Il canellese che spiegò Dante al mondo Giambattista Giuliani tra i maggiori studiosi della lingua italiana

Ritratto di Giambattista Giuliani

Quel ricordo da bambino legato agli ulivi

Canelli per me val tutto, come patria e obbietto delle prime e perenni affezioni»: così si apre una lettera del 3 agosto 1857 con cui Giambattista Giuliani invitava il più illustre lessicografo dell’Ottocento, Niccolò Tommaseo, a trascorrere alcuni giorni tra le colline astigiane in occasione della vendemmia: «quand’ella nel settembre amasse di visitare questi colli e gustarne i dolci frutti, troverebbe qui una modesta cameretta, rallegrata dalla cordialità del mio buon vecchio padre. Potrei io aspettarmi sì lieta ventura?»  I canellesi hanno dedicato a G.B. Giuliani una scuola elementare, la stretta via che da piazza Aosta porta alla casa vinicola Contratto e il circolo culturale attivo fino a non molti anni fa. Gli astigiani, invece, gli hanno dedicato un vicolo  nel centro cittadino che collega piazza Statuto con via Pelletta. Ma chi era G.B. Giuliani?  Al di là di questa memoria toponomastica, facendo un balzo indietro nel tempo di quasi duecento anni, scopriamo che Giuliani è stato uno dei più importanti studiosi di Dante dell’Ottocento e può essere considerato uno dei “padri fondatori” della lingua italiana. Nato a Canelli il 4 giugno 1818, da una famiglia medio-borghese, Giuliani mantenne con la terra d’origine uno stretto legame: in una lettera indirizzata a Francesco Calandri lo studioso cita un curioso paragone botanico tra Piemonte e Toscana: «l’ulivo mi torna ogn’ora in allegrezza, da che subito mi conduce alla ridente villa paterna, al Montoliveto del mio Canelli, a me’ fanciulleschi trastulli, e quasi mi ravviva la pietà figliale. […] Oh felicità della fanciullezza, come fu rapida a fuggirsi! Pur io non cesso d’esultare ad ogni vista che mi rimeni alla memoria di que’ giorni». Il nome presente sul certificato di nascita di Giuliani è indubbiamente lungo: Pietro, Jacopo, Giovanni, Battista, Giuliano. A quando risale dunque la scelta di adottare come nome unicamente quello di Giambattista? Ci soccorre Angelo De Gubernatis, il più importante biografo di Giuliani, il quale individua la data del 20 luglio 1836, giorno in cui lo studioso prese i voti ed entrò nell’ordine dei Padri Somaschi. Compiuti i primi studi ad Asti dove risultava iscritto per l’anno scolastico 1832-1833 alla classe di Rettorica, Giuliani si applicò allo studio della Matematica e della Logica: a soli vent’anni, nel 1838, venne nominato professore di Filosofia razionale (che comprendeva le tre cattedre di Matematica, Logica e Metafisica) presso il Collegio Clementino di Roma. L’anno seguente lo troviamo a Lugano, dove gli fu affidata la cattedra di Filosofia al Collegio di Sant’Antonio: qui conobbe un altro piemontese, il padre Marco Giovanni Ponta (1799-1849) di Arquata Scrivia, appassionato cultore della lingua di Dante. 

 

 

Il suo principio è stato “Spiegare Dante grazie a Dante”

 

Nel settembre 1840 Giuliani venne a Torino per prendere parte al Congresso degli scienziati italiani, ma dall’agosto 1841 la salute cagionevole lo indusse a ritirarsi a Cherasco. Gli anni trascorsi a Lugano furono tuttavia fondamentali: grazie agli insegnamenti di Ponta, Giuliani si avvicinò infatti agli studi danteschi, fecendo sua l’idea di commentare la Commedia attraverso i riferimenti alle altre opere del Poeta. Chiunque abbia studiato la Commedia nel corso della sua carriera scolastica ricorderà i numerosi rimandi alle altre opere del Poeta (Convivio, Monarchia, Vita Nuova…). Il primo ad aver messo sistematicamente in pratica questa metodologia di commento fu proprio il Giuliani. La novità da lui introdotta non consiste nella formulazione teorica del principio “Dante spiegato con Dante”, ma nella sua applicazione pratica a tutte le opere del poeta: lo studioso canellese offrì una serie di rimandi così cospicua da diventare un punto di riferimento imprescindibile per coloro che si accingevano a commentare il poema. Secondo Maria Alessandra Bruno «se il nome di Giuliani s’è andato oscurando, questo dipende appunto da questo, che quello che egli fece di più utile è diventato patrimonio comune dei commentatori, e nessuno si dà la pena di mettere i predecessori a confronto con Giuliani». Questo metodo, ancora oggi utilizzato, nacque dalla convinzione che per interpretare correttamente la Commedia «doveasi tenere la sola e più verace e men pericolosa via, che è: di recar Dante a spiegare sè stesso». Ma in che cosa consiste, esattamente, questa metodologia di commento? Eccone un esempio. Prendiamo il canto della Commedia che più di ogni altro ha affascinato i lettori nel corso dei secoli: il V canto dell’Inferno (quello di Paolo e Francesca) e la sua terzina più famosa «Amor, ch’a nullo amato amar perdona, / mi prese del costui piacer sì forte, / che, come vedi, ancor non m’abbandona». Per spiegare il significato di questi tre versi, Giuliani ricorre allo stesso Dante, in questo caso al XX sonetto della Vita Nuova: «Beltade appare in saggia donna pui, / che piace agli occhi sì, che dentro al core / nasce un disio della forma piacente, / e tanto dura talora in costui, / che fa svegliar lo spirito d’amore: / e simil face in donna uomo valente». Ma torniamo alla vita di Giuliani. Dopo aver trascorso alcuni mesi a Cherasco, i medici, come riportato da De Gubernatis, «consigliarono il soggiorno di Napoli, più con la certezza ch’egli andrebbe a morirvi, che colla speranza di vedernelo tornare in buona salute». Una scelta consueta per quei tempi: basti ricordare che Leopardi soggiornò nella città partenopea dal 1833 fino alla morte, avvenuta nel 1837. L’aria di Napoli giovò a Giuliani che entrò in contatto con alcuni degli intellettuali animatori dell’ambiente culturale partenopeo: tra questi, Basilio Puoti, rappresentante della corrente puristica napoletana, e il celebre dantista Carlo Troya che lo fecero accogliere come socio corrispondente presso l’Accademia Pontiana.

 

 

Un salutare soggiorno all’aria di Napoli

 

Tornato a Roma nel 1843, lo studioso abbandonò gli studi scientifici per dedicarsi a quelli danteschi: fece così la conoscenza di Carl Vogel von Vogelstein, pittore di Dresda che gli inviò numerose lettere oggi conservate nell’Archivio Storico di Asti, e autore di un ritratto di Giuliani una cui copia è conservata dall’Archivio Generalizio dei Somaschi a Roma. Nominato socio corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Torino nel 1846, l’anno seguente Giuliani ottenne la cattedra di Filosofia Morale all’Università di Genova. Alla città ligure sono legati alcuni degli episodi più importanti per comprendere la posizione dello studioso in merito ai moti risorgimentali. Giuliani appartenne allo schieramento «neoguelfo» che si proponeva «di conquistare l’indipendenza dagli stranieri mediante l’accordo del Pontefice coi Principi italiani». A Genova ci fu tra i maggiorenti chi gli propose la candidatura come deputato al parlamento di Torino: ma Giuliani declinò l’invito sia per la giovane età (aveva allora 29 anni), sia perché «essendo ancora sempre legato alla Congregazione, non poteva allora avere il pieno esercizio de’ suoi diritti civili».

 

Impegnato nel Risorgimento in posizioni neo guelfe ma è deluso dal Papa

 

Questo però non allontanò Giuliani dalla vita politica, anzi: quando arrivò a Genova, la notizia delle Cinque Giornate di Milano e della cacciata degli austriaci, fece improvvisare allo studioso un discorso «pieno di fuoco patriottico» e, dopo l’allocuzione rivolta nel maggio di quello stesso anno a Gioberti, «il filosofo torinese, non potendo ringraziare da sè, […] pregò il Giuliani di parlare al popolo per esso; dal quale nuovo impegno seppe il Giuliani trarsi con tanta destrezza, che, in breve, il popolo col nome del Gioberti confuse nelle sue acclamazioni quello del Giuliani». Interessante è la posizione nei confronti di papa Pio IX. Nel 1848 lo studioso pubblicò il discorso Della riverenza che Dante Alighieri portò alla somma autorità pontificia. In questa edizione, Giuliani tesseva le lodi del papa, ravvisando in lui quasi un nuovo “veltro” (quella mitica figura che compare nel I canto dell’Inferno per scacciare la lupa, simbolo dell’avarizia); tre anni più tardi l’elogio venne sostituito da una riflessione sulla fede di Dante. Tale soppressione sembra essere legata alla sfiducia conseguente il ritiro dello Stato Pontificio dal movimento nazionale dopo che, in un primo momento, il papa aveva deciso l’intervento accanto al Piemonte. 

 

 

Prununciò l’orazione funebre di Carlo Alberto ad Asti nel 1849

 

Un altro aspetto interessante del Giuliani “risorgimentale” è la vicinanza a casa Savoia. Al di là delle innumerevoli onorificenze che ricevette (fu nominato ufficiale dei SS. Maurizio e Lazzaro il 4 settembre 1862; commendatore il 31 maggio 1865; ufficiale della Corona d’Italia il 5 luglio 1868; cavaliere dell’Ordine civile di Savoia il 16 giugno 1881), lo studioso canellese ebbe l’onore di pronunciare un’orazione funebre durante le esequie del re Carlo Alberto. Dopo la morte a Oporto, il re fu imbalsamato e riportato in patria via mare: da Genova il convoglio si diresse a Torino, con un viaggio che terminò con i funerali del 13 ottobre 1849. Una delle tappe fu Asti, dove Giuliani pronunciò la sua orazione funebre da cui trasse alcune Iscrizioni edite, quello stesso anno, dalla tipografia astigiana Garbiglia: «per te / il Piemonte divenne Italia / l’Italia nazione / le nazioni sorelle». Con gli anni Cinquanta la vita di Giuliani andò incontro a una svolta: nel 1853, intraprese un viaggio in Toscana che «gli fece pigliare amore singolarissimo a questo nativo linguaggio». Fu allora che cominciò a delinearsi quell’altro filone di ricerche sul “vivente linguaggio toscano”. L’interesse nei confronti della lingua parlata «dall’umile plebe» della Toscana emerge con evidenza nelle lettere inviate a Niccolò Tommaseo, in cui Giuliani si dimostra partecipe ai lavori di allestimento del vocabolario dell’insigne studioso, inviando periodicamente liste di parole raccolte nelle sue visite nelle campagne (va ricordato che il Tommaseo-Bellini è stato il più importante vocabolario italiano dell’Ottocento).

 

 

Fatta l’Italia nel 1861 mancava però una sola  lingua nazionale

 

Al momento dell’unità d’Italia il Paese non aveva una lingua che potesse definirsi nazionale: vi era la lingua letteraria, certo, quella che si era andata definendo e codificando nel corso dei secoli sul modello degli antichi scrittori, ma non esisteva una lingua che permettesse a tutti gli Italiani di intendersi tra di loro. Occorreva dunque trovare un modello cui rifarsi per far sì che anche l’Italia avesse una lingua unitaria. Quel dibattito intorno all’italiano che da secoli animava i letterati, noto come “questione della lingua”, trovò così nell’Ottocento uno dei momenti più accesi, con il fronteggiarsi di diverse “fazioni” propositrici di differenti modelli linguistici. Giuliani era convinto che a modello della nuova lingua italiana dovesse essere preso il toscano: non il fiorentino dell’uso della classe colta di Firenze, secondo quanto suggerito da Alessandro Manzoni che nel 1827 era andato “a sciacquare i panni in Arno”, ma la lingua parlata dall’umile plebe di ogni area della Toscana. 

 

Lettere al Manzoni che era andato “A sciacquare i panni in Arno”

 

Le sue affermazioni non lasciano spazio al dubbio: «la lingua vera degna d’essere parlata da un popolo maestro di civiltà, quale si vorrebbe che fosse il popolo d’Italia, s’ha da eleggere com’è parlata da tutta la Toscana, e toscana la chiameremo per gratitudine noi». La lingua dei contadini, va precisato, doveva comunque sempre essere verificata attraverso il confronto con l’amato Dante. Questa diversità di vedute rispetto all’autore dei Promessi Sposi potrebbe far pensare a una certa ostilità tra i due. Non abbiamo lettere di Manzoni indirizzate a Giuliani, ma presso la Biblioteca Nazionale Braidense sono conservate alcune lettere, inviate dallo studioso canellese, che testimoniano la grande stima e ammirazione nutrite da Giuliani nei confronti di Manzoni paragonato a un “moderno” Dante. Nel 1859 il Governo Provvisorio della Toscana, fondando l’Istituto di Studi Superiori, decise di ripristinare la cattedra dantesca a suo tempo affidata a Boccaccio; a ricoprirla fu invitato Giuliani che la mantenne fino ai suoi ultimi giorni. Giuliani si stabilì dunque a Firenze, in piazza dell’Indipendenza 16, alternando alla permanenza in città lunghi soggiorni in una piccola villa a Cozzile in Valdinievole (oggi comune di Massa Cozzile) dove gli fu dedicata la piazzetta del paese. In occasione del sesto centenario dalla nascita di Dante, allo studioso fu affidato il compito di pronunciare l’orazione in onore del poeta in Piazza Santa Croce a Firenze: Henry Clark Barlow, dantista inglese, ricorda lo studioso come una «sottile ed esile figura, dalle guance arrossate e dallo sguardo raggiante» mentre, davanti al re, pronunciava il suo discorso. Qualche tempo più tardi, Giuliani venne chiamato a Ravenna dove, durante i lavori di restauro del chiostro di Braccioforte, era stata riscoperta la cassetta contenente le spoglie di Dante. Le celebrazioni dantesche si conclusero a Dresda il 14 settembre 1865 dinanzi alla società dei dantisti tedeschi, quando Giuliani parlò al cospetto del Re Giovanni di Sassonia. Negli ultimi anni di vita, Giuliani fu costretto alla quasi completa cecità; fin dal 4 giugno 1882, visto il peggioramento delle proprie condizioni di salute, Giuliani redasse un testamento che consegnò all’esecutore testamentario Ambrogio Lugo. Un anno prima della morte, nel 1883, lo studioso affidò all’amico Carlo Vassallo le lettere che gli erano state inviate da illustri dantisti affinché se ne servisse per i propri studi, con un’unica raccomandazione: «che allorquando fosse venuta anche per lui l’ultima ora, provvedesse a che tutte quelle lettere fossero rimesse al Municipio di Asti perchè le conservasse presso di sè». Di queste missive, oggi perdute, si hanno notizie fino al 1921 quando furono pubblicate, da Nicola Gabiani, nel suo Carteggio dantesco di Giambattista Giuliani. La donazione più importante fu però sicuramente quella della biblioteca dantesca: Giuliani avrebbe voluto che questa venisse collocata a Firenze, nella casa di Dante; in realtà, dopo aver trascorso diversi anni a Palazzo Vecchio, i libri furono lasciati alla Società Dantesca Italiana, che ha sede nel capoluogo toscano, presso cui, nel 1913, venne istituito il “Fondo Giuliani”. «Un’itterizia trascurata e poi un’ostruzione al fegato», ricorda Vassallo, spense Giuliani «alle ore 6:10 pomeridiane dell’11 gennaio 1884»

 

Sepolto a Firenze nella bara la sua amata Divina Commedia

 

Le onoranze funebri vennero celebrate il 13 gennaio a spese del Comune di Firenze che il 12 luglio 1881 gli aveva conferito la cittadinanza onoraria (una copia di questa si può visionare nella sala consigliare del Comune di Canelli). Alla celebrazione erano presenti, tra gli altri, il commendatore Cirio, sindaco di Canelli, e il professor Milanesi, arciconsolo dell’Accademia della Crusca, di cui lo studioso era diventato socio nel 1872. Giuliani fu sepolto, insieme a un rametto di ulivo, una copia della Bibbia e una della Commedia, nel Cimitero de’ Pinti, a Firenze. Il 20 ottobre 1890 venne eretto a Canelli, all’interno dell’edificio che oggi ospita l’Enoteca Regionale, un monumento in suo onore. Gli ultimi discendenti della famiglia, Bice, Lucia ed Alessandro, vissero a Canelli fino a una trentina di anni fa, nella casa di via G. B. Giuliani dove è stata posta una lapide commemorativa. Concludiamo questo viaggio nella vita del più importante studioso canellese dell’Ottocento con un ultimo aneddoto: «un giorno il padre Giuliani camminava per la campagna Toscana, quando un amico lo chiamò tre volte per nome; ma il padre Giuliani seguitava diritto per sua via solitaria. Allora l’amico incominciò: “per me si va nella città dolente…”: e a quel primo amoroso grido si era intanto già volto». Il Comune di Canelli ha recentemente acquistato 21 lettere indirizzate a Giuliani da illustri studiosi e uomini politici a lui contemporanei: tra gli autori delle missive spiccano soprattutto i nomi di Ruggero Bonghi e Giuseppe Rigutini, due degli esponenti più importanti della “questione della lingua” nell’Ottocento. I documenti andranno a costituire il primo nucleo di un archivio dedicato allo studioso e ospitato presso il palazzo Giuliani, sede dell’Enoteca di Canelli e dell’Astesana. 

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