Pubblicato nella collana I saperi del fare. Uomini e luoghi nei paesaggi viticoli di Langhe-Roero e Monferrato che, come si legge nella quarta di copertina, «intende rendere omaggio ai personaggi, ai luoghi e ai saperi che, scrivendo pagine fondanti della cultura materiale di Langhe-Roero e Monferrato hanno contribuito al riconoscimento UNESCO», avvenuto nel giugno 2014.
Il volume è doviziosamente illustrato. Sono fotografie che, escluse le cinque di Bruno Murialdo, in parte provengono dall’archivio della famiglia Vaudano e, in parte, sono scatti dell’astigiano Sergio Ardissone. E presentano, a piena pagina, piatti che titillano l’appetito, fascinosi scorci ambientali d’antan e, da ultimo, ma non per ultimi, i protagonisti delle generazioni dei Vaudano che hanno fatto vivere il Garibaldi di Cisterna d’Asti.
Uomini e donne «fortemente legati alla civiltà contadina e alla storia del luogo» che hanno in Lino, patriarca verace, il loro nume munifico e tutelare. Poiché il volume è – chissà perché? – privo di un indice provvediamo a informare che il libro suscita, oltre al piacere immediato offerto dall’apparato fotografico, quello piú lento ma fecondo della parola scritta, che mira a portare tessere per quel grande mosaico dedicato al binomio inscindibile Garibaldi-famiglia Vaudano.

Si comincia con Luciano Bertello, Lino e la canzone rubata, in cui si fa riferimento al fatto che, in osteria, quando c’erano «due gruppi a fronteggiarsi canoramente [avverbio ardito!], secondo tacita legge antica, non si ripropone una canzone eseguita dai rivali. Farlo è un furto. E rubare la canzone è una provocazione grave, che pretende rissa». E ciò accadeva, non sappiamo se sempre, ma spesso sì, al Garibaldi, come in ogni altra osteria, secondo un collaudato cerimoniale: mugugni, pugni sul tavolo e frasi concitate; ma quando si levava alto quel “Criste! Han pijane a canson”, difficilmente si evitava il vero e proprio scontro fisico.
Si passa poi a Giovanni Tesio, Il garibaldino del ‘Garibaldi’ che ci dà, da par suo, una lettura di Lino «concepito in piena guerra civile e partorito a guerra finita». Segue lo scritto di Piercarlo Grimaldi, Lino. Un uomo d’altri tempi che presenta l’altra grande passione e dedizione del nostro “garibaldino”, quella per la salvaguardia della memoria contadina. A cominciare dagli Anni Sessanta infatti egli «comincia a raccogliere le reliquie della cultura locale, frutto della fatica e della creatività degli antenati e a depositarle nel castello» che domina il paese di Cisterna. Inizia cosí, nel 1980, a prendere forma il Museo Arti e Mestieri di un tempo, per diventare oggi «la piú vasta e organizzata rassegna di oggetti del mondo popolare piemontese e forse della nazione».

Baldassare Molino, invece, in Lino Vaudano, soffermandosi sugli ambienti del Ristorante, in particolare sul salone da pranzo in cui con lo splendido soffitto di gesso, quadri e fotografie alle pareti, oggetti sapientemente distribuiti negli spazi, rende merito al “divin oste”, che grazie a tutto questo ci fa godere «una rustica intimità ottocentesca». Sottolineando, ancora una volta, com’egli non abbia lesinato tempo e denaro per «cercare di fermare la decadenza del castello». E, in oltre quarant’anni di amore e di lavoro, ci sia riuscito. È vero che molto – non moltissimo – resta da fare, ma l’impronta della sua passione è già oggi ben visibile e si offre, grazie ai volontari, ai curiosi e agli studiosi, che sempre piú numerosi visitano le stanze e i saloni del Castello di Cisterna d’Asti.
* Renato Gendre è nato e vive a Villafranca d’Asti. Gìà ordinario di Filologia germanica è stato membro del comitato vitivinicolo nazionale presso il Ministero dell’Agricoltura e direttore della rivista dellìONAV “L’assaggiatore”.











































