Il sorriso è una carezza. Si invecchia quando si smette di ridere. L’umorismo illumina la vita. Vale più una linea di mille parole. Per favore non chiamatemi fumettista.
In queste frasi di Antonio Guarene c’è il distillato del suo stile di vita. Una
vita che da Asti lo ha portato in giro per il mondo a cavallo di una matita.
Preferisce far parlare i disegni, i suoi personaggi ironici, allegri, ammiccanti:
l’armigero, l’omino dal nasone, le donne poppute e rotonde.
Nella sua casa-studio di via Valence, con splendida vista panoramica sulla città, tra libri, quadri, manifesti, un vecchio tecnigrafo marca “M. Sacchi, Torino”, sono racchiusi decenni di attività professionale: architetto, scenografo, insegnante al liceo artistico, creatore di loghi e marchi, ha
progettato monumenti e soprattutto è l’autore di disegni umoristici pubblicati su riviste e giornali di mezzo mondo.
Ma andiamo per ordine. Nascita, famiglia, infanzia ecc.
Sono nato da famiglia astigiana, figlio unico di Costantino, per tutti Tin,
capomastro edile, ed Elidia, casalinga e mamma premurosa. L’età magari
non la dico, è una variabile e in continuo movimento, ma ho ricordi di guerra, le corse nei rifugi, la paura dei bombardamenti.
Stavamo in piazza San Giuseppe, nel cuore del borgo San Rocco a pochi passi dal Casermone. Ricordo i soldati tedeschi in libera uscita che giocavano a pallone sulla piazza. E poi quel giorno di fine aprile l’arrivo degli americani con i loro carri armati enormi, color ruggine, e quei soldati dalla pelle nera.
Avere presente il finale del film La vita è bella di Benigni. Ecco noi bambini
restammo così, a bocca aperta.
Abitare a San Rocco a quei tempi voleva dire vivere l’astigianità più
intensa e vera.
Il borgo non aveva una bella fama, ma l’epiteto di Burgà di lader era ingiusto.
Eravamo un pezzo di città con i nostri personaggi, i modi di dire, il nostro gergo. Per esempio l’Osteria della rose su piazza San Giuseppe per tutti noi era la Ciornia Verda con la sua insegna “Vino a esportarsi”.
La conturbante e sensuale Pampirula era la protagonista di una filastrocca. Chi era la Pampirula? Una versione nostrana della Gradisca di Fellini in Amarcord. Noi ragazzi crescevamo su un palcoscenico che era il teatro della
vita. Imparavamo presto. C’era una sorta di Accademia della Crusca sanrocchese, con sede al bar tabaccheria Franco, oggi di Paride Candelaresi.
Le battutacce e i modi di dire erano in gergo e spesso pronunciati al contrario. Ricordo ancora la frase “èkut ni leb uk“ che sembra arabo, ma allo specchio rivela il suo vero significato.
E già. Ma a guerra finita il giovane Antonio che cosa pensa di fare?
Voglia di studiare non tanta. Povera mamma, quanto l’ho fatta urlare. Però
andavo bene in disegno. Avevo sempre una matita o un gessetto in mano.
Praticamente ho affrescato l’androne di casa mia e non solo. Sembrava
la Cappella Sistima, ma non ero Michelangelo.
E poi giocavo a calcio nella squadra dell’oratorio di San Martino gestito dai Padri Barnabiti.


Il calcio poteva cambiarle la vita.
Esageruma nen. Diciamo che ero veloce e scattante. Giocavo da ala destra e
passai dai Barbaniti ai Giuseppini della Fulgor che, in più, ci davano anche un
panino di pane e salame a fine partita.
Dopo qualche tempo mi nota Elvio Banchero, un ex calciatore professionista
che era stato in Nazionale ed era scopritore di talenti per l’Alessandria. Viene a parlare con mio padre, gli fa firmare delle carte e mi porta tra i Grigi.
Ah però, da quelle parti a quei tempi c’era anche un certo Gianni Rivera.
Lui è del 1943, arrivò in squadra qualche anno dopo, quando ero già passato ai Torino Boys, la società che i granata avevano per far crescere i giovani. Ho
giocato nel mitico stadio Filadelfia che era stato il tempio del Grande Torino caduto a Superga nel 1949.
I giornali sportivi mi notarono. Mi chiamavano Guaranì, alla moda sudamericana, per quanto ero sgusciante. Però scrivevano anche che ero
poco agonistico, insomma dovevo essere più cattivo. Io mi consideravo un fantasista.
Dal Torino sono passato ai giovani della Sampdoria e poi al Casale. Ricordo
che, grazie a un mio gol, i nerostellati si salvarono dalla retrocessione dalla serie C.
E lo studio?
Frequento l’istituto Giobert del preside Bruera, quando aveva ancora le aule
dove adesso c’è la Media Goltieri. Poi mi iscrivo all’università, facoltà di Architettura a Torino e continuo a pubblicare i miei disegni umoristici sulla Nuova Provincia diretta da Primo Maioglio.
Mi pubblicano anche sulla Tribuna illustrata di Roma e ricordo ancora quando mi arrivò il primo assegno: 10 mila lire.
Non è mai facile per un ragazzo di provincia provare a mantenersi seguendo le proprie passioni. I più consigliano di trovare un posto fisso…
Dopo la laurea in Architettura ho seguito un master di semiologia a Firenze. Lo studio dei segni mi ha aiutato molto a definire il mio stile per affrontare il disegno: dalle caricature ai personaggi della fantasia che custodisco in una sorta di teatrino mentale prima di farli atterrare sul foglio.
E poi sono arrivati anche i primi lavori da architetto: studi di interni, creazioni di stand, progettazione. Mi sono ritrovato a lavorare in sintonia con Eugenio Guglielminetti. Lui grande scenografo, io l’interprete delle sue idee con il gusto per l’innovazione, la sorpresa, l’uso di materiali nuovi. Avevo già cominciato dalle scenografie per i veglioni della Croce Verde e dello Sport
che allora trasformavano il Teatro Alfieri in stile Hollywood.
Alt, qui entra in scena, è il caso di dirlo, il personaggio più importante
nella colorata vita di Antonio Guarene: Rosellina Quaglia. Meglio far parlare lei.
Davvero? Posso? Si era agli inizi degli Anni Sessanta e io al Teatro Alfieri praticamente ci vivevo visto che i miei genitori lo avevano in gestione dal 1948.
Quando mancò mio padre, mia madre Lina si rimboccò le maniche e continuò, anche se era una donna sola in un mondo maschile. Erano gli anni dei veglioni che seguivo con una mia amica dalla barcaccia perché non ci facevano ancora scendere a ballare in platea, in quelle occasioni speciali
liberata dalle poltrone.
Notai quel giovanotto, molto gentile, ma anche molto più grande di me: otto anni in più. Buongiorno e buonasera e nulla più. Poi rivedendolo… ecco a vent’anni qualcosa cambiò. Il primo bacio, come tanti astigiani, ce lo siamo
scambiato nascosti in uno dei palchi del teatro.
Per farla breve sono seguiti cinque anni di fidanzamento e il 15 luglio 1968 ci
siamo sposati.

Eravate una coppia fantasiosa e quindi…
E quindi ci ha uniti in matrimonio di lunedì, alle sette del mattino, don Mignatta nella cripta di San Secondo. Una manciata di amici, tra i quali il mio
compagno di scuola Gianni Goria e pochi parenti stretti. Poi siamo andati a cambiarci e dovevamo partire per Champoluc, in Val d’Aosta.
Mi dice: “Scusa cara, passo solo un momento a far controllare dei disegni per un lavoro che sto facendo dal sindaco Cesare Marchia” e io l’ho aspettato due ore in piazza Roma sulla sua 1500.
E una volta in montagna, dopo qualche giorno sono arrivati i suoi amici della
banda di San Rocco e infine mi ha detto che doveva tornare al più presto ad Asti perché c’era da allestire la seconda edizione della Douja ai giardini.
Lo sapevo bene visto che lavoravo all’ufficio manifestazioni della Camera di Commercio e il presidente Borello non era tipo da ammettere ritardi.
Un avvio che non ha scalfito il vostro matrimonio, saldo da 52 anni e Rosellina è diventata la prima osservatrice, con diritto di critica, del lavoro di Antonio, il quale ora può riprendere la parola.
A ricordo di quei veglioni, molti anni dopo ho trovato nel risvolto dei pantaloni ancora una manciata di coriandoli e mi sono commosso.
Rosellina mi ha sempre aiutato a percorrere la strada che abbiamo fatto insieme. Il suo gusto e il suo senso dell’umorismo sono importanti. Se mi dice “questo non si capisce” o “questa non fa ridere” ricomincio da capo. E da quando non disegno più a mano e uso il computer spesso lascio a lei il compito di colorare i personaggi.
Ecco parliamo dei disegni. Una delle caratteristiche del Guarene umorista è la leggerezza. Usa il fioretto dell’ironia, mai la spada del sarcasmo e tanto meno la facile scorciatoia della volgarità.
Il mio obiettivo è far sorridere cogliendo aspetti ironici o paradossali. I miei disegni più riusciti accarezzano il lettore, ne solleticano l’ironia e la fantasia. Ci vuole occhio e prontezza di esecuzione.
Per anni ho pubblicato su Stampa Sera un disegno al giorno. Regola prima essere chiari, leggibili e possibilmente intelligenti. E proseguo ogni settimana sull’edizione astigiana de La Stampa. Li metto anche sulla mia pagina Facebook e mi piace leggere i commenti.


Tra i temi ironici più frequenti il vino…
I primi incarichi alla Douja mi hanno spinto in qualche modo a specializzarmi. Non solo disegni ma anche gli allestimenti di fiere, dal Bibe di Genova al Vinitaly, dal Sial di Parigi all’Anuga di Colonia e poi tutte le rassegne della Camera di commercio, il logo del festival delle Sagre, le giornate dei tartufi.
Non voglio dimenticare la straordinaria rassegna “Il vino nell’arte dell’umorismo” che dal 1978, per otto edizioni, mi ha consentito di far partecipare umoristi grafici da tutto il mondo e raccogliere le loro opere in cataloghi che visti oggi dimostrano quando fossimo avanti rispetto alle idee di
promozione del mondo enologico.
In quel periodo fece lavorare anche i suoi allievi dell’Istituto d’arte.
Diciamo che ho favorito la nascita di un gruppo di studenti e neo diplomati che dopo le lezioni teoriche in classe metteva concretamente a frutto le capacità di montare stand, decorare fondali e quinte, allestire spazi espositivi.
Molti di loro hanno continuato a fare questi lavori anche dopo, altri li ritrovo come grafici e creativi. Mi chiamano ancora professore e mi fa un certo effetto, ma confesso anche che mi fa piacere aver trasmesso un po’ di mestiere ai giovani.
Veniamo al Palio, altro argomento molto presente nei suoi disegni umoristici. Spesso i protagonisti sono i cavalli, fin dal primo manifesto per San Rocco con il cavallo che si beve con la cannuccia i nomi dei borghi avversari.
Sono un borghigiano e ho sempre vissuto il Palio molto da vicino. Per le sfilate dei primi anni dalla ripresa del 1967, quasi tutti i borghi avevano affittato costumi e parrucche dalla sartorie teatrali, ma ci si convinse che bisognava avere costumi specifici e storicamente adatti.
Fu così che a Guglielminetti affidarono il disegno del costumi del Capitano e del suo gruppo che sono utilizzati ancora oggi e io, per conto del comitato bianco verde, realizzai i bozzetti per l’intera serie di costumi della nostra sfilata.
In una foto del 1970 c’è anche Rosellina con tanti amici di una vita, alcuni dei quali purtroppo non ci sono più. Su tutti Elio Ruffa. Poi venne anche borgo 3T. Fu in quell’occasione che disegnai i costumi delle lavandaie a dimostrazione di come il Palio e la sua sfilata dovessero essere non solo un corteo di belle damigelle e baldi cavalieri.


C’è il suo zampino, e anche più dello zampino, nella decisione di spostare la corsa in Piazza Alfieri.
Tutti sanno dell’amicizia che mi lega a Piero Fassi e alla sua famiglia. Ho disegnato io l’armigero piumato che è diventato il simbolo del suo ristorante Gener Neuv.
Nel 1977 gli raccontai la mia idea di spostare la corsa in piazza Alfieri per dare una cornice storica all’evento, e superare il triste “catino” di piazza Emanuele Filiberto che aveva preso il nome di Campo del Palio, ma non poteva nascondere tutti i palazzi Anni Sessanta che la circondano.
Bella idea, però ci sono voluti dieci anni…
E già. Piero era d’accordo, ma doveva convincere anche gli altri rettori e poi quelli del Comune. Io intervenni sui giornali lanciando la proposta e intanto andammo con Piero una mattina all’alba a prendere le misure della possibile pista e segnare sulla mappa dov’erano i platani in piazza Alfieri.
Parlammo anche con quelli dei circhi per capire come si potevano allestire tribune mobili in poco tempo. Il Comune poteva acquistarle evitando di affittarle ogni anno.
Nel 1982 presentai il plastico con il progetto completo del Palio trasferito in piazza Alfieri, con la nuova pista trapezoidale. E finalmente nel 1988 ho potuto vivere il trasferimento nella nuova sede che penso abbia dato nuovo impulso al Palio.
Ed è venuta anche la doppia opportunità di firmare i drappi del Palio nel 2011 e nel 2018.
Mi ha fato molto piacere e debbo dire, sommessamente, che non mi dispiacerebbe, prima di posare definitivamente la matita, fare il triplete.
Disegnare un Palio che rispetti tradizioni e contenuti, ma nello stesso tempo sia originale e creativo non è mai facile. Ci ho messo mesi a pensarli. Se mai mi capiterà di firmare un terzo drappo, sogno per sogno, vorrei che andasse a San Martino-San Rocco. Chiedo troppo?
Non possiamo dimenticare, tra i tanti premi ricevuti, che è stato anche insignito del Testa d’aj da Astigiani nel 2016. Lo slogan di quel bavagliolone “Siamo tutti nella bagna” si conferma di grande attualità.
Già, però quel mio disegno che avete messo sui bavaglioloni del Bagna Cauda Day di quell’anno conteneva anche le cornucopie della buona fortuna. Vorrei salutare i lettori di Astigiani alla mia maniera, con un disegno.
Eccolo. Buon sorriso a tutti.










































