucito e nelle edicole avevano molta fortuna le riviste con i cartamodelli per confezionare in proprio gli abiti alla moda ispirati e indossati da reali e divi del cinema. Tale tipo di artigianato è rimasto vivacissimo fino a oltre la metà del Novecento, quando accanto a mercerie, negozi di forniture per sartorie, lane e stoffe hanno preso spazio le vetrine di chi vendeva i capi
già confezionati, che i clienti potevano provare e acquistare direttamente.
Stava finendo il rito di scegliere la stoffa, la lana o il cotone disegnando e immaginando nella propria mente il prodotto finito, che poi si sarebbe spiegato nei dettagli alla sarta, alla maglierista o alla modista. Stava finendo il tempo in cui si doveva attendere con ansia di poter ritirare il proprio ordine, di poter provare con emozione il proprio capo, consapevoli del suo valore, del sacrificio e del lavoro che era costato.
Era iniziato il tempo della moda pronta usa e getta, o meglio usa e rivendi, e delle industrie che delocalizzano dove costa meno la manodopera. Oggi le etichette di marchi anche famosi riportano in piccolo quasi sempre un “made” lontano: Bangladesh, Vietnam, Indonesia, Egitto e ovviamente l’onnipresente Cina.
C’è chi ricorda il maglificio La Meridiana aperto a Settime nel 1961
Merita quindi un ricordo, a titolo di piccolo esempio, la vicenda di un maglificio aperto nel 1961 dall’astigiano Silvio Spasaro alla Meridiana di Settime, in locali messi insieme “alla bell’e meglio”: al piano terra c’erano le ragazze che cucivano, al piano superiore vi erano i macchinari, molto simili a quelli che servivano per il lavoro domestico, con la differenza che alle macchine per l’uso domestico, essendo più piccole, si poteva lavorare da seduti, mentre a quelle che si trovavano in fabbrica si lavorava in piedi.
Non appena presa la decisione di aprire il maglificio che, in onore del luogo in cui sorgeva fu chiamato “La Meridiana”, il fondatore Silvio Spasaro iniziò una campagna di reclutamento a Settime e nei paesi intorno per cercare giovani ragazze disposte a imparare un mestiere e lavorare per lui.
Non faticò a trovarle. Vi erano molte ragazze desiderose di lavorare, di portare con il loro salario un po’ di ossigeno alle famiglie e di assaporare il gusto dell’indipendenza economica potendo permettersi di “togliersi” qualche piccolo capriccio con il denaro guadagnato.
Si era in pieno boom economico. «In quegli anni abbiamo acquistato il frigorifero e la lavatrice anche grazie al mio stipendio, che costituiva un aiuto importante per la mia famiglia» ricorda Alessandra Ferrero, di Cinaglio, che con la compaesana Maria Pia Ponzio fu tra le prime ragazze a rispondere all’appello di Spasaro.


Il maglificio “La Meridiana” contava tra le 15 e le 20 dipendenti, tutte giovani
ragazze, che seppero instaurare tra di loro un legame di solidarietà e amicizia
capace di durare nel tempo. «Eravamo tutte ragazze giovani e ci siamo divertite in quegli anni». Nonostante ognuna di noi abbia poi preso una strada diversa, siamo rimaste amiche e ogni tanto ci si trova ancora ricordano Alessandra e Maria Pia.
I ricordi si affollano nella mente delle due signore. Si lavorava sodo. «Alle sette del mattino partivamo da Cinaglio in bicicletta, quando la stagione lo permetteva, o a piedi, nei giorni di neve, e si scendeva insieme alla Meridiana. Alle otto del mattino si cominciava a lavorare fino a mezzogiorno, poi la pausa per il pranzo, che le ragazze portavano da casa nel “baracchino”, e di nuovo al lavoro fino alle cinque e mezza del pomeriggio e anche dopo se c’erano commesse dei clienti da completare».
Alessandra e Maria Pia ricordano le etichette che venivano cucite sulle maglie con la scritta “Maglificio La Meridiana”. E ricordano con affetto e stima le persone che hanno insegnato loro un mestiere: la signora Rosetta Abba, maglierista esperta, che era stata chiamata a dirigere l’attività del maglificio e a guidare con materna sapienza le ragazze che vi lavoravano.
Il maglificio crebbe e si trasferì in un capannone appena dopo il bivio per Settime, dove c’era più spazio e si poteva organizzare meglio il lavoro. Al piano superiore c’era anche un alloggio per Rosetta e il marito Michele, impiegato anche lui nell’azienda come manutentore.
Il piccolo maglificio, però, come tanti, dopo alcuni anni di sviluppo entrò in crisi, non seppe reggere i cambiamenti del mercato, la concorrenza dei prodotti a basso prezzo e fu costretto a chiudere.
Oggi non ne rimane traccia, se non nella memoria delle eterne ragazze che vi hanno lavorato.







































