La fuga da Torino della famiglia De Leon verso il Monferrato
Il 18 settembre 1938 Mussolini in un discorso a Trieste annuncia le leggi razziali. È l’inizio di un incubo per gli oltre 50 mila cittadini di fede ebraica che vivono in Italia. Già il 25 luglio di quello stesso anno, con la pubblicazione del Manifesto della razza, gli ebrei erano stati esclusi dalla vita pubblica, ma ora, con l’emanazione delle leggi, che è stata sottoscritta e promulgata dal re Vittorio Emanuele III, la situazione precipita.
Non solo gli ebrei sono esclusi dalle cariche pubbliche, ma vengono anche limitati nella gestione delle aziende industriali, agricole e commerciali, nell’esercizio delle professioni e non possono più insegnare e frequentare le università e le scuole pubbliche del regno.
L’antisemitismo latente, che è sempre esistito, riprende forza e viene alimentato dalla propaganda del regime che “arruola” anche esponenti della Chiesa cattolica. All’estero è anche peggio. Nella Germania nazista, ma anche nella Francia collaborazionista di Vichy e in tutti i paesi occupati dalle truppe del Terzo Reich, iniziano le deportazioni verso quelli che, definiti campi di lavoro, divennero invece campi di sterminio per arrivare alla “soluzione
finale” che sarà pianificata nel 1942.
Il 10 giugno 1940 Mussolini era entrato in guerra a fianco della Germania di Hitler, credendo di potersi sedere presto al tavolo dei vincitori. Non andrà così. La propaganda fascista, per coprire le crescenti sconfitte militari, alimenta sul fronte interno l’odio contro gli ebrei. Le città non sono più sicure. Bisogna nascondersi, fingere, trasferirsi dove non si è conosciuti, fuggire agli sguardi, non farsi notare.
Chi può tenta l’espatrio, spesso passando dalla Svizzera, pagando a caro prezzo carte e documenti falsi. Altri trovano sponde amiche in Vaticano. Bisogna sospettare di tutti. Chiunque potrebbe essere un potenziale delatore. Si guadagna bene a denunciare gli ebrei e c’è chi ne approfitta per comprare i loro beni a prezzi di ricatto.
A Torino, tra i tanti ebrei che cercano di sopravvivere, ci sono i De Leon, una famiglia religiosa, che frequenta la sinagoga. Sono proprietari di una piccola fabbrica di ricambi meccanici alla periferia della città: la “Fratelli De Leon”. Si sentono traditi dall’Italia che hanno sempre considerato la loro patria.
I De Leon sono uniti e numerosi. Il nonno Isacco, per tutti nonno Checchi, ha due figli: Attilio, sposato con Irma, da cui ha avuto la figlia Italia (a conferma dello spirito patriottico che si respira in famiglia) e Giorgio, sposato con la sorella di Irma, Emma, da cui ha avuto tre figlie: Michelina, Giorgina ed Emilia. I primi anni della guerra passano tra ansie e tribolazioni.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre con l’instaurazione della Repubblica di Salò la vita per gli ebrei diventa ancora più difficile. Il 16 ottobre gli uomini della Gestapo hanno rastrellato il ghetto di Roma mandando in Germania sui carri bestiame 1259 persone, tra uomini, donne e bambini. Ne torneranno solo 16.
Anche Attilio è catturato alla stazione di Torino, mentre cerca di partire per Venezia. Sarà deportato ad Auschwitz Di altri loro amici e conoscenti non si sa più nulla. Ora che era stato preso Attilio, non si può più tergiversare.

Ma che fare? L’idea viene al marito di Italia, Sandro De Giorgis, originario di Piea. È un rappresentante di commercio, conosce molta gente. Sono anni che manca dal paese, ma ha ancora parenti e spera di trovare protezione.
Partono da Torino di notte. È Sandro a guidare l’auto con i fari azzurrati.
Percorrono strade secondarie per evitare i posti di blocco. I De Leon si lasciano alle spalle tutto il loro mondo: la casa, i mobili, i vestiti, gli oggetti e i ricordi di una vita. Non devono dare nell’occhio. Possono essere una delle tante famiglie di sfollati che lasciano la grande città colpita dai bombardamenti per trovare rifugio in campagna.
Quando Sandro vede stagliarsi nella notte la sagoma del castello e del campanile di Piea sospira di sollievo. In quel piccolo paese ha ancora dei parenti: Giuseppe e Laurina De Giorgis. Sandro va a bussare alla loro porta. Temono le luci dell’alba. Sono tutti molto provati. Hanno bisogno di sentirsi al sicuro. Il nonno Checchi è anziano e la piccola Emilia ha solo cinque anni, essendo nata in quel terribile 1938, l’anno delle leggi razziali.
Laurina apre la porta. Non appena la luce fioca le rivela il volto di Sandro capisce al volo. Sa che quel cugino ha sposato una donna ebrea. Capisce che cosa lo ha spinto lì in piena notte, è consapevole dei pericoli che ha dovuto affrontare. Laurina fa entrare tutta la famiglia De Leon. Mette a loro disposizione il cibo che ha in casa per rifocillarli. Tira giù dal letto il marito
Giuseppe. Quei poveretti hanno bisogno di riposare.
Giuseppe e Laurina sono due contadini ma sanno ciò che rischiano nel dare
accoglienza nella loro casa a degli ebrei. Ci sono i manifesti, ne parla la radio,
l’hanno sentito dire in paese. Sanno però che non è giusto, che la colpa della guerra, dei morti e delle angosce di quel periodo non è di questa gente impaurita che hanno accolto in casa.

Documenti falsi redatti in municipio per tutta la famiglia
Sanno anche che il parroco, don Ambrogio Isidoro, ospita segretamente
in canonica un’altra famiglia di ebrei, i Pontecorvo. E nessuno in paese lo ha
finora tradito.
Passa qualche giorno e bisogna trovare alla famiglia De Leon una casa in cui
abitare. Ci pensa Antonio Corio a offrire loro una sistemazione. Nella contrada chiamata Dismertia ha una casetta. Certo non è granché, ma bisogna adattarsi. La famiglia torinese accetta con riconoscenza.
Giorgio si mette subito all’opera per rendere il più possibile vivibili e accoglienti i locali a loro destinati. Ma lo spazio è piccolo e i De Leon sono numerosi, nove in tutto, diventeranno dieci nel 1944 con la nascita di Attilio, il figlio di Italia e Sandro. Interviene così il vicino di casa, Ernesto Pescarmona: il nonno Checchi può andare a stare da lui.
Da qualche anno il suo figlio maggiore Marcello, con la moglie e le figlie, si è trasferito nella casa sulla piazza, così c’è posto per nonno Checchi, che di Ernesto è quasi coetaneo.
Piea è un piccolo comune di poco più di 700 anime. Il paese è in zona partigiana. Tra la fine del 1943 e i primi mesi del 1944 i “ribelli” si sono organizzati in bande, ma servono rifornimenti e informazioni sui movimenti delle forze nazifasciste che partono da Asti.
Alcuni partigiani vengono ospitati proprio da Marcello, il figlio di Ernesto, che li nasconde sul fienile. Sovente arrivano soldati tedeschi e i militi fascisti a
perlustrare le abitazioni. Il rischio è alto.
I De Leon devono cambiare identità. Qualcuno a Torino avrà scoperto la loro
fuga, potrebbero essere ricercati. Meglio non rischiare troppo. Decidono di mutare il loro cognome in De Giorgis. A occuparsi delle pratiche è il messo comunale Giuseppe Venturello, che per l’occasione si improvvisa falsario. A Giuseppe tremano le mani mentre compila i registri e redige nuove carte di identità per questi cittadini di “fede cattolica”.
I De Leon cercano di mimetizzarsi, vogliono far credere di essere parenti dei De Giorgis, sfollati a Piea per sfuggire ai bombardamenti che devastano Torino.
I tedeschi sequestrano quattro giovani del paese per sfondare la barricata del silenzio
In fondo non è così difficile, fin da subito hanno la piacevole consapevolezza di trovarsi tra gente leale e sincera. Loro che da anni guardano tutti con sospetto, sentono di potersi fidare. C’è chi dà loro consigli su come fare l’orto, chi li aiuta nel sistemare la casa, chi presta la bicicletta alla diciannovenne Michelina perché possa andare a trovare il fidanzato, Giorgio Treves, rifugiatosi nella vicina Montafia.
Non mancano i momenti di paura. Un giorno nonno Checchi era seduto in cortile a chiacchierare con Ernesto Pescarmona. Si avvicinano loro dei soldati tedeschi in perlustrazione. Uno di essi con fare autoritario pronuncia in uno stentato italiano: «Naso da ebreo», indicando il vecchio De Leon. È questione di pochi istanti. Ernesto, senza scomporsi risponde al tedesco con estrema
tranquillità e naturalezza: «Macché ebreo, è mio fratello». Il tedesco, convinto, se ne va. Nonno Checchi ed Ernesto hanno scampato il pericolo.
Ma non basta. I tedeschi continuano a sospettare, le loro ronde si fanno sempre più frequenti. Anche a Viale, un paese accanto a Piea, c’era una famiglia di ebrei rifugiata. Viene denunciata. Le cinquemila lire promesse
dai nazifascisti per ogni ebreo scovato fanno gola a molti.
Dopo questo episodio Giorgio Treves, il fidanzato di Michelina, decide di spostarsi con la sua famiglia. A Montafia non si sente più sicuro. Un altro distacco, un altro dolore. I De Leon restano a Piea, si fidano.
Passano i mesi. Verso la fine del 1944 i tedeschi fanno suonare la campana per chiamare la popolazione a raccolta. Sanno che a Piea si nascondono ebrei e partigiani. Minacciano di dare fuoco al paese se non vengono loro consegnati. Tutti sanno che non scherzano, ma nessuno parla. I tedeschi vogliono sfondare la silenziosa barricata che gli abitanti hanno alzato contro di loro. Prendono quattro ragazzi: Felice Borgo, Alessandro e Rodolfo Bosco, Rinaldo Germano. Tutti e quattro della classe 1927. Minacciano di mandarli in
Germania nei campi di lavoro. Sulla piazza si sentono le grida di dolore delle madri.
Ernesto Pescarmona stringe i pugni: Rinaldo è suo nipote, il figlio di sua figlia. Darebbe la vita per salvarlo. La sua, non quella di un altro. I tedeschi se ne vanno portando con sé i quattro ragazzi. La vicenda non si può chiudere così. Nessuno sa cosa accade in Germania, ma tutti sanno che difficilmente dalla
Germania si torna. Bisogna riportare a casa quei quattro ragazzi.
Don Ambrogio Isidoro, senza esitare, dice che andrà lui a trattare con i tedeschi. La contessa Bianca Della Croce di Loyola, che conosce perfettamente il tedesco, si offre di accompagnarlo. Da quando è scoppiata la guerra ha raggiunto a Piea la famiglia del fratello Galeazzo. La cognata, Maria Bombrini, è proprietaria del castello, una piccola isola di pace. Ha conoscenze altolocate. Darà un contributo decisivo per riportare a casa quei ragazzi.


Nel 2007 grazie alla testimonianza di Michelina De Leon il grazie ufficiale della comunità ebraica agli abitanti di Piea
Verranno raggiunti anche da don Alessandro Pescarmona, fratello di Ernesto e parroco di Dusino. I ragazzi sono destinati a un campo dal nome sinistro: Dachau.
Alla fine le trattative hanno successo. I quattro possono tornare a casa. I De Leon assistono a tutto questo sorpresi e grati. Michelina quasi si convince che nessuno sappia che loro erano ebrei. Si chiede come abbiano potuto tacere le madri di quei quattro ragazzi che si erano viste strappare i figli. Si chiede come quegli stessi ragazzi abbiano potuto non denunciarli.
Passano i mesi e con il 25 Aprile 1945 arriva la liberazione. L’incubo è finito.
Terminata la guerra anche Attilio tornò a casa, provato, ma miracolosamente
sopravvissuto nonostante i mesi patiti nel campo di Auschwitz. I De Leon tornarono a Torino. Cercarono di riappropriarsi della loro quotidianità.
Il legame con Piea, però, non si è interrotto. Sono tornati più volte nel loro paese rifugio. Michelina oggi ha 96 anni, è l’unica ancora in vita delle ragazze De Leon. Al termine del conflitto si era riunita con Giorgio Treves che ha sposato e dal quale ha avuto la figlia Paola. Ora vive con lei a Siena.
Il ricordo di quei terribili mesi non l’ha però mai abbandonata. Voleva
contraccambiare l’amore che aveva ricevuto, si è perciò adoperata affinché
Piea ricevesse un grazie ufficiale da parte della Comunità ebraica di Torino,
il che potrà portare al titolo di “Giusti tra le nazioni”, riconoscimento ufficiale
dello Stato di Israele accordato a chi salvò uomini e donne ebrei dallo sterminio nazista.
Michelina ha raccolto testimonianze e documenti di quel silenzioso e concreto atto di coraggio collettivo. Una cerimonia ha avuto luogo nel salone del municipio di Piea il 27 maggio 2007, alla presenza delle autorità e del presidente della Comunità ebraica di Torino Emanuel Segre Amar.
C’erano i discendenti della famiglia De Leon. C’era Michelina che allora aveva 83 anni con la figlia Paola, il genero Fabio Castelnuovo, la nipote Laura e il fidanzato Alon. Furono accolti dal sindaco di allora Bruna Fasoglio. In municipio a Piea è conservata la targa a ricordo della cerimonia.
La Comunità ebraica di Torino, inoltre, ha installato a Villa Genero una lapide
dedicando gli alberi del viale a tutti coloro che in Piemonte e in Valle d’Aosta hanno contributo a salvare gli ebrei. Tra questi sono ricordati anche i coraggiosi abitanti di Piea.
In quell’occasione Michelina dichiarò a Fiammetta Mussio – che ne scrisse su
La Stampa: «Sono nata a Torino, ma se qualcuno mi chiede da dove vengo, io
dico: sono astigiana. E non è una bugia: è solo grazie agli astigiani se ho potuto vivere, sposarmi, crescere i miei figli, vedere i miei genitori invecchiare. In quegli anni ho imparato che anche nella notte più buia, in cielo brilla sempre una stella. La mia si chiama Piea».












































