Nel gennaio 1977 ero appena ritornato dal Plant Breeding Institute di Cambridge e avevo ripreso i miei studi all’Istituto Sperimentale di Cerealicoltura di Sant’Angelo Lodigiano (Milano).
A quel tempo mi occupavo di miglioramento genetico dei cereali, specificamente dell’avena sativa. In settimana abitavo nella foresteria del Castello Bolognini e il sabato e la domenica tornavo in famiglia a Costigliole. Era un momento di svolta della mia vita professionale.
Avrei voluto lasciare gli studi sui cereali e dedicarmi ai temi vitivinicoli più vicini alla mia storia di famiglia. Ad Asti c’era l’Istituto Sperimentale per l’Enologia e la cosa poteva interessarmi. Ma non sapevo come parlarne
al mio direttore, Basilio Borghi, e ancor più di informare il prof. Angelo Bianchi che tanto si era prodigato per costruire una squadra di ricercatori impegnati sul miglioramento genetico dei cereali.
Mi feci coraggio e spiegai la mia situazione, che fu capita e accolta, anche perché nel frattempo era arrivata il 16 giugno 1977 Luisa, la mia primogenita.
All’Istituto Sperimentale per l’Enologia di Asti incontrai il neo direttore, prof. Usseglio Tomasset, nel corridoio tra l’edificio storico e la nuova costruzione. Lo ricordo col camice bianco, appena uscito dal laboratorio.
Fu molto schietto e chiaro: «In questo Istituto che si occupa di enologia già ci sono dei borsisti preparati che presto spero potranno essere inseriti in ruolo. Però ho saputo che il direttore dell’Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Conegliano Veneto sta cercando ricercatori per la sezione di Asti. Si faccia
avanti e non molli».
Seguii il suo consiglio. Provenivo da un ambiente di ricerca di elevato livello e mi ritrovai nella sezione di viticoltura di Asti piuttosto sguarnita, ma non mi sono perso d’animo. Iniziai così subito a frequentare i “cugini” dell’Istituto Sperimentale per l’Enologia, meravigliandomi che due materie come viticoltura ed enologia non fossero unificate a livello di istituti statali di ricerca, viste le competenze così complementari.

L’istituto di ricerca ad Asti era specializzato in enologia, mentre a Conegliano c’era viticoltura, ma con una sezione anche ad Asti. Qui iniziai a ricostruire la mia vita professionale anche grazie alla fornitissima biblioteca, all’eccellenza dei laboratori, all’elevata professionalità dei colleghi e soprattutto all’ottima accoglienza umana e scientifica del prof. Usseglio.
Lo ricordo appassionato nel difendere in ogni sede, e soprattutto in quelle istituzionali internazionali (Oiv a Parigi), i valori della ricerca enologica e le scelte italiane che in quegli anni stavano facendo crescere l’architettura delle doc.
Mi sentivo come uno “studente” fortunato, perché vicino a un grande scienziato. Egli sosteneva i propri ricercatori, li incoraggiava, li aiutava a comprendere gli inevitabili errori, necessari per proseguire a capire meglio.
Collaborai ai primi lavori sulla determinazione dei composti aromatici (linalolo, geraniolo) poi sulle sintesi di antociani e polifenoli in relazione ai vari vitigni.
Furono gli anni di “riavvicinamento” tra viticoltura ed enologia (1980-1985) e
insieme al prof. Usseglio iniziò anche il progetto di ricerca con l’Associazione
Viticoltori Piemonte diretta da Ezio Borgio.
Il simbolo del grappolo tagliato a metà, significava minor produzione, ma doveva garantire maggior reddito ai viticoltori. Nel 1986 lo scandalo del metanolo dimostrò che sotto certi prezzi non ci può essere genuinità e qualità. Fu il periodo di più stretto contatto con il prof. Usseglio, anche dal lato umano.
Lo ricordo in sede Oiv (l’Organizzaione internazionale della vite e del vino che
raccoglie tutti i paesi produttori) sostenere tesi non facili e ingaggiare duelli scientifici ad alto livello con colleghi francesi e di altre nazioni. Poi, nelle pause dei lavori o nelle passeggiate parigine prima di andare a letto, ci rallegrava con la sua verve: raccontava fatti simpaticissimi e barzellette molto
divertenti. Cantava anche molto bene con voce da baritono potente ed elegante.
La sua eccellente conoscenza del francese, lo rendeva molto efficace e
popolare nell’assemblea internazionale. Anche i francesi lo ascoltavano e molti erano affascinati dal suo modo preparato, prudente, determinato di essere scienziato.
Non fu invece altrettanto sempre felice il rapporto del prof. Usseglio con il Ministero dell’Agricoltura. Non sopportava i burocrati romani: la sua linearità di pensiero e d’azione non sempre collimava con i percorsi più tortuosi e politicamente complessi che imponeva Roma; questi fatti produssero anche qualche difficoltà in Istituto. Fu comunque lui a dirimere la matassa, anche umanamente parlando.

Con il prof. Usseglio partecipai a molti convegni e tavole rotonde, viaggi e visite a produttori e cantine. Lui mi sosteneva nell’azione di divulgazione invitando tutti a produrre meglio in vigna, ricordando “che in cantina non si migliora nulla ma si perde sempre qualcosa”. Suo lo slogan “la qualità si fa nel vigneto”, il che detto da un enologo era ancora più importante.
Aveva la pazienza di ascoltare tutti ma quando interveniva non temeva la
polemica e il contraddittorio sempre con autorevolezza, competenza e savoir faire. Nel giugno 1995, nel suo ufficio, dopo uno scambio di affabili e simpatici commenti, avevamo deciso di andare a Conegliano Veneto all’Istituto per la Viticoltura per concordare un programma di ricerca congiunto. Mi proposi anche come “autista” (lui era un pessimo guidatore).
Dopo pochi giorni venni però a sapere del suo ricovero in ospedale ad Asti; mi informai in segreteria e andai a trovarlo. L’istantanea che mi si presentò è indelebile e nitida nella mia mente. Passeggiava nella piccola stanza accanto al letto, tutto era bianchissimo. Mi parlò senza preamboli, come sempre: «Vede caro Corino, i casi sono due: o si guarisce e si ritorna a casa o si va a riposare». E mi strinse calorosamente la mano guardandomi diretto in viso senza che trovassi spazio per una risposta non banale. Non ricordo altro.
Il 6 giugno se ne era andato. Ad accompagnarlo al cimitero di San Desiderio
di Calliano eravamo moltissimi. Colleghi, amici, conoscenti, produttori di vino: il suo sostituto e amico Mario Castino parlò per tutti noi: eravamo increduli, sconvolti, commossi. Passo spesso da quelle parti e mi è piacevole andarlo a trovare nel cimitero che guarda le colline del Monferrato dove si scorgono le vigne di barbera e grignolino.










































