È vissuto per il lavoro e per la famiglia. Come in molte storie, si parte dalla fine: 7 gennaio 1986. Sono le parole scritte sul necrologio di Sebastiano Perosino, elettromeccanico-elettricista, originario di Tigliole che gestì per anni un laboratorio ad Asti in viale di Partigiani. La sua vita ha percorso il Novecento. Ha conosciuto la fame e la povertà, ma non si è mai arreso.
Era nato il 17 ottobre 1903 da una famiglia di contadini: il padre Venanzio era nativo dei Perosini di Tigliole, mentre la mamma, Ida Bosco, era di Valperosa, un’altra frazione del comune astigiano. Con loro cinque figli da sfamare con i pochi proventi della campagna.

A 11 anni viene ad Asti a piedi per trovare lavoro e aiutare la famiglia
Il “caratterino” del piccolo Sebastiano viene fuori fin dalla tenera età: è un ragazzino coraggioso, forte e soprattutto volenteroso. Il fisico minuto e scattante. Nell’estate del 1914 Sebastiano, che non aveva ancora 11 anni, decise di allontanarsi da casa, per via dell’estrema povertà della sua famiglia, provata da due anni di grandine che avevano distrutto le vigne.
Il ragazzo voleva sollevare i suoi dal suo mantenimento e cercava di racimolare qualche soldo per aiutare i genitori. Vuole arrivare ad Asti. Rigorosamente scalzo, con le scarpe in spalla, per non consumare le suole, scende a Baldichieri e da qui percorre i binari ferroviari, sapendo che arriverà in stazione.
Racconterà alle figlie che il primo lavoro, per pochi spiccioli, fu aiutare un addetto alle pulizie a scopare il pavimento della stazione. Nei giorni successivi fece il lavapiatti in un’osteria di corso Savona dove gli diedero anche un giaciglio. Dopo qualche settimana tornò a casa, sempre a piedi nudi, con un gruzzoletto. Continuò come poteva ad aiutare la famiglia, nonostante la guerra. Frequentò le scuole fino alla sesta e poi un corso per diventare elettricista.
Apre il laboratorio da elettricista in viale Partigiani
Nel 1937 Sebastiano sposò Elda Carolina Siccardi, di Baldichieri, che faceva la sarta. Nel 1942 nacque il primo figlio, Pier Venanzio, che purtroppo morì quattro giorni dopo essere venuto alla luce. Alla fine degli Anni Quaranta sarebbero arrivate anche le due figlie Anita e Claudia. Sebastiano e la moglie si erano trasferiti ad Asti dove aprirono un laboratorio officina, in un seminterrato dell’allora corso Regina Margherita 51 che, dopo la guerra, sarà chiamato viale dei Partigiani.
«Portò una branda da militare, per dormirci la notte, e una stufetta per stare al caldo. Viveva lì dentro, il lavoro era tutta la sua vita», racconta commossa la figlia Anita. La famiglia ha conservato la carta intestata e le fatture di quell’epoca: il nome di Sebastiano Perosino in evidenza cosìcome Tigliole d’Asti, il paese d’origine. Di quegli anni Sebastiano aveva ricordi particolari. Non gli piaceva il fascismo e raccontava che nel maggio del 1939 fu chiamato come elettricista specializzato nella squadra che dovevamontare l’impianto di altoparlanti in piazza dell’Impero (l’attuale Campo del Palio) per diffondere il discorso del Duce a conclusione della visita di Mussolini in città (Vedi Astigiani 27, marzo 2019).
Sostituì i fusibili degli altoparlanti montati in piazza
«All’inizio mio padre non voleva accettare l’incarico. Poi, però, ci vide un’opportunità per boicottare il discorso di Mussolini. Così, di giorno installò in maniera impeccabile la sua parte di impianto. Tornò di nascosto di notte, sostituendo i fusibili montati con altri più deboli», continua la figlia Anita. Il 16 maggio 1939 dal palco montato davanti alla Torre Littoria Mussolini iniziò a parlare alla piazza gremita, ma Sebastiano non c’era. Era andato a nascondersi in campagna per non essere trovato.

L’impianto durante il discorso gracchiò e funzionò male. Per molto meno a quel tempo si rischiava la condanna al confino. A lui andò bene. Altro episodio che amava raccontare. Si era comperato una moto Tommaselli nel 1938 che usava per gli spostamenti di lavoro. Quando durante la Repubbica Sociale arrivò l’ordine di requisizione, Sebastiano smontò interamente la moto e la mostrò con il motore immerso in una barile d’olio ai militi che erano venuti a prendere il mezzo.
«Eccola qui la mia moto». Se la rimontò appena finita la guerra e la usò fino agli Anni Sessanta. Sempre negli ultimi anni del conflitto, nell’edificio che sarà poi dell’Istituto della Purificazione di Asti, in piazza Lugano, c’era un distaccamento di soldati tedeschi che tornavano spesso dai rastrellamenti nelle campagne alla ricerca di partigiani con viveri e animali requisiti ai contadini. Una notte Sebastiano riuscì a sottrarre un maiale dal magazzino di via Baracca, a pochi passi dalla sua abitazione di allora, in via Principe Amedeo. Entrò e si caricò sulle spalle l’animale.
La moglie, affacciata dalla finestra, lo vide. «Quello si fa ammazzare! Quello si fa ammazzare!», temeva che il marito venisse scoperto. Alla fine, ne uscì indenne. Tra le amicizie di Sebastiano va ricordata quella con il barbiere Giovanni Vacchina, anch’egli di Tigliole e di sentimenti antifascisti. Aveva la prima barberia in corso Alfieri, e poi per anni all’interno dei locali della stazione.
Nel gennaio 1986 Sebastiano fu colpito da un grave ictus, che gli tolse completamente la possibilità di parlare. «Ricordo che le sue ultime parole furono ancora per il suo lavoro. Volle raccontarmi di quando fu arruolato nel Genio militare Civile per fare lavori elettrici in Valle Stura, dove ero appena stata per le vacanze», annota la figlia. Dopo pochi giorni le sue condizioni si sono aggravate ed è arrivata la morte, a 83 anni.










































