Tutto comincia nel 1957 grazie a Ugo Scassa il geometra intraprendente con la passione per l’arte
Ci sono tutti gli ingredienti di un grande romanzo nella storia che
lega Asti all’arte degli arazzi. Il “comincio” non risale all’Asti ricca e
potente del Medioevo, come ci si potrebbe aspettare.
L’avvio ha una data precisa, il 1957, e ci riporta al presente con una “trama”
fitta di sentimenti opposti, amore e odio, amicizie e tradimenti, successi conclamati, promesse mancate e occasioni perdute. La più importante è la creazione di uno spazio museale e una scuola per arazzieri che possano raccontare e prolungare l’eccellenza tutta astigiana (e solo astigiana): la tessitura ad alto liccio che ha traghettato l’antico mestiere dentro la storia dell’arte contemporanea.
Nella mostra allestita dalla Fondazione Asti Musei a Palazzo Mazzetti (inaugurata il 18 settembre) si possono ammirare alcuni esempi della straordinaria maestria messa in opera dalle arazzerie Scassa e Montalbano. Due scuole di pensiero oltre che di tessitura vicine eppure così lontane. Una differenza tra chi intende l’arazzo come riproduzione d’arte e chi lo vuole opera a sé, autonoma e creativa.
La mostra, accompagnata da qualche polemica a seguito delle prese di posizione della famiglia Scassa, accosta per la prima volta le due esperienze artistiche che meritano di essere ripercorse perché sono esse stesse parte del patrimonio culturale e artistico astigiano.
Tutto parte dall’intuizione di Ugo Scassa. Nato nel 1928 a Portacomaro, dove rimane fino all’età di 6 anni, frequenta le scuole ad Asti fino a ottenere il diploma di geometra. Nel pieno del boom dell’edilizia apre uno studio (tra i progetti più noti anche la tribuna dello stadio comunale di Asti), ma presto capisce che l’edilizia non fa per lui. È un accanito lettore delle riviste d’architettura e conosce gli artisti caposcuola dell’arte figurativa moderna.
Nei primi Anni Cinquanta col pittore Filippo Scroppo, collaboratore di Casorati all’Accademia Albertina, Ugo Scassa apre la “Galleria Il Prisma” a Torino. «Si tenevano mostre d’arte, tra cui personali di Baj, Cerchi, Fontana, Pomodoro, allora agli esordi», ricorda Scassa in un’intervista (La Nuova Provincia, 2007). Nella galleria si vendono anche i tappeti prodotti a Pinerolo dalla manifattura Redan e disegnati da Filippo Spazzapan. Per varie vicissitudini l’attività della
produzione di tappeti viene a cessare. Scassa nel 1957 la rileva e la porta ad Asti. In un magazzino di via Boito nasce “Italia disegno”.
Dopo qualche tempo Scassa viene informato dal pittore Spazzapan che a Roma stanno bandendo il concorso per affidare la tessitura degli arazzi che decoreranno il salone delle feste di prima classe del transatlantico Leonardo da Vinci. È la nave simbolo della marina mercantile italiana, con le gemelle Raffaello e Michelangelo: percorreranno l’Atlantico da Genova a New York in sette giorni. La commissione è presieduta da Giulio Carlo Argan.
I cartonisti scelti sono: Bernini, Cagli, Capogrossi, Corpora, Santomaso, Turcato. «Io fino a quel momento non avevo fatto che un solo arazzo – racconta Scassa – e partecipai con un piccolo lavoro tratto da un dipinto di Corpora. Vinsi il concorso e mi affidarono la realizzazione di sedici arazzi, 60 metri quadrati da fare in sei mesi». Una commessa che mette i brividi. Ma Scassa ha i nervi saldi.
Vince il concorso per gli arazzi sulla Leonardo da Vinci
Nel piccolo laboratorio astigiano c’è Katia Alcaro che sarebbe diventata sua moglie, compagna di una vita di lavoro, una coppia inseparabile come “la trama e l’ordito”, dirà lo stesso Scassa nel 2013.
La sfida è complicata. Un metro quadrato di arazzo richiede 500 ore di lavoro, Scassa prepara le tabelle di marcia, ma le ragazze del laboratorio sono inesperte e si procede a rilento.
L’ultimo arazzo viene completato nella notte che precede il primo viaggio della nave. Il 30 giugno 1960 Scassa e le tessitrici partono all’alba alla volta di Genova e lo consegnano con le proprie mani al comandante della Leonardo da Vinci. Sono esauste, ma al settimo cielo.
Il pittore Corrado Cagli, intellettuale e artista di fama internazionale – che grazie a Eugenio Guglielminetti ha già esposto le sue opere alla galleria “La Giostra” nel 1949 e nel 1951 – comunica a Scassa il suo interesse a proseguire la collaborazione avviata con la manifattura degli arazzi per la Leonardo da Vinci.


Inizia la collaborazione con Corrado Cagli
«Se le sue artigiane ci metteranno tutto il loro impegno – si legge in una lettera indirizzata a Scassa – tra un anno o due potremo portare il livello dei nostri arazzi al di sopra dei francesi, compreso Lurçat (artista francese considerato l’inventore dell’arazzeria moderna ndr)».
Inizia un sodalizio particolarmente fruttuoso. Scassa propone a Cagli la direzione artistica dell’Arazzeria, mantenendo per sè il ruolo di direttore tecnico. Arriva una nuova grande commessa per i due transatlantici gemelli,
Michelangelo e Raffaello. Le collaboratrici salgono a 22, l’Arazzeria Scassa diventa il punto di riferimento di grandi artisti.
Nel 1963 all’Exposition Internazionale de la Tapisserie Contemporaine nel castello medievale di Culan in Francia, l’Italia è presente con tre soli arazzi ad “alto liccio” realizzati ad Asti su cartoni dei pittori Cagli e Mirko. Una corrispondente del New York Herald Tribune li giudica i migliori della mostra e i soli veramente in grado di competere con l’eccellenza di Matisse e Lurçat.
Lo stesso anno un altro arazzo made in Asti “I Gemelli” su cartone di Francesco Muzzi esposto nel padiglione italiano alla Terza Biennale di Parigi, attira l’attenzione del ministro André Malraux e viene acquistato per le collezioni dello Stato Francese. Nello stesso periodo gli arazzi su cartoni di Cagli, Mirko e Guttuso vengono esposti a Monaco di Baviera.
Il successo internazionale della coppia Cagli-Scassa è confermato dagli inviti a esporre al MOMA di New York e in giro per il mondo, da Atene a Goteborg.
Nel 1966 laboratorio e galleria si trasferiscono alla Certosa
Nel 1966 l’Arazzeria si trasferisce nei locali della storica Certosa di Asti a Valmanera recuperata dall’architetto Giorgio Platone, su committenza della famiglia Cielo che ne è diventata proprietaria.
Nell’occasione per iniziativa del Comune di Asti e dell’Ente provinciale del Turismo viene organizzata la prima grande mostra su “Gli arazzi di Asti” (52 arazzi esposti).
Nel catalogo della mostra Mercedes Viale Ferrero, una delle maggiori esperte italiane di arazzi antichi, scrive: «Scassa è un appassionato, un coeur épris dell’arazzo: forse anche per questo il lavoro gli riesce così bene, perché crede nelle possibilità di autonoma vita di un discorso tessuto, perché confida nella sua attualità, nella sua rispondenza a sentite esigenze decorative e ambientali. Forte di questa certezza egli ha elaborato e perfezionato una tecnica eccellente e l’ha messa al servizio dell’arte. Come è giusto: perché la tecnica non è mai – o meglio non dovrebbe mai essere – fine a sé stessa, ma adeguarsi e modellarsi secondo necessità espressive».

I complimenti di Ungaretti e gli arazzi per Renzo Piano
Con il crescere della fama internazionale, l’Arazzeria attira ad Asti personaggi illustri della cultura, delle arti, dell’economia. Il 16 marzo 1968 arriva Giuseppe Ungaretti: nel laboratorio dell’arazzeria viene organizzata la lettura delle sue poesie davanti agli studenti del liceo.
Il grande poeta italiano definisce Ugo Scassa «inventore dell’arazzo che porta alla stessa bellezza della pittura originale la pittura». Tra i visitatori illustri si ricordano Marella Agnelli con lo stilista Valentino, l’editore Einaudi, il poeta Alfonso Gatto, gli architetti Ignazio Gardella e Renzo Piano.
Negli Anni Novanta Renzo Piano coinvolgerà Scassa nella preparazione della mostra dedicata alle sue opere Out of the blue a Bonn (1997).
Nel 1976 muore Corrado Cagli. Il ruolo di direttore artistico dell’Arazzeria, da lì in avanti, resterà vacante ma le relazioni con il mondo dell’arte ormai saldamente intessute consentono ad Asti di restare un punto di riferimento unico e altissimo nel settore.
Nel 1978 il Comune di Asti, con il sindaco Gianpiero Vigna, organizza una grande mostra antologica su Cagli che ottiene l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica. In quell’ambito l’Arazzeria espone 17 arazzi tratti da cartoni di Cagli tra cui il “Cristo Risorto” (conservato in Vaticano alle Gallerie Pontificie), considerato dal critico d’arte de La Stampa Marziano Bernardi «un capolavoro assoluto, spiritualmente e formalmente pensato, sul
ricordo di una icona tardo-bizantina, rivissuto attraverso la mediazione del Greco. E traduzione, dal dipinto al tessuto, d’una intensità, parimenti spirituale, che sembra moltiplicare – nel percorso d’una tecnica che si fa autonomo stile – l’energia vitale dell’immagine». (Catalogo della Mostra, 1978).
Nel 1980 Vittoria Montalbano già collaboratrice di Scassa fonda una sua arazzeria con la direzione artistica di Valerio Miroglio
«Con Scassa ho partecipato alla creazione di arazzi bellissimi. Là mi sono impadronita della tecnica. Con il passare degli anni, però, là ho anche constatato quale differenza ci fosse tra una pura copia e una realizzazione effettuata a diretto contatto con l’artista, con la sua partecipazione».
Le parole sono di Vittoria Montalbano, collaboratrice di Ugo Scassa che nel 1980 fonda ad Asti la “sua” arazzeria. L’accompagna nell’impresa l’astigiano Valerio Miroglio, artista, intellettuale, giornalista acuto. Il laboratorio è all’ex Michelerio. «Finalmente potevo realizzare il mio sogno: essere parte attiva in un processo che direttamente, in un’unica soluzione, portava dall’idea di un arazzo all’arazzo stesso. Come avveniva cinquecento anni prima e ora forse ancora meglio, ancora più vicino all’idea originale dell’artista. Con Miroglio capitava spesso di cambiare, in corso d’opera, un colore o un profilo».
Arrivano le commesse da enti pubblici e da estimatori. Attorno all’arazzeria Montalbano gravitano artisti (Boetti, Gastini, Parmiggiani, Pistoletto, Xerra), scrittori, uomini di cultura. Il legame tra Miroglio e la Montabano fa nascere anche l’ironico Bollettino della Vittoria, un foglietto ciclostilato che lo scrittore Sebastiano Vassalli definirà tra le più interessanti riviste letterarie italiane, non solo per il piccolo formato, ma anche per i contenuti e per l’originale distribuzione.

Nasce il Bollettino della Vittoria
È inviato via posta in busta chiusa ad amici ed estimatori e ogni numero ha come sponsor personaggi diversi, tra i quali Felice Andreasi o Paolo Conte.
Sul primo numero del Bollettino della Vittoria Miroglio esprime la sua filosofia e personale visione dell’arazzo. «Che cos’è un arazzo? È un’opera d’arte (quando lo è). Ma non tutti sono d’accordo: c’è chi sostiene che è un lavoro artigianale e c’è chi non sostiene niente, ma lo tratta come se lo fosse, nel senso che lo destina alla “riproduzione” di opera d’arte. L’opera d’arte è figlia del medium con cui è realizzata. Per uccidere un’opera d’arte basta riprodurla con un medium estraneo. Che cosa trattiene l’arazzo in un ruolo subalterno alla pittura? Forse il dover nascere da un progetto realizzato con mezzi pittorici. Se è così, allora bisogna dedurne che l’autore non sa entrare nei meccanismi espressivi della trama di lana: non sa “entrare” nell’arazzo con la mente quando progetta. E poi, neanche un dio malvagio riuscirebbe a riprodurre in arazzo il bozzetto “così com’è”. Il “così com’è” non esiste, esiste solo il “così come lo vedo”. Il bozzetto è un’opera d’arte potenziale, la tessitrice (o il tessitore) lo trasforma in opera d’arte fruibile come tale mostrandoci “come lo vede”. Quando è un artista». (Bollettino della Vittoria, Anno I, n. 1, 1986).
L’attività dell’Arazzeria Montalbano prosegue per un decennio con crescente successo, fino all’improvvisa scomparsa di Miroglio nel settembre 1991. «Valerio non vide terminare il suo “L’uomo e il cane” ed avevamo appena iniziato il suo “Ottobre 1492” destinato a una mostra negli Stati Uniti per l’anno successivo. Lo presentammo al museo italo-americano di San Francisco e fu un successo.
Un altro successo fu a New York», dichiara Vittoria Montalbano che proseguirà l’esperienza con artisti contemporanei: Sandro De Alexandris, Francesco Preverino e altri. Intanto all’inizio degli Anni Novanta gli arazzi di Scassa sono
sempre più conosciuti e apprezzati da collezionisti pubblici e privati. Contribuisce alla popolarità la mostra The Italian Art of Living organizzata nel 1992 a New York che affianca i grandi stilisti all’arte contemporanea.
Nel 2000 anche Asti risveglia l’interesse sugli arazzi con la mostra “L’arte del telaio” che attira alla Certosa oltre 8000 visitatori. I riflettori si accendono anche l’anno successivo quando Enzo Biagi riceve proprio all’Arazzeria il premio di giornalismo “Asti provincia d’Europa” istituito da Carlo Cerrato con l’ATL.
Nel 2002, con la presidenza di Roberto Marmo, la Provincia di Asti s’impegna a realizzare il Museo dell’Arazzeria alla Certosa, affittando locali attigui al laboratorio per realizzare una vera e propria galleria permanente. «L’idea – dichiara Marmo alla Stampa – è fondare una scuola di arazzeria per avvicinare i giovani a un’arte di per sé affascinante».
Nel 2002 la Provincia si impegna a realizzare il Museo degli arazzi che si inaugura solo nel 2010
Il protocollo d’intenti siglato con Ugo Scassa rimane però sulla carta. Nel 2007, quando l’Arazzeria festeggia 50 anni di attività, del Museo non c’è ancora traccia.
La galleria-museo alla Certosa, dopo costosi lavori di allestimento, verrà finalmente inaugurata solo nel settembre del 2010, quando Scassa realizza il Palio, il primo drappo tessuto e non dipinto, un unicum della storia della manifestazione. Lo vince il rione Tanaro e il drappo-arazzo sarà consegnato al rettore Maurizio Rasero, attuale Sindaco di Asti.
Tra il 2011 e il 2012 gli arazzi di Scassa abbelliscono mostre di grande risonanza internazionale: dall’Archivio Centrale dello Stato a Ravenna, dove vengono esposti 44 arazzi tratti da capolavori del Novecento, da Wassily Kandinsky a Salvador Dalì, da Max Ernst a Paul Klee e Joan Mirò.
Sulle pagine dei giornali locali si polemizza per la mancata presenza dell’Amministrazione provinciale all’inaugurazione. L’assessore Antonio Baudo risponde: «il Maestro non ha dato comunicazione ufficiale della mostra e annuncia che saranno valutati gli impegni derivanti dalla stipula di un protocollo decennale “valutando attentamente ciò che funziona e ciò che non va”».
«Non è stato certo un bel regalo di Natale». Ugo Scassa commenta così la raccomandata che, proprio la vigilia di Natale, gli è stata inviata dal commissario prefettizio per la gestione provvisoria dell’Amministrazione Provinciale, Alberto Ardia.
2012: il commissario prefettizio della Provincia disdetta l’accordo con Scassa
Il prefetto è subentrato a Maria Teresa Armosino nell’ottobre del 2012, in seguito alle dimissioni della Presidente per protesta contro la minacciata abolizione dell’ente. Nella lettera del commissario si comunicano: il recesso dal contratto di sublocazione dei locali in cui ha sede l’arazzeria, indicando come data di scadenza il successivo 30 giugno; il recesso dal protocollo
d’intesa stipulato nel 2002 tra lo stesso Scassa e la Provincia in merito alla conduzione del Museo dell’Arazzeria (avrebbe dovuto avere durata ventennale); e infine il recesso dal contratto per cui i 37 arazzi del museo, i telai su cui vengono tessuti e tutto il resto del materiale, pur rimanendo di proprietà di Scassa, erano concessi in comodato alla Provincia.
«Non posso pensare al trasferimento, l’Arazzeria è nata qui e qui deve morire», afferma Scassa sulle pagine dei giornali locali chiedendo l’intervento di sponsor, dalla Cassa di Risparmio di Asti alla Regione. Il marchio Scassa continua a essere forte. A distanza di pochi mesi, un arazzo su disegno di Capogrossi “Astratto 1964” sarà esposto a Parigi, alla Galleria Tornabuoni Art, in collaborazione con la Fondazione Peggy Guggenheim di Venezia.
Asti non è sorda al grido di Scassa. La Fondazione Cassa di Risparmio di Asti lo supporta nella copertura delle spese di affitto e contribuisce a disegnare una soluzione museale alternativa alla Certosa. La prova generale avviene con la grande mostra “La Rinascita. Storie dell’Italia che ce l’ha fatta” che la Fondazione Cassa di Risparmio allestirà dal giugno al novembre del 2013 a
Palazzo Mazzetti, Palazzo Alfieri e Palazzo Ottolenghi.
Sono inseriti nel percorso i nomi di eccellenze astigiane: Paolo Conte, Eugenio Guglielminetti e Ugo Scassa con la sua arazzeria. Con la giunta Brignolo – assessore ai Lavori pubblici Alberto Bianchino e alla Cultura Massimo Cotto – matura il progetto di collocare gli arazzi di Scassa all’interno del nuovo polo museale integrato di Palazzo Alfieri. Al Museo degli Arazzi vengono destinati i locali dell’ex biblioteca, l’investimento sarà di 250mila euro ricavati dal PISU (progetto integrato di sviluppo urbano).
Verranno recuperate per gli allestimenti tutte le strutture (pannelli, luci, telecamere di videosorveglianza) a suo tempo acquistate dalla Provincia per allestire il museo alla Certosa. L’inserimento nel cuore storico della città, tra Palazzo Mazzetti, il Museo Lapidario, Palazzo Ottolenghi, la Fondazione Guglielminetti e Casa Alfieri – dicono gli amministratori – consentirà di creare un percorso che avrà rilievo e richiamo internazionale.
Il trasferimento è previsto per il giugno del 2014. Ma la notizia solleva immediate polemiche: perché dare uno spazio così ampio a un privato?
Nel maggio 2015, quando la pratica del Museo Scassa arriva in Consiglio comunale, la battaglia si riaccende. L’accordo prevede che della collezione, composta da 42 arazzi, 18 opere siano donate al Comune, 24 saranno invece concesse in comodato per 25 anni e saranno esposte insieme ai 7 telai “ad alto liccio”.
La battaglia politica in Consiglio comunale
Al centro delle polemiche c’è, in particolare, un punto dell’accordo tra Comune e Arazzeria: l’alloggio di servizio del museo concesso a Scassa e alla moglie in comodato gratuito a vita.
In una lettera alcuni ex assessori alla Cultura e alcuni consiglieri comunali in carica (Graziella Boat, Anna Bosia, Mariangela Cotto, Davide Giargia, Gianfranco Imerito, Laurana Lajolo, Adriana Marchia, Alberto Pasta, Massimo Scognamiglio, Mario Vespa e Gabriele Zangirolami) si dichiarano contrari «alla concessione dell’appartamento, ritenendola non ammissibile e considerandola
un precedente preoccupante. Chiediamo al Sindaco e al Consiglio – scrivono – di valutare con estrema attenzione una decisione che cambierebbe la destinazione d’uso prevista di una parte di Palazzo Alfieri, inserendo un’attività “produttiva e commerciale” nella Casa del nostro trageda; inoltre, la decisione concede a un privato il privilegio ingiustificato di un alloggio in un edificio comunale e per di più per un periodo di tempo spropositato, per cui si può ben configurare anche un danno erariale alla comunità cittadina» (da La Nuova Provincia, 19 maggio 2015).
I Cinque stelle con Davide Giargia (M5S) minacciano un ricorso alla Corte dei Conti e insieme a Massimo Scognamiglio (FdS) citano più volte la figura di Vittoria Montalbano. Titolare dell’omonima arazzeria Montalbano di Asti, in piena attività, già collaboratrice di Scassa tra gli Anni Sessanta e gli Anni Settanta, «non ha ricevuto un centesimo di soldi pubblici eppure ha esposto
a New York e San Francisco, oltre che in molte città d’Italia».
L’opposizione abbandona l’aula in segno di protesta. La pratica viene approvata con 17 voti favorevoli su 33 aventi diritto. Ugo Scassa, irritato per quello che è̀ stato detto su di lui, fa un passo indietro. «Mai avrei pensato che il mio atteggiamento venisse interpretato come la volontà di sfruttare i beni pubblici» commenta l’arazziere, con gli occhi lucidi, davanti al sindaco Brignolo. Scassa ha rinnovato il contratto per i locali alla Certosa. «Prima o poi troverò dove piazzare la mia fondazione, spero comunque che sia vicino ad Asti».
L’amara rinuncia di Ugo Scassa
La sua scomparsa nel 2017
Non farà in tempo a vedere una nuova sede per i suoi arazzi. Si spegne a 88 anni, il 19 gennaio 2017, nella sua casa museo, a pochi passi dai telai ad alto liccio che hanno prodotto oltre 200 arazzi.
Quelli che gli hanno aperto la strada al successo decorando i transatlantici Leonardo, Michelangelo e Raffaello sono stati esposti fino pochi giorni prima a Roma, nella Galleria di arte moderna. Ma lui, ormai in sedia a rotelle, non è riuscito a vederli per l’ultima volta.
Scrive di lui l’amico Ottavio Coffano: «Era un uomo cortese, un vero signore, un borghese colto che, in gioventù, risolutamente ruppe con i conformismi della borghesia. Guidava quel processo creativo con la sua abituale ritrosia. È stato attivo e solerte nella vita della nostra città. Lo piangeremo e lo rimpiangeremo».
La vedova di Ugo Scassa, Katia Alcaro, con la sorella Franca e il nipote Massimo Billotta, gestisce la società che continua a produrre arazzi per prestigiose committenze nazionali e internazionali.
Recentemente il Consiglio dell’Accademia di Brera, a Milano, ha approvato di organizzare corsi di tessiture nell’atelier dell’Arazzeria. L’ultima grande mostra “Da Kandinsky a Botero. Tutti in un filo” si è svolta nel 2018 a Venezia a Palazzo Zaguri in Campo San Maurizio, dove sono stati esposti 100 arazzi di altrettanti dipinti celebri dei grandi Maestri del ‘900: c’erano anche quelli di Scassa.
La famiglia Scassa non ha invece partecipato all’allestimento della mostra in corso a Palazzo Mazzetti, che è stata preparata senza il contributo scientifico dell’Arazzeria e senza opere della collezione privata conservata alla Certosa e a Roma.
Interpellato per un commento da Astigiani, Massimo Billotta a nome della famiglia Scassa non ha tuttavia voluto rilasciare dichiarazioni.
Vittoria Montalbano sta tessendo il Quarto Stato
Un gigante di 5 metri per 3
Vittoria Montalbano ha invece accettato di rilasciare alcune informazioni: «Da alcuni anni, con la collaborazione di Tino Balduzzi, sto portando in arazzo il Quarto Stato di Giuseppe Pelizza da Volpedo, un’opera d’arte “rivoluzionaria” per i suoi tempi che ha tuttora un grande valore umano, politico e sociale.
Con il permesso del comune di Milano, che ne ha la proprietà, abbiamo fotografato il quadro in alta definizione (270 scatti) e lo stiamo ricostruendo con lavoro certosino, rispettandone le dimensioni, 5 metri e mezzo per quasi 3 metri, e la tecnica pittorica divisionista.
L’obiettivo è farne un bene comune: ogni cittadino potrà acquistare un centimetro quadrato dell’opera (oltre 1500 in tutto), condividendone simbolicamente la proprietà ed i valori». Il progetto è a metà strada, per vedere l’arazzo monumentale bisognerà attendere qualche anno.
Per saperne di più
La trama e l’ordito. Trama di un sogno ad alto liccio
Video intervista prodotta nel 2013 da Museo Palazzo Mazzetti da un’idea di Giovanni Bo, Realizzato da Due Quinte di Luca Carbone e Cinzia Rainero
Gli arazzi nelle vigne, Laura Nosenzo, Araba Fenice, 2010












































