venerdì 30 Gennaio, 2026
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Ebrei

Lino Jona, l’astigiano che sognava Israele al tempo delle leggi razziali

La sua famiglia fu poi deportata
Figlio di Olga e Ezechia Leopoldo Jona, trucidati ad Auschiwtz, e fratello di Enrica, che ai lager nazisti riuscì a sopravvivere, intuì prima di molti altri, nonostante la giovanissima età e l’iniziale adesione al fascismo, quanto di terribile stava per abbattersi sugli ebrei. Dotato di straordinaria intelligenza, partecipò ai circoli sionisti di Milano e di Torino e aiutò molti correligionari desiderosi di espatriare in Palestina. La morte per tubercolosi a soli 24 anni gli risparmiò la tragedia che colpì anche la sua famiglia

La sua famiglia fu poi deportata

 

Dicembre 1942. Un giovane astigiano, nel pomeriggio, percorre in bici, su e giù per le colline, il tragitto da Moncalvo ad Asti. Come quasi tutti i giorni, fa ritorno a casa dopo essere andato a portare viveri e conforto agli ebrei di ogni età provenienti dall’Europa centro orientale, soprattutto dalla Jugoslavia, internati nel Monferrato.

Si chiama Achille Jona, ma tutti lo conoscono con il secondo nome, Lino.
In quel pomeriggio gelido a Lino il viaggio di ritorno sembra interminabile. Non capisce come mai si sente venir meno le forze e teme di non riuscire a pedalare fino ad Asti, all’appartamento di via Massimo d’Azeglio con affaccio su piazza Medici, dove vive con la famiglia. Ce la farà, ma appena arrivato, esausto, si getta sul letto.

Sta male, vomita sangue. I genitori, Olga e Leopoldo Jona, chiamano il professor Ettore Debenedetti, primario di medicina generale all’ospedale civile e amico di famiglia. Il professore ha meritata fama di grande clinico e non tarda a fare la diagnosi: tubercolosi.

Il caso appare subito gravissimo e Debenedetti non lo nasconde alla famiglia, che ascolta attonita: oltre ai genitori, il fratello Donato e le sorelle Enrica, Elda e Laura. Il male, improvviso quanto fulminante, non lascerà scampo al ragazzo, che morirà pochi giorni dopo, il 18 dicembre 1942, a soli 24 anni.

La notizia si sparge rapidamente in città nonostante il divieto di pubblicare o affiggere necrologi di ebrei, imposto dalle leggi razziali. Così due giorni dopo non saranno in pochi – nonostante il freddo, la guerra e l’odio antiebraico predicato dal regime – ad accompagnare Lino all’ultima dimora nel cimitero israelitico di via La Marmora.

Ma chi era Lino Jona? Tutti – o quasi – ad Asti conoscono i nomi dei suoi genitori, Olga e Leopoldo, sterminati ad Auschwiz nel 1944, cui è dedicata l’omonima scuola media cittadina, e quello di sua sorella Enrica, che ai lager nazisti è miracolosamente sopravvissuta e fu tra i primi in Italia a trovare la
forza di raccontarli.

Achille “Lino” Jona 1918-1942

Ma di Lino, classe 1918, si è persa la memoria con la morte di coloro che lo conobbero, nonostante una interessante ma pressoché introvabile monografia dedicatagli da Rosaria Odone Ceragioli nel 2008, pubblicata su iniziativa dell’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza: Una voce inascoltata-Lino Jona tra sionismo e leggi razziali (Franco Angeli Editore).

Lino era innanzitutto un giovane dotato di una straordinaria intelligenza, penultimo di cinque figli nati dal matrimonio tra Ezechia Leopodo Jona, piccolo imprenditore nel settore tessile, di origine milanese, e Olga Levi, casalinga (o “agiata”, come si diceva all’epoca per chi era di famiglia benestante), nata a Torino da famiglia astigiana per parte materna. Mentre tutti i suoi fratelli mostrano maggior predisposizione per la cultura umanistica, Lino dimostra fin dai banchi della scuola elementare ebraica una maggior passione per le materie scientifiche.

Perciò dopo il liceo classico, che supererà brillantemente sotto l’egida della mitica professoressa Sara Treves, Lino decide di iscriversi alla facoltà di Fisica. E poiché non è soggetto che arretra davanti alle difficoltà, partecipa al concorso per accedere al leggendario Collegio Ghislieri di Pavia, oggi come ieri uno dei più prestigiosi collegi universitari italiani, fondato nel XVI secolo da Papa Pio V (al secolo Michele Ghislieri).

Supera il concorso, alquanto selettivo, e riesce anche a non pesare sul bilancio della famiglia, in difficoltà economiche a causa della sopravvenuta crisi dell’azienda paterna: grazie all’ottimo risultato conseguito alla maturità
si è infatti aggiudicato il “lascito Artom”, una borsa di studio istituita qualche anno prima dall’astigiano Cesare Artom, morto nel 1934, e destinata allo studente più meritevole alla maturità; grazie alle sue 500 lire annue non
dovrà chiedere alcun esborso alla famiglia per la retta del prestigioso collegio.

Quando, nel dicembre del 1936, Lino lascia Asti per raggiungere in treno Pavia, mette in valigia anche una cartina dell’antico regno di Israele, che stacca dalla parete della sua camera e piega con molta cura. Da qualche anno infatti, distinguendosi dal resto della famiglia, che vive l’ebraismo più come tradizione che come religione, Lino ha iniziato ad approfondire lo studio della Torah, a imparare la lingua ebraica e a interessarsi al movimento sionista, fondato alla fine dell’Ottocento dal giornalista austro-ungarico Thedor Herzl con l’obiettivo di riportare il popolo ebraico, dopo quasi duemila anni di
diaspora, nella Terra Promessa.

Ad avvicinarlo alle radici religiose ed etniche dell’ebraismo è stata innanzitutto l’amicizia con Augusto Segre, di tre anni più grande di lui, figlio del rabbino capo di Casale Monferrato; Augusto è molto critico nei confronti della sempre più netta assimilazione degli ebrei al modo di vivere secolarizzato dei cristiani e rimprovera a molti suoi correligionari di rinnegare la propria storia; ha quindi deciso di andare a studiare a Roma per diventare
anch’egli rabbino e sogna una rinascita ebraica, nel solco del movimento sionista, che veda protagoniste le nuove generazioni.

Quello che succederà di lì a poco, con le leggi razziali dell’autunno 1938 e le persecuzioni antiebraiche via via più soffocanti, farà risvegliare sempre più in Lino il senso di appartenenza al “popolo eletto” e lo porterà a incrociare il suo percorso, tra il Piemonte e la Lombardia, con quello di personaggi che hanno lasciato un segno nella storia del Novecento; soprattutto, lo convincerà
dell’ineluttabilità del progetto sionista, di un nuovo Stato ebraico da rifondare nella terra dove già era esistito, così da mettere al riparo gli israeliti dalle bimillenarie persecuzioni scatenatesi con la diaspora.

In collegio universitario a Pavia si avvicina al movimento sionista

Theodor Herzl e il cartoncino ricordo di Lino Jona
Theodor Herzl e il cartoncino ricordo di Lino Jona

Fino ad allora il giovane Jona aveva mostrato sincero patriottismo verso il suo Paese, anche nella sua versione fascista. Come per quasi tutti gli ebrei italiani, la fedeltà a casa Savoia era per lui incondizionata, nel ricordo di Re
Carlo Alberto che abolendo i ghetti emancipò i suoi antenati e li rese liberi. Quanto al fascismo in quegli anni all’apice del consenso (il 1936 è l’anno della conquista dell’Impero), per Lino è il regime in cui è cresciuto, accettato dalla sua famiglia e dalla maggioranza degli italiani.

Nel settembre 1933, quindicenne, reduce da un soggiorno romano per la partecipazione al Campeggio-Concorso Dux, l’“avanguardista Lino Jona” firma sul Cittadino un soddisfatto resoconto di quella esperienza, che termina con un’entusiastica invocazione al Duce.

Ma l’evolversi della situazione in Italia e in Europa gli farà presto aprire gli occhi sulla tragedia che sta per abbattersi in particolare sugli ebrei, differentemente da quanto avvenne per molti suoi correligionari che fino all’ultimo hanno creduto, o quanto meno sperato, che Mussolini non avrebbe emulato le folli crudeltà di Hitler, come invece avvenne.

Con le leggi razziali Lino viene estromesso dal Collegio Ghislieri, un privilegio che non può più spettare a un ebreo, ed è privato anche del lascito Artom; gli viene tuttavia concesso di completare gli studi universitari; si iscrive quindi
al Politecnico di Torino, che potrà frequentare, viaggiando da Asti.

Ma intanto nel periodo trascorso a Pavia il giovane Jona è venuto a contatto con Gina Segre Iarach, esponente poco più che trentenne dell’alta borghesia milanese, che aveva capito perfettamente come si stessero mettendo le cose e si era perciò votata alla causa del sionismo. La Segre anima a Milano il circolo sionista, composto in prevalenza da giovani, e finanzia la migrazione degli ebrei verso la Palestina, dove lei stessa si sarebbe infine trasferita, per iniziare una nuova vita da pioniere.

La collaborazione di Lino con Gina Segre e i suoi amici sionisti sarà totale, declinandosi sia nella partecipazione al dibattito culturale e religioso di quel circolo di intellettuali, sia nella raccolta fondi per Eretz Yisrael (il fondo destinato a sostenere l’emigrazione) e nell’aiuto ai profughi venuti in Italia per cercare di sottrarsi alle persecuzioni dilaganti in buona parte d’Europa e raggiungere gli insediamenti ebraici in Medio Oriente.

Nel 1933 a 15 anni aveva firmato da avanguardista un’invocazione al Duce

 

Se con gli amici milanesi Lino ha stretto forti legami, sarà però soprattutto con i nuovi giovani amici della Biblioteca Ebraica torinese che cementerà rapporti strettissimi dopo il suo trasferimento al Politecnico di Torino.

«Che cosa pensa ognuno di questi ragazzi – scrive Rosaria Odone Ceragioli nel libro dedicato a Lino Jona – mentre insieme danzano in cerchio la hora, la danza di festa, in cui… coralmente si celebrano le meraviglie di Dio e la storia di Israele? I più di loro sono laici e amano la storia e le tradizioni, ma li unisce
l’amore per Israele, un amore che cresce di giorno in giorno quanto più sono emarginati e offesi».

Tra di loro ci sono i fratelli Ennio ed Emanuele Artom, che diventeranno suoi confidenti e amici del cuore, Vanda Maestro, che legherà il suo nome alla lotta partigiana con “Giustizia e Libertà” insieme a Primo Levi, con il quale sarà arrestata e deportata ad Auschiwz, da dove non farà ritorno, e soprattutto c’è Luciana Nissim, studentessa di medicina di un anno più giovane di lui, di cui Lino si innamorerà perdutamente, senza esserne ricambiato se non con amicizia e stima.

Anche Luciana diventerà partigiana con “Giustizia e Libertà” e pure lei sarà catturata dai tedeschi alla fine del 1943 in Valle d’Aosta insieme a Primo Levi e Vanda Maestro, quindi deportata ad Auschiwz. Sopravviverà al lager; tornata in Italia, si dedicherà alla pediatria e alla psicanalisi, divenendo stretta collaboratrice di Cesare Musatti a cui nel 1986 succederà alla presidenza del Centro Milanese di Psicoanalisi.

La ventenne Luciana proviene da una famiglia ebrea poco praticante e poco sensibile al dramma delle leggi razziali: a suo padre, imprenditore biellese, è stata infatti concessa dal regime la “discriminazione”, cioè l’esenzione dall’applicazione delle famigerate leggi, probabilmente quale contropartita per avere sovvenzionato il partito fascista.

Enrica, Donato, Elda, Lino e Laura Jona negli Anni Venti del secolo scorso (Archivio privato Tullia Jona)

Sopra, da destra: Enrica, Lino, Elda e Donato Jona in vacanza a Finale Ligure nell’estate 1920 (Archivio privato Tullia Jona)

A Torino si innamora di Luciana Nissim futura partigiana

 

Ma Lino, che lamenta con lei come anche nella sua famiglia l’ebraismo sia più formale che di sostanza, la induce a riscoprire – come lei gli scriverà in una delle tante lettere – «… la poesia del sabato, la bellezza delle leggi che bisogna osservare, la meraviglia dell’ideale sionista, insieme agli obblighi che questo ideale comporta…». Tra questi “obblighi” c’è soprattutto quello di
raccogliere fondi per Eretz Yisrael, cui Luciana promette di dedicarsi assecondando i desideri del giovane amico astigiano. Ma il no di lei alla proposta di matrimonio sarà un duro colpo per Lino, che confiderà agli amici più caridella Biblioteca Ebraica la sua decisione di stare anche lontano da loro, non riuscendo a frequentarli senza pensare a Luciana.

Tenerissima la lettera che in risposta gli scriveranno i fratelli Artom, gli amici del cuore, in cui in sostanza gli rimproverano di avere condizionato il suo rapporto con Luciana all’accettazione da parte di lei dei principi dell’ortodossia religiosa, secondo cui il vero amore è concepibile solo all’interno del matrimonio, e di averle chiesto non di amarla ma di sposarla: «forse la situazione non è definitiva – lo incitano – se saprai… esprimerle sinceramente e senza veli i tuoi sentimenti, i sentimenti che nei suoi riguardi comunicavi
a noi».

Probabilmente i due hanno ragione: Luciana, prima di una proposta di matrimonio, avrebbe voluto da Lino atteggiamenti meno impegnativi. In fondo hanno solo 20 e 21 anni. Ma lui sui principi non arretra, a costo di grandi sofferenze personali. Di lì a un paio di mesi un altro grande dolore lo colpirà: la morte a Courmayeur, il 28 luglio del 1940, di Ennio Artom, a seguito di una rovinosa caduta durante una passeggiata in quota.

“Ebrei nei campi di concentramento e altri in villeggiatura. Che vigliacchi!”

Ma ormai le cattive notizie si susseguono: l’Italia dal 10 giugno del 1940 è in guerra a fianco della Germania e il sempre più stretto legame tra Mussolini e Hitler lascia presagire il peggio. Almeno a chi, come Lino, non indulge alle illusioni.

Purtroppo non si sbaglia. Gli ultimi due anni di vita gli riserveranno un’amarezza dietro l’altra, in grado di neutralizzare ogni soddisfazione anche in chi, come lui, non è avvezzo a perdersi d’animo.

Verrà la brillante laurea in ingegneria elettronica (autunno 1941), ma in una Torino tappezzata di manifesti che incitano a uccidere “con i lanciafiamme” gli ebrei e chi li protegge. Verrà il lavoro – apprezzatissimo – in un’azienda di Livorno, ma pochi mesi dopo verrà pure il licenziamento perché un ebreo,
nell’Italia del 1942, non può più svolgere lavori qualificati, ma solo attività manuali.

Lino torna pertanto ad Asti, disperato per non poter più contribuire al mantenimento della famiglia, che nel frattempo ha visto anche la sorella Enrica perdere il posto di insegnante al ginnasio e il fratello Donato dover rinunciare alla professione di avvocato. Il suo lavoro sarà d’ora innanzi manuale e del tutto gratuito: consisterà nell’aiutare quotidianamente i profughi ebrei dell’Europa centro-orientale internati nell’Astigiano; porterà
loro abiti, viveri e denaro, nella speranza che riescano a emigrare in Palestina.

Il prestigioso Collegio Universitario Ghislieri di Pavia, frequentato da Lino Jona fino alla sua espulsione a seguito delle leggi razziali del 1938, in una foto d’epoca (Archivio Collegio Ghislieri, Pavia)

Pensa anche lui a una possibile vita futura nella Terra Promessa, ma non finché dovrà prendersi cura dei genitori, che non riuscirebbe a convincere a lasciare Asti e l’Italia. In quei giorni, scrivendo a un amico, ha parole di fuoco nei confronti di chi, all’interno del mondo ebraico, non fa nulla per i propri
correligionari in gravi difficoltà: «quando vedo qualcuno di questi nostri nuovi amici, già dimagriti da che li conosciamo per l’insufficiente nutrimento e per le preoccupazioni non solo per sé, ma anche per tanti loro cari che languiscono nei campi di concentramento in Jugoslavia, in Germania, in Polonia, e penso a tutti quei signori ebrei italiani che quest’estate non hanno voluto astenersi dall’umiliarsi e chiedere alla Questura il permesso di andare a spendere un minimo di 50 lire al giorno a testa per l’indispensabile villeggiatura… allora più ancora che adirarmi, mi lascio prendere da uno scetticismo sempre maggiore sul valore degli uomini in un mondo dove l’egoismo e la vigliaccheria dominano sovrani!». Quasi un testamento spirituale.

Molti anni dopo, nel 1955, ricordandolo sull’annuario del Collegio Ghislieri, il suo ex compagno e amico fraterno Franco Bolzern, milanese, ha rievocato con queste parole l’entusiasmo patriottico di Lino, tradito dall’Italia fascista: «era tanta parte di lui, quel fuoco di entusiasmo, che non valsero a spegnerlo
gli ideali caduti, né le speranze deluse, né lo spettacolo delle infinite meschinità, sordide iniquità bruscamente scoperte d’intorno. Si attaccò anzi con vincoli ancor più affettuosi agli amici rimasti, riversò prodigalmente ogni energia in opere di solidarietà fraterna verso la sua gente perseguitata… Si improvvisò assistente, consigliere, maestro dei suoi fratelli di fede che aiutò generosamente, spesso rischiosamente, in quanto tentavano per difendersi dalle odiosità, per prepararsi a un avvenire migliore: fu protagonista di fede, banditore, apostolo».

La morte a soli 24 anni gli ha risparmiato di dover assistere alle ancora più atroci tragedie destinate a toccare direttamente la sua famiglia e tanti suoi amici, compreso Emanuele Artom, torturato, dileggiato e finito dai nazisti
in Val di Lanzo nell’aprile ’44, ricordato dal Comune di Torino con l’intitolazione di una via cittadina in zona Mirafiori. Se fosse vissuto, il suo trentesimo compleanno (18 maggio 1948) gli avrebbe riservato un regalo specialissimo: la proclamazione dello Stato di Israele, avvenuta a Gerusalemme quattro giorni prima, il 14 maggio 1948.

 

 

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Luigi Florio

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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