La bambinaia analfabeta conquista il cuore del Generale
Anche una ragazza di umili origini può entrare nella storia d’Italia. A diciannove anni Francesca Armosino lasciò Saracchi, all’epoca frazione di Antignano, per andare a Caprera dove divenne governante dei figli di Teresita, la terzogenita di Garibaldi.
L’Eroe dei due mondi, vedovo da molti anni dell’amatissima Anita e separato
da una seconda moglie, la marchesina Giuseppina Raimondi della quale aveva
scoperto il tradimento subito dopo le nozze, nel suo rifugio sulla piccola isola
sarda intreccia una relazione con la giovane fantesca piemontese. Quello che
poteva sembrare un appassionato amore ancillare tra un ragazzotta di campagna di vent’anni e un anziano ma ancora gagliardo condottiero diventa invece il rapporto più importante degli ultimi anni della vita di Garibaldi.
Francesca gli darà tre figli, l’ultimo dei quali Manlio nasce quando il generale
ha 68 anni. Dopo l’annullamento del matrimonio di Garibaldi con la Raimondi,
Giuseppe “agricoltore” e Francesca “casalinga” riuscirono a sposarsi nel
1880 e in quello stesso anno la coppia venne ad Asti e a San Damiano e tornò ai Saracchi a vedere la casa che la famiglia di lei stava facendo costruire con i soldi di lui.
Descritta dalla figlia Clelia come una moglie premurosa, Francesca Armosino
è diventata una figura importante nella storia privata di Garibaldi: solerte e devota all’anziano marito quando negli ultimi anni della sua vita fu costretto su una sedia a rotelle a causa di un’artrite, ne divenne la badante e la “custode”.
Nata ai Saracchi di Antignano nel 1846 figlia di un tessitore

Francesca Armosino, come indicato nel registro delle nascite e dei battesimi della parrocchia di Antignano, nacque il 18 maggio 1846. Il padre, Giovanni Armosino, era tessitore; la madre, Cattarina Ferraris, contadina. Secondo alcune fonti erano discendenti di una famiglia armena emigrata in Italia per sfuggire alle persecuzioni turche.
Alla frazione Saracchi, che all’epoca dipendeva dal comune di Antignano e che successivamente, nel novembre 1880, fu aggregata al limitrofo comune di San Martino Alfieri, vivevano in un’umile casa.
Francesca divenuta grandicella venne mandata a servizio in una ricca famiglia di Asti. Non si hanno notizie certe su come quella ragazza analfabeta, robusta e volenterosa, sia potuta finire a Caprera al servizio della famiglia di Garibaldi.
Tutto ha inizio nell’anno 1865, quando Francesca ha 19 anni e viene reclutata, forse su interessamento di amici della famiglia astigiana che erano in contatto con Garibaldi: prende servizio a Caprera per fare la governante dei figli di Teresita. Quest’ultima era la terzogenita del generale Garibaldi, sposata con Stefano Canzio, genovese, fervente garibaldino di idee repubblicane che aveva avuto dalla figlia di Garibaldi nove figli.
Le felicitazioni del Comune di Antignano per il matrimonio tra Francesca e il Generale nel 1880
La donna ha bisogno di aiuto. Vive la maggior parte dell’anno sull’isola di Caprera con il padre, i fratelli e i figli. È il Generale a decidere che c’è bisogno di una bambinaia. È sull’isola che la giovane antignanese ha modo di conoscere e farsi apprezzare dal Generale per la sua capacità di lavoro. In poco tempo prende in mano le redini della casa e si interessa anche dell’azienda agricola che Garibaldi aveva messo in piedi, trasforma il latte in formaggi, segue il lavoro nelle vigne di nebbiolo, controlla le stalle.
Garibaldi è un “monumento vivente” conosciuto in tutto il mondo. Sull’isola arrivano ammiratori e ammiratrici, giornalisti, rappresentanti di governi e partiti. Francesca all’inizio non capisce, poi a poco a poco si districa in quel mondo. Tra i due c’era una notevole differenza di età — 39 anni — ma presto la simpatia si trasforma in relazione amorosa, mai più interrotta.
Dal loro rapporto sono nati tre figli: la prima, Clelia, nel 1867, quando Francesca aveva ventuno anni. Due anni dopo vide la luce Rosa, morta a soli diciotto mesi; per ultimo nacque nel 1873 Manlio.
Passarono gli anni e Garibaldi, sollecitato e spinto da Francesca che vuole dare un cognome ai suoi figli e legittimare l’unione di fatto con il generale, tenta di liberarsi del vincolo del matrimonio con la Raimondi. Come riporta la figlia Clelia nelle sue memorie, si disse disposto a rivolgersi addirittura al Papa, nonostante le note posizioni anticlericali.
Tramite lo scrittore Victor Hugo fa sapere di essere anche pronto a prendere la cittadinanza francese, essendo nato a Nizza Marittima, pur di ottenere il divorzio. Finalmente la Corte d’Appello di Roma dichiarò nullo il matrimonio con la Raimondi.
Garibaldi e Francesca Armosino si sposarono il 26 gennaio 1880. Lei deve compiere 34 anni, lui a luglio ne avrà 73. È stanco e malato, barba e capelli grigi, ma a Francesca il suo “Peppino” va bene così. Ne è orgogliosa e si fa fotografare con l’intera famiglia.
Il Generale le ha insegnato a leggere e scrivere con un calligrafia che imita perfettamente quella del marito. Ne diventa così anche la segretaria e di fatto ridimensiona il ruolo dei tre figli già adulti che Garibaldi aveva avuto da Anita: Menotti, Teresita e Ricciotti.
La giunta municipale di Antignano, “con grande compiacimento e orgoglio”, inviò una lettera di felicitazioni ai novelli sposi. Lettera alla quale il Generale, con propria missiva autografa, rispose con un commosso ringraziamento. Lo scambio è conservato ancora oggi all’archivio storico del piccolo comune astigiano.
In quello stesso anno su sollecitazione di Francesca che aveva fatto venire più volte a Caprera genitori e fratelli, si organizza un viaggio a Milano dove il generale è atteso per l’inaugurazione del monumento ai caduti di Mentana. Sarà l’occasione per portare Garibaldi a vedere la terra di origine degli Armosino.
Non solo per fare la conoscenza degli altri parenti della moglie, ma anche
per prendere visione della casa che egli aveva fatto edificare ai Saracchi.
Forse il generale pensava che dopo la sua morte Francesca e i bambini avrebbero potuto vivere in Piemonte, restando vicino agli altri parenti. Ma le cose non andranno così.
La visita alla nuova casa dei Saracchi nell’ottobre del 1880
La frazione accoglie Francesca e il Generale con fiori e stendardi

Del progetto e della costruzione si era occupato il fratello maggiore di Francesca, Pietro, al quale Garibaldi aveva dato l’incarico di eseguire i lavori inviandogli, in più riprese, il denaro necessario. Nell’autunno del 1880 la famiglia Garibaldi si mise in viaggio.
Le cronache raccontano che il mattino del 23 ottobre i due sposi, accompagnati dai figli Clelia e Manlio, nonché da Teresita e dal coniuge Stefano Canzio, arrivarono con numeroso seguito in borgata Saracchi, dopo essere stati ad Asti.
La figlia Clelia riportò quei momenti nel libro Mio Padre, da lei scritto e dato
successivamente alle stampe: «Ad Asti facemmo una piccola sosta in casa Liprandi, affinché papà si potesse riposare, e poi, su comode vetture, proseguimmo il viaggio verso i Saracchi, che dista dalla città una quindicina di chilometri
Lo spettacolo che si offrì ai nostri occhi giungendo alla borgata dei Saracchi fu quanto mai originale. Tutta la strada era cosparsa di fiori e grandi drappi bianchi pendevano da tutte le finestre e dai balconi delle case che si trovavano sul nostro passaggio
».
L’usanza di adornare porte e finestre con drappi veniva riservata per il passaggio delle processioni. Per loro Garibaldi era un dio, e come tale l’avevano accolto, stendendo le lenzuola ricamate dalle finestre.
Clelia continua il racconto di quella giornata: «Da tutte le zone del Piemonte si riversarono ai Saracchi personalità, studenti, bambini delle scuole. Quella borgata non aveva, certo, mai visto tanta gente; e non la vedrà mai più. Papà rimase quasi sempre in casa. Pur costretto, oramai, a non abbandonare più la sua carrozzella, riceveva tutti lo stesso, con la sua solita affabilità, ed aveva per ognuno parole d’incoraggiamento e d’incitamento al dovere e all’amore di
Patria. A papà piacque la nostra casa ed elogiò il cognato Pietro per aver saputo così bene compiere il suo desiderio. La sua salute non gli permise di visitare anche la proprietà terriera, ma dalla finestra della sua camera ammirava quelle ubertose colline tanto ben coltivate, e il fiume Tanaro che scorre proprio sotto il pendio della collina stessa dove la casa sorgeva».
Il Generale si lamenta con il cognato per le troppe spese


A onor del vero, alcune testimonianze riferiscono che Garibaldi non fosse particolarmente entusiasta di questa sua nuova casa, e che pertanto avesse anche manifestato al cognato una certa delusione nel vederla. Gli pareva poca cosa rispetto ai soldi che aveva speso. L’edificio a due piani esiste ancora oggi ed è di proprietà privata.
Clelia Garibaldi in altre parti del suo resoconto descrive anche come fosse in privato la relazione tra i suoi genitori. Il ritratto è quello di una moglie sempre premurosa nei confronti del marito, bisognoso di cure e di continua assistenza per una progressiva forma di artrite, che lo costringeva su di una carrozzina: «Più tardi, invece, quando i dolori reumatici quasi lo immobilizzarono, faceva
soltanto il bagno nella bagnarola assistito sempre dalla mamma che si interessava della sua toeletta come può fare una madre tenera con il suo bambino. Gli lavava il viso e le mani, gli tagliava la barba ed i capelli, gli aggiustava le unghie».
Una donna risoluta: «Garibaldi è in Francia, ma il suo fucile è qui»
Altrove nel libro di Clelia emerge il ritratto di una donna dai gusti semplici e dal carattere mite, ma che all’occorrenza sapeva essere risoluta e determinata, come risulta da quanto accadde a Caprera in occasione della morte della figlioletta Rosa. Siamo nel 1870. Garibaldi era andato in Francia per guidare le formazioni di volontari nella guerra dei Vosgi contro i prussiani. Sarà l’ultima uscita militare del Generale in camicia rossa.
Il racconto di Clelia è preciso: «Appena il comune di La Maddalena seppe della morte di Rosa inviò una barca con poche persone adulte e molte bambine vestite di bianco, per l’accompagnamento della piccola salma che doveva essere sepolta a La Maddalena, secondo le consuete norme dei regolamenti civici. Caprera non aveva cimitero.
Mamma rispose che Garibaldi l’aveva lasciata qui viva e che ce la doveva ritrovare, anche se morta. Andati via tutti, mamma pensava di essere lasciata in pace col suo grande dolore, ma poche ore dopo suo padre l’avvertiva che una quantità di gente stava venendo su per la strada del mare. Mamma, allora, dette ordine che porte e finestre fossero ermeticamente chiuse in modo che nessuno potesse entrare.
Poco dopo, replicati colpi furono dati alla porta, e siccome nessuno rispondeva, il Sindaco di La Maddalena si avvicinò alla soglia mettendo bene in mostra la sciarpa tricolore che gli avvolgeva la vita. «In nome della legge aprite o con la forza sfondo l’uscio!», gridò. Mamma, che guardava da sotto le
stecche di una persiana, tenendo tra le mani il fucile di Papà, fece passare fra una stecca e un’altra la canna dell’arma dicendo ad alta voce: «Garibaldi è in Francia, ma il suo fucile è qui; se non andate via immediatamente, io sparo!». Non se lo fecero ripetere la seconda volta e si ritirarono più che in fretta!».
Francesca Armosino abitò costantemente a Caprera fino alla morte del marito, il 2 giugno 1882. Tentò, senza riuscirci, di far rispettare le ultime volontà di Garibaldi che voleva essere cremato, e si oppose con successo
al trasferimento della salma a Roma. Se la tomba di Garibaldi è rimasta a Caprera lo si deve a lei.
Negli anni a seguire visse tra l’isola e una villa acquistata a Livorno — ancora oggi è chiamata Villa Francesca — allo scopo di essere vicina al figlio Manlio, cadetto della Regia Accademia Navale. La casa fatta costruire in frazione Saracchi di Antignano non fu mai il luogo dove la donna trascorse la propria vecchiaia, come invece aveva immaginato Garibaldi.
Sopravvissuta al marito per più di quarant’anni, Francesca ne divenne custode delle memorie e dei cimeli. Morì a Caprera il 15 luglio 1923, dove è sepolta poco distante dal grande masso con il semplice nome “Garibaldi” che è la tomba del Generale marito, del figlio Manlio e della figlioletta Rosa.
Il misterioso errore sulla tomba di Francesca a Caprera

Lei è sepolta accanto al figlio Manlio e alla figlioletta Rosa. Però la sua data di nascita è errata: 18 luglio 1848. Quella corretta, 18 maggio 1846, è verificabile sui registri conservati nell’archivio parrocchiale di Antignano, dal quale all’epoca dipendeva la frazione Saracchi.
Il parroco di allora attesta che nacque il 18 maggio 1846 da Giovanni Armosino fu Teobaldo e da Cattarina Ferraris di Celestino. Non si è mai saputo come possa essere accaduto che sulla pietra tombale di Francesca ci sia la data di nascita errata. Non se ne accorse nemmeno Clelia, attenta e appassionata custode delle memorie di famiglia, che scomparve nel 1959.
Lasciò in eredità la villa di Livorno a Clelia Gonella, sua cugina del cuore, nata a Torino nel 1916, figlia di Carlo Gonella che aveva sposato in seconde nozze Gemma Armosino, figlia di Pietro, il fratello di Francesca. È stata quest’ultima Clelia, vissuta fino al Duemila, a mantenere vivo il legame e i ricordi di una storia d’amore che portò la prozia Francesca a diventare l’ultima donna di
Garibaldi.








































