Il suo diario di guerra è stato gelosamente custodito per tutti questi anni. Le pagine manoscritte raccontano una storia che parte dai cieli della Libia e vede protagonista e io narrante un ufficiale pilota di origini astigiane.
Il diario inizia nel novembre 1941, come da testimonianza autografa. Il contesto storico ci riporta al logorante conflitto nel Nord Africa, sabbioso teatro di guerra che vede contrapposte le forze dell’Asse italo-tedesco a quelle inglesi. Mussolini sperava di arrivare al Cairo come nuovo condottiero
in sella a un cavallo bianco, brandendo la spada dell’Islam.

Dopo gli iniziali successi, l’avanzata italiana si ferma e arretra. Hitler manda di rinforzo l’Afrikorps del generale Rommel, ma le spericolate avanzate della “volpe del deserto” non basteranno a evitare la sconfitta e la ritirata che arriverà dopo la sanguinosa battaglia di El Alamein nel novembre del 1942.
È in questo scenario che vediamo in azione il capitano pilota: Piero Raimondi un veterano dell’aria, con migliaia di ore di volo e numerose medaglie al valore. Piero Raimondi è astigiano, classe 1915, figlio di Felice e Giuseppina Valpreda, ha frequentato a metà degli Anni Trenta il corso “Orione” dell’Accademia Aeronautica a Caserta.
È diventato pilota di caccia e ha partecipato anche alla Guerra civile di Spagna volando su aerei italiani senza insegne ufficiali che Mussolini aveva inviato per dare a Franco la sua “aviazione legionaria”. Il 21 novembre 1941
Raimondi è protagonista di un accanito duello aereo contro una numerosa formazione di Hurricane e Tomahawk inglesi nel cielo di Bir El Gobi, in Cirenaica, la regione della Libia che ha come capoluogo Bengasi. Raimondi pilota un Macchi 200, riesce ad abbattere un Hurricane e a danneggiarne altri
due, ma a causa di una avaria al motore, anche per via di una collisione con un aereo avversario, è costretto a compiere un atterraggio di fortuna.
Catturato dagli inglesi, sarà inviato al lontano campo di concentramento Dehradun in India. È qui che scrive il memoriale che è arrivato alla figlia Franca. Una manciata di pagine. Quanto descritto nel diario si colloca al tempo della Campagna del Nord Africa, in quella che la storiografia ha
denominato Battaglia della Marmarica.
Da poche ore era infatti iniziata l’Operazione Crusader, nome in codice dell’offensiva militare britannica sferrata il 18 novembre 1941. Il capitano Raimondi narra la sua odissea di guerra, iniziando proprio dall’intensa fase iniziale del combattimento aereo.
I puntini di sospensione nel testo sono stati posti dall’autore in una sorta di autocensura, come si faceva nei resoconti dei bollettini di guerra per non dare informazioni utili al nemico.

Dopo il duello aereo del 1941 nei cieli della Libia sarà fatto prigioniero
Ecco il testo del memoriale.
“Il giorno 21 novembre 1941 partivo dal campo di…. alle ore…. per una missione di guerra. Alle ore… avvistavo una formazione di 20 caccia inglesi. Subito virai cercando di guadagnare quota nella direzione della formazione nemica, per poi buttarmi addosso usufruendo della maggiore quota.
Durante questa manovra avvertivo alcuni secchi colpi al motore ed un
abbassarsi del numero di giri dell’elica. Pompando benzina il motore riprendeva, però non col ritmo normale. Frattanto i miei due gregari mi sorpassarono, guardandomi con un certo stupore e poi si allontanarono sparendo in breve alla mia vista. Intanto che facevo queste manovre e verificavo l’andamento del motore, la formazione inglese mi avvistava,
subito mi circondava e i primi apparecchi approfittando della mia ridotta velocità cominciarono a puntarmi e a sparare.
Non avendo altra scelta accettai in condizioni di netta inferiorità il combattimento. Riuscii a schivare le prime raffiche di due Hurricane che
mi attaccarono di lato. Le mie armi sparavano a ritmo lento a causa del
ridotto numero di giri dell’elica.
La mia prima raffica fu lanciata a breve distanza su un aereo nemico che sbagliando manovra era costretto a passarmi davanti. Colpito in pieno,
scompariva in picchiata lasciando dietro di sé lingue di fuoco e una grossa scia di fumo nero. Con brusche virate mi trovai per due volte in posizione utile di tiro, lanciando brevi raffiche su due Hurricane colpendoli entrambi senza però poter constatare il risultato, per l’attenzione che dovevo prestare per altri aerei nemici che si apprestavano a puntarmi.
A questo punto secchi colpi al motore mi indicarono un grosso guasto e l’elica si portava rapidamente al minimo. Cercavo in mezzo a quel calderone di
rimettere in moto e nel medesimo tempo manovravo, con brusche virate in perdita di velocità per evitare le scariche nemiche che in continuazione mi lanciavano. Cercavo pure di raggiungere una nube vicina, senza però riuscire.
In questo momento, per istinto, mi voltai e scorsi un Hurricane, ma troppo tardi per manovrare ed evitarlo, che venendo dal basso verso l’alto mi fece una breve scarica colpendo per la prima volta il mio apparecchio (non so precisamente) senza procurare danni. Le mie armi avevano cessato di
funzionare, al che non potendo rispondere fui preso all’improvviso da una sfrenata idea che decisi, effettuando una brusca manovra, di incocciarlo.
Grazie alla piena efficienza del proprio apparecchio, il pilota nemico riuscì ad
evitare per miracolo la collisione in pieno.
In conseguenza del leggero urto avvenuto, senza però comprendere bene ciò che avveniva, sentii l’apparecchio sprofondare e nel medesimo tempo la mia testa fu sbattuta violentemente contro il parabrezza. Avevo intanto perso nel combattimento parecchia quota. Rimessomi dal colpo mi trovai ormai a non più di 150 metri di altezza e per cui mi decisi ad atterrare. Cercai di planare con la minore velocità possibile per portarmi lontano da una colonna di carri armati nemici, verso le nostre linee e presi terra in direzione nordovest,
col carrello retratto vicino a due auto inglesi incidentate.
Come conclusione dirò soltanto che fu la disdetta, il banale incidente al motore e non la stragrande superiorità degli aerei nemici a costringermi al forzato atterraggio nel deserto. Benché fossi stato per alcuni minuti in completa loro balia, non furono capaci nonostante le numerose puntate e
scariche a metterne una a segno. Al contrario ebbero un apparecchio abbattuto e due sicuramente gravemente danneggiati”.
A questo punto Raimondi è a terra nella sabbia del deserto. L’atterraggio di emergenza è riuscito ma per lui si apre un nuovo capitolo. Sarà preso prigioniero. Ecco il suo racconto dal memoriale.
“Appena atterrato mi si precipitarono incontro con una camionetta cinque uomini armati di mitragliatrice e fucili mitragliatori, si avventarono addosso e mi strapparono tutto ciò che avevo con me a cominciare dall’orologio, borraccia, caschetto, occhiali, guanti e per ultimo il portafoglio con documenti personali e fotografie. Sempre con i moschetti e fucile mitragliatore puntato, fui portato poco discosto dove stazionava un’altra camionetta vedetta (con radio) comandata da un capitano.
Dopo vive insistenze perché mi restituissero gli oggetti personali, mi fu ritornato solamente il caschetto, la borraccia e gli occhiali che furono più tardi sequestrati al Cairo, perché secondo loro appartenenti al corredo militare. Seppi più tardi che queste camionette erano le vedette dell’estrema ala sinistra dello schieramento d’attacco.
Attesi seduto su una macchina circa un’ora, sempre ben guardato a vista da diversi uomini, prima di metterci in marcia per raggiungere il loro accampamento. Durante quest’attesa alcune cannonate vennero a scoppiare a una cinquantina di metri da noi. Sull’imbrunire si lasciò il posto d’osservazione e dopo lunghe peregrinazioni si raggiunse il loro accampamento a notte inoltrata, a mio calcolo a quattro cinque km. Ad est del punto di cattura. Fui portato da un ufficiale, che conobbi il giorno dopo, tale Tenente Burning, il quale dopo avermi dato alcuni biscotti e mezza scatola di carne, mi fece condurre poco discosto e coricare sotto un telone, previa consegna degli stivali, dove trovai due sottufficiali carristi ed un soldato (altri italiani che erano stati presi prigionieri, ndr)
Prima dell’arrivo al campo mi fu consegnato un cappotto che mi fu prezioso e mi salvò in seguito da seri guai. A nostra guardia furono poste due sentinelle con l’ordine di non lasciarci uscire da sotto il telone. Due miei tentativi per
strisciare fuori furono prontamente ed in modo volgare repressi.
La notte fu lunga, non potei dormire, il freddo intenso, l’umidità mi provocarono presto dolorosi crampi alle gambe. Così passò la mia prima notte da prigioniero”…


Dall’Africa al campo di prigionia in India dove resta per 5 anni
Il memoriale di Raimondi prosegue per altre pagine. Egli racconta del duro e faticoso viaggio verso la prigionia. Durante il tragitto percorre tutto il nord Africa fino a Ismailia, sul canale di Suez, dove viene imbarcato con molti altri prigionieri sulla ex nave da crociera francese Île de France, che nel 1956 diverrà nota per essere intervenuta in Atlantico in soccorso dell’Andrea Doria.
Dopo una difficile navigazione i prigionieri sbarcano a Bombay. L’impatto con l’India coloniale incuriosisce Raimondi. Lo aspetta un lungo trasferimento in treno fino al campo di prigionia di Dehradun, ai piedi dell’Himalaya.
La prigionia proseguirà ben oltre la fine del conflitto, causa la scarsità di mezzi navali disponibili. Molti dei prigionieri italiani che erano nei campi d’Oltreoceano, in America, India e perfino Australia, torneranno in patria parecchi mesi dopo la fine della guerra e, come nel caso di Raimondi, anche più di un anno e mezzo dopo.
Il suo ritorno in Italia il 22 novembre 1946, sbarcando a Napoli, è a 5 anni esatti dalla cattura. La vita di Raimondi riprende come militare di carriera. Dopo il suo rientro in Asti viene reintegrato in servizio e promosso al grado di maggiore.
Al rientro si sposa e riprende a volare ma nel luglio 1949 muore in un incidente aereo
Raimondi può finalmente coronare il suo sogno d’amore. Sposa nel 1948 Anna Maria Corradini, originaria del Trentino. La coppia ha una figlia: Franca nata nel 1949.
La bambina, che diventerà insegnante di tedesco al Liceo scientifico di Asti, ha custodito il diario memoriale del padre che il destino non le ha voluto far conoscere. Quando lei aveva solo due mesi di vita, il 5 luglio del 1949 il maggiore Raimondi di base a Orio al Serio, dove oggi c’è l’aeroporto di Bergamo, perde la vita a causa di un’avaria dell’aereo su cui volava. Ironia della sorte era un caccia Spitfire, apparecchi residuati bellici che gli inglesi hanno ceduto all’Italia repubblicana, per ricostituire l’aviazione militare. L’incidente ha vasta eco sui giornali della zona e la notizia arriva ad Asti. I funerali dell’ufficiale si celebrano nella chiesa di San Pietro gremita di folla.
Oltre al diario memoriale, Franca custodisce anche il medagliere del padre, che nella breve e sfortunata carriera di pilota era stato decorato con tre medaglie d’argento per le operazioni condotte in Spagna nel 1938-1939, più due d’argento e una di bronzo durante il secondo conflitto mondiale. Il maggiore Raimondi faceva parte del 5° Stormo Caccia e il suo nome, insieme ad altri caduti, è inciso sulla lapide all’ingresso della base di Cervia. La sua storia è custodita nel diario che scrisse ai piedi dell’Himalaya.











































