l Castello di Costigliole nel 1990 ospitò un’esposizione del gruppo milanese Harambee Arte, legato agli artisti svizzeri operanti nel vicino Castello di Burio.
La mostra “Castellinarte”, accanto alle creazioni dei giovani protagonisti,
accolse anche interventi di personalità artistiche astigiane, come Valerio Miroglio e Gigi Quaglia. In “Parole d’Artista” su La Stampa, Valerio Miroglio citò l’evento artistico e a proposito dell’installazione “Torno subito” di Gigi Quaglia commentò: …«una sedia rovesciata, qualche quadro accostato alle pareti, uno ancora parzialmente incartato, il disordine caratteristico dei lavori in corso. Manzoni, anni fa, aveva esposto alla Galleria d’Arte Contemporanea
di Roma una piramide di barattoli tipo piselli in scatola… Quaglia fa qualcosa del genere… forse per dire ai potenti dell’era edonistica e ai potentini che li scimmiottano che non serve esibire arte se nessuno vuol prenderne atto».
A settantacinque anni, Gigi Quaglia conservava integra la graffiante allusività concettuale, parco di parole, eloquente nella potenza gestuale. L’energia plastica dei suoi impasti cromatici scaturiva dalla formazione giovanile, tra il 1930- 1935, alle lezioni di Anacleto Laretto e dello scultore veneto Antonio Rossetto, autore in Asti dei preziosi intagli lignei della Farmacia ex Pogliani, inaugurata nel 1925 in piazza Alfieri.
Quaglia espose i primi disegni realisti alla Mostra d’Arte Astigiana (1937) e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, partecipò al Premio Torino (1947), al Premio V. Alfieri ad Asti (1949), al Premio Città di Alessandria (1949), al Circolo Culturale “La Giostra” (1951), alla Quadriennale di Torino (1955). Aderì alla ricerca espressionista, creando originali strutture meccaniche metamorfiche come “Macchina nomade”, esposta nel 1955 all’VIII Premio Nazionale Suzzara e, sperimentando linguaggi d’astrazione, si dedicò a “Combustioni”, esposte a La Spezia nel 1956 e a Bergamo nel 1959.

Il dipinto “Natura morta marrone” conseguì il Premio “Città di Asti” nel 1962: i Musei Civici di Asti conservano “Muro del centro storico”, tecnica ad affresco e combustione su tela del 1957. Dai pannelli di legno, filo spinato e materie macerate si leva la possente denuncia contro la violenza dei conflitti mondiali, da “El Alamein” (1942-2002) a “Hiroshima” (1960) fino alle tavole graffite a olio con smalti e tessuti dedicate all’inquinamento ecologico durante la Guerra del Golfo Persico.
Quarantadue “affreschi” a olio furono esposti in personale alla Società Promotrice Belle Arti di Torino nel 1987 e ad Asti, nel 2001, fu ordinata la mostra antologica a Palazzo Mazzetti.
Accanto alla dolce Maria Grazia, sposata nel 1947, ai figli Clara e Paolo, visse nel centro storico, in via San Martino, fino al 2004, dipingendo ogni pomeriggio nel raccolto studio, preparando nuove tele, riordinando opere storiche, cataloghi e ricordi dei luoghi prediletti: scorci urbani, vedute della campagna astigiana degli Anni Trenta, cieli e lagune dei soggiorni a Venezia.
Omaggio al lavoro dei contadini e vignaioli del Monferrato, “Vomere” è modellato in lamiera su supporto di legno e calce, fissato con viti e chiodi, arcaico “aratro” della terra astigiana.
La superficie tattile è un collage, sintesi di umili materie che, rivelano l’originalità di Gigi Quaglia, pittore gestuale e materico della realtà. Alcune mostre postume furono allestite presso la Sala Comentina di Asti e a Portovenere nel 2006; presso la Fondazione Eugenio Guglielminetti ad Asti nel 2010, nel 2015 e nei prossimi 12 settembre-31 ottobre 2020 in parallelo “dialogo” artistico con l’amico ritrovato Annibale C. Bianchi.












































